Elizabeth Taylor, da bambina prodigio a diva senza tempo

Elizabeth Taylor rappresenta uno dei rarissimi casi in cui una bambina di successo si trasforma in una attrice di fama mondiale, il cui ricordo rimane nella storia del cinema. Hollywood ha spesso sfruttato le doti di piccole interpreti, carine e accattivanti: ricordate Tatum O’Neal che a 10 anni di età vinse, prima e unica, l’Oscar per il film Paper moon? Di lei e di altre si sono praticamente perse le tracce, ma non della graziosissima Liz.  

Elizabeth Rosemond Taylor era nata a Londra il 27 febbraio 1932 in una famiglia colta e benestante di origine americana: il padre Francis era un mercante d’arte, la madre Sara una ex attrice che, alla nascita dei due figli, si era ritirata dalla professione. Liz frequentò le scuole più prestigiose, che seguivano il metodo Montessori; prendeva lezioni di danza e andava a cavallo. A proposito va detto che, a causa di una rovinosa caduta, la sua colonna vertebrale subì delle lesioni che tutta la vita la fecero soffrire; fu sottoposta a vari interventi e gli ultimi anni fu costretta a utilizzare la sedia a rotelle.  

Nell’imminente pericolo della guerra, la famiglia si trasferì negli Usa e la madre cercò di introdurre la piccola nell’universo cinematografico. Per chi ancora non lo sapesse, ricordiamo che Elizabeth aveva due caratteristiche pressoché uniche che la rendevano di una bellezza sfolgorante: gli occhi, dall’iride di un rarissimo colore viola, molto più intenso dell’azzurro consueto, a cui si univa (secondo molte biografie) una fortunata anomalia genetica, cioè una doppia fila di ciglia a incorniciare lo sguardo, magnetico e penetrante anche senza il ricorso ai trucchi di scena.

 

Gli occhi di Liz 

Il grande successo arrivò presto, quando aveva 11 anni e fu la protagonista del celebre film Torna a casa, Lassie; di lì a poco un’altra pellicola importante fu Gran premio dove poté sfruttare la sua abilità di cavallerizza. Nel ’49 un remake (dopo il precedente del ’33) che ha fatto epoca: Piccole donne, oggetto nel tempo di svariate versioni.  

A soli 18 anni si sposò con l’erede della ricchissima famiglia Hilton, ma sarà solo il primo di una lunga serie di matrimoni per lo più brevi e sfortunati. La carriera proseguiva intanto di successo in successo: Il padre della sposa, a fianco di Spencer Tracy, Un posto al sole (’51) in cui recitò per la prima volta con Montgomery Clift, IvanhoeL’ultima volta che vidi Parigi. Ricordare Il gigante (’56) vuol dire anche dare l’addio a un attore che è stato una rapida meteora ma è rimasto vivo nel ricordo di chi ama il cinema: James Dean, protagonista di tre soli film. Si sa che Dean era molto attratto da Liz, che però lo considerava un amico e gli voleva sinceramente bene; quando seppe della sua morte, avvenuta a soli 24 anni a bordo della Porsche 550 spider, la diva ne rimase sconvolta, come tutta la troupe del resto. E pensare che il suo primo ruolo importante era stato in Gioventù bruciata (Rebel without a cause), quasi una dolorosa premonizione. 

Nel ’57, mentre erano di nuovo insieme e giravano L’albero della vita, il collega Montgomery Clift ebbe un gravissimo incidente che ne avrebbe distrutto i lineamenti; fu Taylor a soccorrerlo e il suo intervento fu provvidenziale nel liberargli la bocca per farlo respirare. 

Nel ’58 l’attrice ebbe una grande occasione quando interpretò, a fianco di un fascinosissimo Paul Newman, La gatta sul tetto che scotta: i duelli verbali fra i due fanno scintille ed è palpabile, anche se solo a beneficio del pubblico, la tensione sessuale nella travagliata coppia.  

Locandina del film La gatta sul tetto che scotta, versione originale  

Risale al ’59 un altro film di notevole interesse, specie per l’alto livello del cast: oltre a Clift che proprio l’amica Liz volle fortemente per riportarlo al lavoro, una straordinaria Katharine Hepburn; entrambe furono candidate all’Oscar, ma Liz ricevette il David di Donatello e il Golden Globe per la sua drammatica interpretazione della giovane che rischia la lobotomia per colpa della zia folle, signora Violet Venable. Dopo il nuovo successo con Venere in visone, per cui ebbe il primo Oscar, Liz era tutta presa da un progetto grandioso che le frutterà il cachet stratosferico di un milione di dollari e una percentuale sugli incassi: stiamo parlando di Cleopatra (uscito nel ’63, foto in copertina). Il film, è risaputo, costò una cifra esorbitante e portò alla rovina economica la 20th Century Fox, anche perché la realizzazione fu lunga e complicata. Sul set londinese la protagonista soffrì di seri problemi di salute causati da una polmonite per cui si dovette ricorrere in extremis a una tracheotomia; per offrirle un clima migliore le riprese proseguirono in Italia, a Roma e sull’isola di Ischia. Abiti sfarzosi, persino con rifiniture in vero oro, gioielli, arredi, scene di massa, scenografie (è il caso di dirlo) faraoniche, un cast stellare, comparse numerose: tutto questo e molto altro, in una pellicola della durata di oltre sei ore, poi ridotte a quattro, infine a tre, mentre il regista Mankiewicz avrebbe desiderato preservare il più possibile quanto girato e suddividerlo in due diversi film. 

Sul set avverrà l’incontro determinante della vita, quello con l’attore Richard Burton, interprete di Marco Antonio, che Liz sposerà due volte e da cui altrettante divorzierà, ma rimanendo sempre in buoni rapporti, anche per amore di Maria, la bambina (nata nel 1961) che avevano adottato insieme. Chi li conosceva bene ritiene che, se lui non fosse morto nel 1984, forse ci sarebbe stato un nuovo matrimonio che li avrebbe accompagnati serenamente alla vecchiaia. Invece Liz, dopo Hilton, aveva sposato l’attore Michael Wilding da cui ebbe due figli maschi e, nel ’57, il produttore Mike Todd che la lasciò presto vedova e da cui ebbe la figlia Liza.  

Elizabeth Taylor con la figlia Liza Todd  

Nel ’59 era stata la volta del cantante Eddie Fisher che per lei abbandonò la moglie e due figli piccoli, anche se l’attrice spiegò ripetutamente che si trattava di un matrimonio infelice da tempo. Dopo Burton ci furono altre due nozze: con il politico John Warner e infine con un giovane operaio conosciuto al centro di disintossicazione per alcolisti, sposato nel 1991 ma da cui divorziò cinque anni dopo. 

Dopo il trionfo mondiale nel ruolo di Cleopatra, in cui mostrava tutta la sua incredibile bellezza nel volto perfetto e nel corpo piccolo, ma dalle forme provocanti, Taylor fece una scelta coraggiosa, decidendo di ingrassare, invecchiarsi, imbruttirsi, comparire scarmigliata, goffa, sgraziata, con i capelli grigi, perennemente ubriaca nel film Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966), opera prima di Mike Nichols: una interpretazione strepitosa, di nuovo a fianco di Burton, che le valse il secondo Oscar.  

Locandina del film Chi ha paura di Virginia Woolf, versione originale 

Nel 1967 Franco Zeffirelli le affidò la parte di Caterina, ovvero La bisbetica domata, ancora con Burton. Il regista italiano, come del resto molte persone che hanno lavorato con lei, comprese le maestranze, affermò che girare con Liz era stato un piacere, era una donna gentile e disponibile che trattava lavoratori e lavoratrici sul set con il medesimo garbo, con semplicità, senza atteggiarsi a diva. 

Nello stesso anno con Marlon Brando, che prese il posto di Clift morto prematuramente, interpretò Riflessi in un occhio d’oro, drammatica vicenda di gelosia, passioni segrete, violenza, per la regia di John Huston; si tratta di un film di indubbia qualità, con un Brando tormentato nel ruolo inedito di un militare apparentemente virile, in realtà omosessuale represso, ma il tema risultò all’epoca scabroso e forse troppo esplicito per il pubblico americano, che non lo apprezzò. 

Seguirono varie pellicole con buoni cast, che però non ottennero i successi dei film precedenti; del ’70 è L’unico gioco in città, del ’72 X,Y e Zi; poi Taylor lavorò più volte in Italia. Nel 1980 girò Assassinio allo specchio, tratto dal romanzo di Agatha Christie, che fu accolto positivamente. Nel 1988 Zeffirelli la scritturò nuovamente per Il giovane Toscanini; l’ultimo ruolo, interpretato prendendosi gioco di sé stessa con ironia, fu quello della petulante suocera Pearl nei Flintstones (1994). In età matura si era dedicata anche alla televisione, partecipando a serie ben note come Nord e Sud General Hospital, mentre fra 1983 e ’84 calcò ripetutamente i palcoscenici di Broadway. 

A margine della carriera di attrice, si era occupata della creazione di gioielli, per cui aveva una vera passione, e di profumi, tuttavia il suo nome si lega alla generosa battaglia contro l’Aids, che prese a cuore dopo la morte dell’amico e collega Rock Hudson. Per finanziare la ricerca aveva venduto all’asta una parte della sua mirabolante collezione di gioielli, di cui facevano parte pietre preziose di valore inestimabile. Per questo impegno ottenne l’Oscar umanitario Jean Hersholt (1993), ricevette importanti onoreficenze e fu nominata dama dell’Impero britannico. 

Un famoso diamante tra i gioielli di Liz 

Da tempo malata di cuore e sofferente di varie patologie, morì a Los Angeles il 23 marzo 2011, proprio dieci anni fa, lasciando una eredità favolosa, ma soprattutto un ricordo indelebile in chi ama il cinema americano degli anni d’oro. 

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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