La lotta alla violenza contro le donne e il cd “Codice Rosso”

Con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano le persone discriminate in base al sesso.
Nel 2020, a causa della convivenza forzata dovuta al lockdown anti-Covid, si è registrato un drammatico aumento dei femminicidi, dei maltrattamenti in famiglia e di violenze psicologiche. Molte testate giornalistiche hanno parlato di una “esplosione di violenza”, favorita dalla difficoltà di denunciare le autorità competenti a causa delle restrizioni.
Ma la pandemia ha solo esasperato dei problemi ovviamente già esistenti, perché per una donna vittima di violenze la casa è un inferno sempre e, nonostante ciò, chiudere la porta e andar via non è affatto facile.

Quante volte, di fronte a un fatto di cronaca finito in tragedia o di fronte a una violenza subita da una nostra amica, parente o semplice conoscente ci facciamo queste domande: Perché non ha denunciato? Perché non se n’è andata? Come ha potuto accettare di subire una situazione del genere? Come ha potuto umiliarsi così?
La risposta nasce nel momento stesso in cui facciamo domande di questo tipo, poiché le stesse tendono (anche se poste in buona fede) a far ricadere la responsabilità sulla vittima.

Dietro la difficoltà di denunciare, si cela una moltitudine di ragioni: paura di non essere protetta, timore di ritorsioni, vergogna, solitudine, mancanza d’indipendenza economica, contesto culturale e sociale, indagini delle forze dell’ordine spesso invasive dell’intimità della vittima, iter processuali troppo lunghi e costosi ecc.
Infatti le violenze fisiche e psicologiche subite dalle donne negli ultimi anni, sono diventante sempre più efferate e crudeli. Per questo motivo, vale la pena ricordare che, al fine di rafforzare la lotta contro la violenza di genere, con la Legge 19 luglio 2019, n. 69 entrata in vigore il 9 agosto 2019, conosciuta come “Codice Rosso”, sono state apportate modifiche al codice penale e al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. La legge, infatti, è nata dalla triste esperienza di donne che sono state uccise o che hanno subito violenze molto gravi, facendo leva sul “fattore tempo”, come elemento indispensabile per evitare l’irreparabile.
In particolare, il Codice Rosso è intervenuto per rafforzare la tutela delle seguenti fattispecie di reato:

  • Violenza sessuale previsto dall’art. 609-bis c.p.
  • Circostanze aggravanti previste dall’art. 609-ter c.p.
  • Atti sessuali con minorenni previste dall’art. 609-quater c.p.
  • Corruzione di minorenne previsto dall’art. 609-quinquies c.p.
  • Violenza sessuale di gruppo previsto dall’art. 609-octies c.p.
  • Atti persecutori previsto dall’art. 612-bis c.p.
  • Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti previsto dall’art. 612-ter del codice penale, il cd. “Revenge Porn”.

Le modifiche al codice di rito hanno avuto lo scopo di velocizzare l’instaurazione del procedimento penale e, conseguentemente, l’accelerazione dell’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle vittime, oltre a introdurre nuovi reati. Anzitutto, a fronte di delitti di violenza domestica e di genere, la polizia giudiziaria sarà tenuta ad attivarsi immediatamente comunicando al pubblico ministero, anche in forma orale. A sua volta il pubblico ministero deve ascoltare la vittima entro tre giorni o assumere tutte le necessarie informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato.
Il termine di tre giorni è importante perché le dichiarazioni della vittima rappresentano un elemento di prova che non può essere rimandato, perché è la base su cui si articolano le indagini. Se la vittima venisse ascoltata a distanza di tempo potrebbe non avere più lo stesso ricordo dei fatti, non avere più interesse a che il procedimento penale segua il suo corso, o, peggio, potrebbe essere influenzata da soggetti esterni. Per questo motivo il termine può essere prorogato solamente in presenza di imprescindibili esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della vittima

Per quanto riguarda il reato maltrattamenti contro familiari e conviventi previsto dall’art. 572 c.p la pena della reclusione che era dai 2 ai 6 anni è stata aumentata dai 3 ai 7 anni. Inoltre la pena è aumentata quando il delitto è commesso in presenza o in danno di minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, ovvero se il fatto è commesso con armi. Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi è inserito nell’elenco dei delitti che consentono nei confronti degli indiziati l’applicazione di misure di prevenzione, tra le quali quella del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona da proteggere.
Gli uomini raggiunti da un provvedimento di allontanamento e divieto di avvicinarsi alla vittima dovranno indossare un braccialetto elettronico che ne consenta la reperibilità: eventuali violazioni di questa misura cautelare saranno puniti con una reclusione fino a due anni.

L’inasprimento delle pene ha interessato ovviamente anche uno dei reati considerati tra i più abominevoli e riprovevoli, ovvero quello di violenza sessuale. Detto reato, infatti, è tra quelli che sicuramente provocano maggior danno psicologico alle vittime e spesso non vengono denunciati per timori di ritorsioni o per vergogna. Per questi motivi, nei casi di violenza sessuale perpetrata con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, la pena è aumentata dai 6 a 12 anni mentre per la violenza di gruppo la pena massima è aumentata fino a 14 anni di reclusione. Quando la violenza sessuale è commessa in danno di vittime minori, la pena massima è aumentata fino a 24 anni di reclusione.
In particolare, la pena è aumentata fino a un terzo quando gli atti sessuali siano commessi con minori di anni 14 in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche solo promessi. Tale delitto è diventato procedibile d’ufficio.
Per quanto riguarda il reato di stalking, la legge 69 ha previsto un elevamento dei limiti precedenti (da 6 mesi a 5 anni di reclusione) diventando da un minimo di 1 anno e fino a 6 anni e 6 mesi.

Molto importante da un punto di vista culturale e sociale e, soprattutto, per la tutela delle donne è stata l’introduzione del reato di costrizione o induzione al matrimonio previsto dall’art. 558 bis c.p. Può sembrare assurdo, ma il fenomeno della costrizione o induzione al matrimonio è una realtà ancora esistente e presenta caratteristiche connesse al contesto socio-economico in cui versano le famiglie e alle specificità culturali.
Precedentemente nel codice penale veniva disciplinata solo l’ipotesi di cui all’art. 558 c.p. “Induzione al matrimonio mediante inganno”. Il fatto costitutivo del delitto in questione consiste nel contrarre matrimonio avente effetti civili, occultando fraudolentemente all’altro coniuge l’esistenza di un impedimento diverso da quello derivante da un precedente matrimonio.
Lo scopo dell’art. 558 bis c.p.  è quello di tutelare l’unione matrimoniale come libero consenso delle parti contro un matrimonio forzato o indotto mediante pressioni che possono essere violenze fisiche e psicologiche.
Il Codice Rosso ha introdotto anche il reato di deformazione dell’aspetto della vittima, con lesioni permanenti al viso. In questo caso la pena è la reclusione da 8 a 14 anni, mentre, se lo sfregio causa la morte della vittima, la pena è l’ergastolo.

Da ultimo, in ragione della crescente diffusione dei reati di natura sessuale commessi tramite web e nell’ottica di combattere l’oggettivizzazione del corpo della donna in una delle sue manifestazioni più meschine, il Codice Rosso ha introdotto l’art. 612 ter “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, (ciò che in gergo giornalistico viene definito reato di “revenge porn”). Il termine “revenge porn” è ormai entrato nel vocabolario italiano. Questo si identifica nella “vendetta pornografica” nei confronti di vittime ignare e non consenzienti alla diffusione delle proprie foto/video sessuali. La maggior parte delle volte a commettere il fatto sono ex fidanzati/mariti lasciati o traditi che scelgono di pubblicare e condividere selfie, video, conversazioni di carattere sessuale per punire e vendicarsi della propria compagna. In particolare, il reato è punito con la pena da 1 a 6 anni di reclusione e da 5mila a 15mila euro di multa, con previsione di ulteriori circostanze aggravanti se l’ex partner agisce attraverso i social o i mezzi di diffusione tecnologica.

A questo punto occorre chiedersi se il Codice Rosso, a più di un anno dalla sua entrata in vigore, sia un valido strumento nella lotta alla violenza domestica e di genere. Ad avviso di chi scrive, pur avendo introdotto dei cambiamenti molto importanti, comportando nell’immediato un positivo aumento delle denunce, il Codice Rosso non è esente da criticità. La legge in sé e per se si è rilevata uno strumento spesso inadeguato nel contrastare i reati suddetti. Ciò perché il problema della violenza domestica e di genere viene affrontato attraverso interventi repressivi, ma non viene contrastato efficacemente da un punto di vista strutturale.
Da un punto di vista procedurale poi, durante i primi mesi dalla sua emissione, sono venute in rilevo numerose problematiche, specie per quanto riguarda la pronta reazione delle Autorità e, in particolare delle Forze di Polizia, a seguito di una notizia di reato e di richiesta di intervento della vittima. In particolare, si è registrata una discrasia tra quelli che dovrebbero essere dei tempi ipotizzati dalla legge e quelli che effettivamente si sono realizzati, posto che le risorse coinvolte, come Forze di Polizia, Giudici e personale amministrativo, pur rimanendo numericamente le stesse, spesso non aggiornate, devono fronteggiare una richiesta maggiore e di più difficile gestione (dato l’aumento esponenziale delle denunce che ha letteralmente intasato le Procure).

Per le donne vittime di violenza, in primo luogo, deve essere garantita l’indipendenza economica e un sussidio statale che permetta loro di svolgere una vita dignitosa, devono avere la possibilità di conoscere un’alternativa, un’opportunità diversa rispetto alla situazione di paura in cui vivono, devono essere aiutate a uscire dalla loro terribile solitudine
Occorre proteggere le vittime, adottando, contestualmente, interventi normativi, sia di tipo punitivo che preventivo, ma soprattutto strumenti di tipo sociale come aumentare gli sportelli di ascolto di denuncia, i presidi antiviolenza nei vari territori e le case-rifugio per le donne maltrattate e prive dei mezzi economici necessari per mantenersi da sole.
Particolarmente importante, perché operano direttamente sul campo, è il ruolo dei numerosi centri antiviolenza diffusi su tutto il territorio nazionale, che dovrebbero ricevere dallo Stato maggior supporto economico.

Al di là delle numerose criticità e delle difficoltà di ordine applicativo, l’emanazione del Codice Rosso ha consentito di fare un piccolo passo in avanti, dando alle vittime di violenza fiducia nella possibilità di denunciare, come modo per uscire dall’incubo.
Inoltre un sostegno concreto è stato fornito dalla recentissima sentenza n. 1/2021 della Corte Costituzionale che ha riconosciuto l’ammissibilità per le vittime di reati di cui agli artt 572, 583 bis, 609 bis e seguenti, 612 bis, 600, 600 bis, e seguenti, 601, 602 cp, di poter essere ammesse al patrocinio a spese dello Stato senza alcun vincolo di reddito. Si tratta di una sentenza molto importante perché finalizzata a dare maggiore tutela e mezzi di difesa a persone particolarmente deboli e vulnerabili.

Gli interventi normativi che ho sopra descritto dimostrano che l’attenzione verso il fenomeno è in crescente aumento. Si è appena celebrata la Giornata Internazionale della Donna e a tal proposito la speranza è che l’8 marzo costituisca un’occasione di riflessione sulla tragedia che ogni singolo secondo, ogni singolo minuto, ogni singolo giorno, vivono centinaia di donne nel nostro Paese. Spero che molte di esse trovino il coraggio di denunciare, spero che molte capiscano che l’amore non è violenza, che i comportanti violenti, siano essi fisici, psicologici o sessuali devono essere portati alla luce a qualsiasi età.

Diceva in una sua poesia Frida Kahlo
«Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie, che ti porti l’illusione, il caffè e la poesia».
Per avere questo la strada è ancora lunga, ma la lotta continua.

***

Articolo di Roberta Costa

Laureata in giurisprudenza presso l’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha svolto la pratica forense presso lo studio di un avvocato penalista di Cosenza, collaborando e partecipando a numerosi processi per reati associativi, reati minorili, ma anche per violenza sessuale, stalking e molestie. Una volta abilitata all’esercizio della professione forense si è specializzata nelle materie civilistiche. Attualmente vive e lavora a Roma.

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