Le trovatrici di Provenza, prime cantautrici della storia

Nel XII e XIII secolo al di là delle Alpi, nel Centrosud della Francia, c’è una ricca fioritura di musica e poesia femminile ad opera delle trovatore o trovatrici. Le artiste del trobar, verbo che vuol dire “scrivere, comporre, poetare”, rimaste sconosciute per secoli, non sono modeste giullaresse vaganti ma finissime poete che mettono in musica e cantano i loro versi scritti in lingua d’oc o provenzale, parlata in quasi tutta la Francia a sud della Loira in una vasta area detta Occitania o Provenza, che va dal Mediterraneo all’Atlantico, da Marsiglia a Bordeaux. Le trovatrici, dette in provenzale trobairitz, cantano accompagnandosi con la viella, lo strumento musicale più diffuso del tempo. La viella, considerata l’antenata del violino, è ad arco, di forma ovoidale, generalmente a cinque corde, a volte anche a sei, che si suona semplicemente pizzicandola con le dita, appoggiandola contro il petto o contro la spalla e sotto il mento.  

Una Viella in un’antica miniatura provenzale

Le raffinatissime cantautrici del Medioevo, musiciste itineranti e ispirate creatrici di versi, apprezzate non meno dei colleghi uomini, vagano di villaggio in villaggio, di castello in castello, di corte in corte, e si guadagnano da vivere cantando l’amor cortese con versi di fuoco, spesso traboccanti di passione. Molte di esse sono di origine aristocratica. Beatrice de Dia, conosciuta come contessa de Dia, moglie di Guglielmo di Poitiers, vissuta dal 1140 al 1212, è la più famosa di tutte e la prima donna in assoluto nella storia della musica a comporre musica profana. Di lei ci restano cinque cansos, cioè canzoni, accompagnate dalla soave melodia del flauto o della viella, e una sola tenso ovvero tenzone, un componimento poetico a botta e risposta tra due interlocutori. La canzone A chantar m’er de so qu’eu no volria è la sola canzone di una trobairitz giunta fino ai giorni nostri completa di note. Beatrice, follemente innamorata di Raimbaut d’Orange, un cavaliere rubacuori, vi interpreta la parte della donna tradita, che tuttavia non riesce a dimenticare il suo uomo. Vale la pena leggerla per intero, prestando attenzione allo stupendo gioco di rime che si rincorrono nell’idioma originale. 

«A chantar m’er de so qu’ieu non volria/ Ora debbo cantar qui ciò che non vorrei
tan me rancur de lui cui sui amia,/ poiché tanto a me dispiace che di lui io son amica
car ieu l’am mais que nuilla ren que sia:/ perché io l’amo più di ogni altra cosa al mondo
vas lui no .m val merces ni cortesía/ ma presso lui non val la pena, né la pietà, né la cortesia
ni ma beltatz ni mos pret ni mos sens,/ né la mia bellezza, né il mio valore, né il mio giudizio
c’atressi .m sui enganad’e trahïa/ perché io sono ingannata e tradita
com degr’ esser, s’ieu fos desavinens./ come s’io fossi poco attraente.
D’aisso.m conort car anc.non fi faillenssa,/ Mi conforta il pensiero che mai in nessun modo
amics, vas vos per nuilla captenenssa,/ commisi un torto verso di voi, amico
anz vos am mais non fetz Seguis Valenssa,/ anzi, vi amo, più di quanto Seguis amò Valensa
e platz mi mout quez eu d’ámar vos venssa/ e mi piace vincervi in amore
lo mieus amics, car etz lo plus valens/ amico mio, perché voi siete il migliore.
mi faitz orguoill en ditz et en parvenssa,/ siete orgoglioso con me, delle parole e dei modi
e si etz francs vas totas autras gens./ mentre con tutti vi mostrate gentile.
Be .m meravill com vostre cors s’orguoilla/ Mi sorprende come il vostro cuore a me si sia mostrato duro
amics, vas me, per qu’ai razon qu’ieu .m duoilla;/ amico, così ho ragione di piangerne
non es ges dreitz c’autr’amors vos mi tuoilla/ è assai ingiusto che un altro amore vi allontani da me per nulla
ren qu’ie .us diga ni acuoilla;/ sia quel che sia ciò che voi dite o concedete;
e membre vos cals fo .l comenssamens de nostr’amor!/ e ricordate quale fu l’inizio del nostro amore!
Ja Dompnedieus non vuoilla/ Dio non voglia
qu’en ma colpa sia l departimens./ che sia mia la colpa della separazione.
Proesa grans qu’el vostre cors s’aizina/ la nobile virtù che alberga nel vostro cuore
e lo rics prtez qu’avetz m’en ataïna,/ e l’alto valore che possedete mi intimidisce
c’una non sai, loindana ni vezina,/ dato ch’io non conosco dama, vicina o lontana,
si vol amar, vas vos non si’ aclina;/ che disposta ad amare non sia attratta da voi;
mas vos, amics, etz ben tan conoissens/però voi, amico, che avete molto giudizio
que ben devetz conoisser la plus fina,/ dovete prima conoscere la più bella
e membre vos de nostres covinens./ e ricordate la nostra intesa.
Valer mi deu os pret e mos partages/ Dovrebbero aiutarmi merito e nobiltà
e ma beltatz e plus mos fis coratges,/ e la mia bellezza è anche sincerità d’animo
per qu’ieu vos mandad lai on es vostr’ estatges/ perciò io vi invio, ovunque voi siate
esta chansson que me isa messatges:/ questa canzone che è il mio messaggio
ieu vuoill saber, lo mieus bels amics gens,/ e vorrei sapere, mio gentile e bello amico
per que vos m’etz tanta fers ni tant salvatges,/ perché siete tanto altezzoso e crudele con me
non sai, si s’es orguoills o maltalens./ non so se per orgoglio o malumore.
Mas aitan plus vuoill li digas messatges,/ Ma voglio che tu gli dica, messaggero,
qu’en trop d’orguoills o ant gran dan maintas gens./ che per troppo orgoglio molta gente ha sofferto gran danno». 

Scansione della seconda pagina della canzone A chantar della Comtessa de Dia, contenuta nel Manuscript du Roi o Chansonnier du Roi

La fiamma che arde nel cuore di Beatrice, tanto moglie infedele quanto amante appassionata e devota, le detta i versi più audaci e sensuali che siano mai stati scritti da una donna, inimmaginabili in bocca a una dama in piena età medievale che non lascia scoperto nemmeno un lembo del suo corpo e  copre la testa con un velo e soggolo monacale. La sua canzone, che per spregiudicatezza e sincerità non ha uguali nella storia della letteratura al femminile, esprime il desiderio irrefrenabile di far suo l’uomo che ama e di darsi tutta a lui in un rapporto carnale senza fine. 

«Il cuore mi duole per un grande affanno,
per un cavaliere che ho perduto,
ma voglio che ben si sappia
che l’ho amato fino alla follia.
Ora sono da lui tradita,
ché non gli ho dato abbastanza il mio amore,
anche se l’ho soddisfatto giorno e notte
nel letto, e tutta vestita.
Il mio cavaliere, io lo vorrei
tenere una sera tra le mie braccia nude,
ché certo ne sarebbe beato e felice
e io gli farei da cuscino,
perché di lui sono innamorata pazza
più di quanto lo fosse Florio di Biancofiore:
io gli do tutto il mio cuore e il mio amore,
la mia mente, i miei occhi, e la mia vita.
Mio bell’amico, valoroso e gentile,
quando sarete in mio potere
e saremo distesi sul letto uno accanto all’altro
a disposizione dei miei baci amorosi,
colma di grande gioia
io vi considererò mio marito
così che voi non potrete rifiutarvi
di fare tutto ciò che io desidero». 

Così si immaginava Beatrice de Dia con il suo Rimbaut

Su tutt’altro versante, di Tibors de Sarenom, più o meno contemporanea di Beatrice de Dia, ci rimane una sola stanza di una canzone, Bels dous amics, un pregevole esempio di amore trobadorico, dai toni soavi e gentili.    

«Bel dolce amico, ben posso invero io dirti che mai fu ch’io stessi senza desiderio poiché a te piacque ch’io t’avessi per amante; neanche fu mai ch’io non avessi voglia, bel dolce amico, sovente di vederti né ci fu mai stagion ch’io rimpiansi, né ci fui mai, se te ne andavi irato, ch’io ne gioissi, se non al tuo ritorno».                                 

In mezzo a ben 450 trovatori maschi, ci sono giunti i nomi di una ventina di trobairitz, che ci hanno lasciato circa quaranta composizioni. Tra esse, Castelloza, di cui restano tre odi amorose, e una signora di nome Escaronha, detta anche Escaronha de l’Isla-Jordan, moglie di Bernardo Giordano, signore dell’Isle Jourdain, alla quale sono attribuiti due componimenti. Azalais d’Altier (a cui la città di Montpellier intitola una strada) scrive Tanz salutz e tantas amors, l’unico salut d’amor attribuito a una donna, 101 versi in distici rimati scritti con l’intento di far riconciliare due amanti.  

Raffigurazione di Trobairitz

Nel XII secolo vive Almucs de Castelnau, o Castelnou (1140 circa-1184), originaria di una città vicino ad Avignone, in Provenza. L’unica sua opera sopravvissuta è un singolare scambio poetico, datato intorno al 1190, con Iseut de Capio, un’altra trobairitz. Iseut implora Almucs di perdonare Gigo (Gui), cavaliere di Iseut, il quale ha mancato di rispetto verso Almucs. Ma poiché Gigo non è né pentito né cerca perdono, Almucs risponde a Iseut con una lapidaria cobla: 

«Signora Iseut, se solo lo sapessi
pentito dell’affronto
così grande che mi ha fatto,
sarebbe giusto che io abbia pietà di lui;
ma non vuole ammettere la sua colpa:
e non posso avere pietà.
Ma se lo fai pentire
puoi farmi cambiare rapidamente idea». 

Azalais de Porcairagues, italianizzata in Adalasia di Porcaraga (1140-1177), scrive la canzone di 52 versi Ar em al freg temps vengut dedicata a Raimbaut d’Orange, morto nel 1173. 

Azalaïs de Porcairagues – Miniatura dal Canzoniere H, Veneto, sec. XIII

«Siamo ai giorni freddi venuti 
con neve e ghiaccio e fango 
e fermi gli uccellini e muti: 
nessuno a cantar si ristora. 
E gli alberi e i rami spogli 
sono senza fiori e foglie 
né l’usignolo amato grida 
quando al maggio mi risveglierò».  

La contessa Garsenda di Sabran o di Provenza (1180 circa-1242 circa), mecenate e animatrice di un circolo letterario di poeti e trovatori, compone una tenso tra lei, contessa de Proessa, e un anonimo trovatore. Nelle due strofe la gentildonna dichiara il suo amore per l’interlocutore, il quale risponde con garbo. Il trovatore sarebbe Gui de Cavaillon, secondo i pettegolezzi del tempo suo amante.  

«Voi che mi sembrate un fine amatore,
non voglio che voi siate sì esitante;
e mi piace che soffriate per mio amore,
altrimenti sarei io sola sofferente.
Ed è la codardia vostra un male,
ché a rischiare d’implorare non ardite;
e a voi e a me fate solo gran danno,
poi che donna non osa sé scoprire
ciò che vuole per paura di fallire». 

Tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo troviamo una poeta di nome Gaudairenca, una certa Lombarda, autrice di una breve tenso, Gormonda de Monpeslier o Montpellier, di cui ci è pervenuto un sirventes, la prima poesia “impegnata” scritta da una donna, Greu m’es a durar («Mi è difficile sopportare di sentir proclamare e diffondere una tale eresia…»), un poema di venti strofe di carattere morale«Segretamente o apertamente gli eretici sono senza dubbio nati bruciati e dannati a causa della loro vita malvagia, perché nessuno ha mai compiuto un atto virtuoso, o almeno noi non ne abbiamo mai sentito parlare», leggiamo nella cobla XVI. 

Di Alamanda de Castelnau (1160-1223) sopravvive una tenzone con Giraut de Bornelh, S’ie.us qier conseill, bella amia Alamanda (Sono venuto per un consiglio, bella amica Alamanda) 

La troviera Maroie de Dregnau de Lille ci lascia una sola strofa di un’unica canzone, Mout m’abelist quant je voi revenir (Molto mi sento felice quando ti vedo tornare). 

Bieiris de Romans indirizza la sua lirica Na Maria, pretz e fina valors a una donna di nome Maria per la quale nutre un sentimento d’amore o comunque di grande ammirazione.  

«Dama Maria, pregio e raffinato valore, 
la gioia, il senno e la bellezza fine, 
e l’ospitalità, il pregio e l’onore, 
il parlare gentile, le maniere amabili, 
il viso dolce, il gaio aspetto, 
lo sguardo tenero e l’amoroso sembiante 
che sono in voi senza inganno, 
mi attraggono verso di voi con cuore puro. 
Per questo, io vi prego, se vi garba, che il fin amore, 
il piacere e l’umiltà dolce, 
presso di voi mi possano dare sollievo. 
Se vi garba, bella donna, datemi 
quello che promette la gioia e la speranza 
perché in voi è il mio cuore e il mio desiderio,  

e grazie a voi nasce tutta l’allegrezza che è in me 
ed è per voi che spesso vado sospirando. 
E poiché la bellezza e il valore vi elevano 
al di sopra di ogni altra, senza che alcuna vi superi, 
vi prego, per favore, e in nome dell’onore che è in voi, 
di non amare un amante vile. 

Bella donna, che pregio e gioia innalza 
e ben parlare, a voi mie strofe mando, 
perché in voi c’è gaiezza e allegranza 
e tutto il ben che a donna si domanda». 

Alais e Yselda sono due giovani sorelle, autrici di una tenso insieme a una donna anziana chiamata Carenza. Il loro problema è: sposarsi o rimanere vergini? Carenza lascia capire che è preferibile essere spose, ma di Cristo.  

«[Alaisina] Carenza dal bel corpo avvenente, 
consiglia a noi due sorelle; 
poiché sai meglio trar lo migliore, 
consigliatemi secondo vostra scienza. 
Prender marito, di vostra conoscenza 
o restar vergine, se a me piace, 
che far figli non credo sia buono 
e senza marito mi par troppo dura. 
[Carenza] 
Alaisina Yselda, sapienza, 
pregio e beltà, giovin, freschi colori 
so che avete, e cortesia e valori 
sopra tutte le altre donne, 
per cui bisogna, per far buona semenza, 
prender marito coronato di scienza, 
con cui far frutto di figlio glorioso. 
Ritenetevi vergin che egli sposa. 
[Alaisina] 
Carenza, prender marito m’alletta, 
ma far bimbi è una gran penitenza, 
perché i seni pendon giù flosci 
lasciando al ventre rughe e noie. 
[Carenza] 
N’Alascina ’Yselda, ricordo di me 
serbate: nell’ombra protettiva, 
quando irete, pregate il Glorioso 
che mi tenga al partir con voi».    

Di Clara d’Anduza abbiamo un solo componimento di 28 versi, En greu esmay et en greu pessamen, rivolto al suo innamoratoÈ di particolare interesse leggere per intero questo canto d’amore dolente e malinconico nella traduzione in prosa di Raoul Goût e André Berry: 

«In grave commozione e seria ansia mi hanno messo il cuore e anche in grande angoscia i calunniatori e le spie bugiarde che sminuiscono la gioia e la giovinezza perché per te che amo più di ogni altra cosa al mondo ti hanno fatto partire e ti hanno allontanato da me tanto che se non riesco a vederti o guardarti muoio di dolore e risentimento.
Chi mi biasima per il mio amore per te o mi vuole proibire non può in alcun modo migliorare il mio cuore o far crescere il mio dolce desiderio per te più della mia invidia, dei miei desideri, delle mie aspettative e non c’è un uomo, se fosse un mio nemico che non stimo se lo sento dire cose buone su di te, ma se dice male, qualsiasi cosa possa dire o fare non sarà mai felice per me.
Non temere, mio ​​caro amico, che nei tuoi confronti non avrò mai un cuore ingannevole né ti abbandonerò per qualche altro amante, anche se un centinaio di signore mi pregassero, perché il mio amore per te mi tiene in suo possesso, e vuoi che ti consacri e ti tenga il mio cuore così lo farò, e se potessi essere il mio cuore, tale ha che non l’avrebbe mai.  Amico, mi sento così disperata di non vederti che quando penso a cantare, mi lamento e sospiro perché non posso fare con i miei versi ciò che il mio cuore vorrebbe realizzare». 

Una delle ultime cantatrici provenzali conosciute è Guillelma de Rosers, attiva fin dopo il 1250, di cui sopravvive un unico componimento, Na Guillelma, maint cavalier arratge. Rispondendo a un certo Lanfranc, Madonna Guillelma scrive che «l’uomo che mantiene la sua parola è tenuto / in più grande stima di colui i cui piani sono volubili». 

Alla scuola trobadorica appartengono anche una certa Ysabella, a cui si attribuisce una tenso col noto Elias Cairel, e Maria di Ventadorn, moglie del celebre Bernard, autrice di una sola tenzone, in cui sostiene che un uomo, una volta divenuto l’amante di una signora, rimane per sempre suo devoto e fedele servitore.  

Chateau d’Allemagne in Provenza

Una tale fioritura di compositrici e interpreti si ripeterà, a distanza di molti secoli, solo nel nostro tempo, ma in un terreno al di fuori della cosiddetta musica colta, con il fenomeno diffuso delle cantautrici che da decenni popola la scena musicale internazionale. Il moderno cantautorato femminile, che vanta interpreti italiane e straniere di notevole livello capaci di attrarre un pubblico di migliaia di fan nei loro megaconcerti, è l’erede delle aristocratiche cantore del Medioevo: la loro voce col sottofondo delicato di uno strumento vince il silenzio dei secoli e arriva col suo fascino fino a noi avvolta in un alone fiabesco di mura merlate, castelli e cavalieri inginocchiati ai piedi delle loro dame.  

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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