Le donne di Raffaello. Margherita Luti, ovvero La Fornarina

Il 6 aprile 1520 moriva Raffaello Sanzio e l’anno passato se ne celebrava il cinquecentenario. Purtroppo la terribile epidemia ha impedito di ricordare convenientemente quello che Luigi Bravi, presidente dell’Accademia Raffaello di Urbino, ha definito «un influencer dalla tenuta inossidabile». La grande mostra romana “Raffaello: 1520-1483” alle Scuderie del Quirinale è rimasta invisibile e abbiamo potuto ammirare i suoi capolavori solo con un percorso virtuale.  

Vogliamo celebrarlo anche noi, dedicandogli una serie di articoli che, secondo il nostro modus operandi, ne analizzano lo sguardo di genere attraverso l’esame delle tante figure femminili che Raffaello ha ritratto.  

Sin dal Cinquecento quest’artista, modello insuperato e ambasciatore dell’arte italiana nel mondo, fu particolarmente apprezzato per i suoi ritratti femminili. E tra le donne, la Madre di Dio, ritratta col suo Bambino, ricorre frequentemente: più di trenta sono le opere che Raffaello ha realizzato su questo soggetto nel corso della sua breve vita, tanto da essere definito «il pittore delle Madonne». Il soggetto travalica il significato religioso per arrivare all’ideale di bellezza e perfezione assoluta, obiettivo di tutta la sua produzione artistica. 

Raffaello amò profondamente le donne, nell’arte come nella vita. Vasari racconta che morì prematuramente per aver troppo amato, riferendosi alla sua disordinata vita sessuale. Fu un vero tombeur des femmes, amante di splendide donne, che posarono per lui nelle vesti di Madonne e/o figure mitologiche. La più famosa fra tutte fu Margherita Luti, figlia, si dice, di un fornaio di Trastevere e per questo motivo chiamata “Fornarina”, che secondo il Vasari «Raffaello amò fino alla morte», scegliendola come modella per tanti suoi dipinti. 

L’artista a Roma viveva come un principe, poteva frequentare le cortigiane più ricercate con il benestare dello stesso Papa. Proprio i suoi eccessi amorosi furono, secondo il Vasari, la causa della morte, avvenuta a soli trentasette anni: una febbre improvvisa in pochi giorni mise fine alla sua esistenza. Il decorso della malattia unito ad altri sintomi ha fatto pensare invece a una forma di polmonite curata male, perché Raffaello, secondo la teoria del tempo che attribuiva la febbre a un eccesso di sangue, venne trattato con salassi, assolutamente sconsigliati in caso di febbre polmonare. 

Da Roma, percorsi di genere femminile, a cura di Maria Pia Ercolini, Iacobelli editore, 2011: «Abitava forse al n. 20 di via di Santa Dorotea, in quella casa d’angolo del Quattrocento che usa colonne di spoglio per sostegno e una finestrella a sesto acuto. Margherita Luti cuoceva il pane nel forno quando il pittore, alle prese con gli affreschi di Psiche e Galatea, passando e ripassando sotto quella porta, la vide e se ne innamorò…. Raffaello perse la testa per il suo corpo, come sostenne il Vasari, o per il suo sguardo, come vuole il racconto popolare. Fatto sta che Agostino Chigi acconsentì a ospitarla in villa pur di veder progredire i suoi affreschi arenati per troppo amore. Forse, come sostengono alcuni, l’innamorata fedele che alla morte dell’artista si rinchiuse nel convento di Santa Apollonia, non è mai esistita e la modella altri non era che una cortigiana affacciata alla finestra per adescare i clienti». 

Raffaello, La Fornarina, 1520 circaGalleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma 

A testimoniare la relazione amorosa tra Margherita, detta Ghita, e Raffaello è il dipinto in cui il pittore la ritrae, una delle ultime opere dell’artista, databile al 1520 circa e conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. La donna è ritratta di tre quarti, rivolta verso sinistra, a seno nudo, con il ventre appena coperto da un velo trasparente, che regge con la mano destra; il suo atteggiamento di finta pudicizia sortisce l’effetto contrario, orientando lo sguardo di chi osserva proprio su ciò che sembra voler nascondere; in testa porta un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre, fermato da una spilla con perla pendente. Alle sue spalle, un folto cespuglio di mirto, pianta sacra a Venere, e un ramo di melo cotogno, simbolo di fertilità. Sul bracciale l’autore si firma: RAPHAEL VRBINAS. 

L’artista conservò questo dipinto nel suo studio fino alla morte, e la critica non esclude vi abbia messo mano, per completarlo, anche l’allievo Giulio Romano. Probabilmente si tratta di un lavoro a più mani secondo la prassi della bottega romana di Raffaello. Dopo alcuni passaggi di proprietà, fu acquistato dai Barberini ed è citato nei loro inventari a partire dal 1642. Una copia si trova alla Galleria Borghese: si riteneva fosse opera di Giulio Romano; in tempi più recenti è stato invece attribuito a un altro allievo del celebre Maestro, Raffaellino del Colle. 

Molti però considerano questa love-story solo frutto di una leggenda.  

Domenico Cunego, La Fornarina, incisione, 1772, Istituto Centrale per la Grafica, Roma 

Il nome “Fornarina” risale al 1772, quando fu aggiunto in calce a un’incisione di Domenico Cunego. Lo studioso Giuliano Pisani in Le Veneri di Raffaello (Ediart 2015) sostiene che secondo un’antica tradizione, documentata già nei classici greci e poi anche in età medievale e rinascimentale, il termine “forno” e i suoi derivati “fornaio”, “fornaia”, “infornare”, ecc. indicano metaforicamente l’organo sessuale femminile e tutte le pratiche riguardanti l’accoppiamento. 

La donna ritratta nella Fornarina sembra sia la stessa ritratta anche in La Velata, nella Madonna Sistina, nel Trionfo di Galatea e in altri dipinti di Raffaello: appaiono simili i lineamenti del volto, il mento piccolo, gli occhi castani e il naso piuttosto lungo. 

La Velata è un dipinto assegnato a Raffaello dagli studiosi dell’Ottocento, databile al 1516 circa, realizzato quindi prima della Fornarina, e conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. La posa è la stessa, di tre quarti, con lo sguardo rivolto allo spettatore, stessa anche la cura nell’abbigliamento, nei riflessi luminosi della seta e l’attenzione ai gioielli: tra i capelli compare la stessa spilla che adorna il turbante della Fornarina. Il velo posato sui capelli, da cui il titolo di “Velata”, indica la condizione di donna maritata, ma l’identità della protagonista è rimasta incerta. Secondo Vasari si tratterebbe del ritratto di Margherita Luti, ma il ricco abito e i gioielli fanno pensare piuttosto a una nobildonna. 

Raffaello, La Velata, 1516, Galleria Palatina, Firenze (sinistra) – Madonna Sistina, 1513/14, Gemäldegalerie, Dresda (destra

La Madonna Sistina, databile al 1513-1514 circa, è un dipinto conservato nella Gemäldegalerie di Dresda. Sin dal Settecento gli studiosi hanno trovato somiglianze tra il volto di questa Madonna e quelli della Fornarina e della Velata. Maria incede scalza, vestita semplicemente e priva di gioielli, e la sua bellezza raggiunge una rara perfezione. Potrebbe, però, trattarsi anche di generiche immagini femminili, non identificabili, modelli di mogli devote o sensuali amanti, come sostiene Cristina Acidini Luchinat (Raffaello, Sillabe, Livorno, 1999). 

C’è anche chi ritiene che non solo non rappresentino la stessa donna, ma addirittura potrebbero non essere dello stesso artista. Per Tom Henry e Paul Joannides, accademici britannici e commissari della mostra dedicata alla pittura degli ultimi anni di Raffaello, svoltasi nel 2012 presso il Prado e il Louvre, i due quadri, La Velata e La Fornarina, sarebbero genericamente incarnazioni della Venere che presiede all’amore. Giuliano Pisani, nell’opera già citata, richiamando il dipinto di Tiziano, Amor sacro e Amor profano, ipotizza che Raffaello abbia ritratto nella Fornarina la Venere celeste, l’amore che eleva gli spiriti alla ricerca della verità e della bellezza assoluta, e nella Velata la Venere terrestre, che guarda alla bellezza terrena e ha come fine la procreazione.  

Sebastiano del Piombo, Ritratto di donna, 1512, Galleria degli Uffizi, Firenze (sinistra) – S. Dorotea, 1512 circa, Gemäldegalerie, Berlino (destra) 

Bisogna dire ancora che l’appellativo di “Fornarina”, a inizio Ottocento, era usato per altri tre ritratti: il Ritratto di donna degli Uffizi a Firenze, la Santa Dorotea della Gemäldegalerie di Berlino, e una copia di quest’ultima conservata nel Museo di Castelvecchio a Verona. Il Ritratto degli Uffizi, ritenuto prima di Raffaello, poi di Giorgione e recentemente attribuito a Sebastiano del Piombo, datato 1512, sicuramente è raffaellesco per la posa della donna, per l’attenzione ai dettagli dell’abito, e la resa materica delle stoffe. La S. Dorotea di Berlino, che si riconosce per il cesto di mele, uno degli attributi della santa, a lungo ritenuta anch’essa opera raffaellesca, già nell’Ottocento era stata attribuita a Sebastiano del Piombo: richiama La Velata per via della mano destra che sorregge sul seno una mantella. Ambedue furono dipinti dall’artista veneziano proprio quando a Roma partecipava ai lavori di decorazione della Villa della Farnesina di Agostino Chigi, insieme a Raffaello. 

La Fornarina ha ispirato numerosi pittori che, viaggiando di fantasia, ci hanno fatto immaginare l’idillio dei due amanti: uno per tutti Jean-Auguste-Dominique Ingres, che nel 1814 realizzò il dipinto (in copertina) conservato al Fogg Art Museum di Cambridge nel Massachusetts. La scena si svolge nello studio del pittore: i due giovani al centro della scena si abbracciano. Lei porta lo stesso turbante oro e blu della Fornarina di Palazzo Barberini; sul cavalletto il famoso ritratto ancora non finito e sul fondo si intravede una celebre opera dell’artista, la Madonna della Seggiola

Locandina dell’opera musicale di Giancarlo Acquisti Raffaello e la leggenda della Fornarina

Anche nel campo letterario e teatrale viene celebrato questo amore: sono usciti recentemente due romanzi, uno di Giovanni Montanaro (Guardami negli occhi, Feltrinelli, 2017), l’altro di Pierluigi Panza (Un amore di Raffaello, Mondadori,2020); nel 2011 è andata in scena al Teatro Argentina di Roma un’opera musicale composta da Giancarlo Acquisti, Raffaello e la Leggenda della Fornarina

Nel 1514 Raffaello si fidanzò ufficialmente con una nipote del cardinale Medici Bibbiena, che però non condusse mai all’altare: probabilmente era già sposato in segreto con Margherita, che, vedova inconsolabile, alla morte dell’artista, scelse di ritirarsi in convento. 

«Sono vecchia. Ho quasi ventiquattro anni. Roma si è dimenticata di me, ma io non mi sono dimenticata di lui. Nessuno si è dimenticato di lui. Lui è ancora lì con le sue Madonne tenere e affettuose, è ancora lì con le sue Veneri sconce alle pareti. Eccolo, lui: è un’immagine fissa, eterna. Lui è il Santo tra i pittori, è il pittore dell’amore. E se bambina l’ho amato, ora lo piango e piango con lui le gioie della giovinezza. Non voglio più sciogliere i capelli, né salire sul letto di un uomo o rivedere la luce di Roma. Sono io quella del dipinto. E loro sono tutti morti» (da Un amore di Raffaello di Pierluigi Panza). 

In copertina: Jean-Auguste-Dominique Ingres, Raffaello e la Fornarina.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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