Sophia De Mello Breyner Andersen. La conchiglia di Kos

Vi è mai venuta la curiosità di osservare una poeta quando scrive? Di solito i suoi versi li troviamo già stampati sui libri con un carattere ben definito, con una bella copertina e delle note biografiche che riguardano l’autrice. Io, invece, vorrei portarvi nella sorgente dell’anima lì dove le parole si raccolgono intatte e pure come conchiglie sulla spiaggia. 

Sophia De Mello

Sophia De Mello è stata una delle più importanti autrici portoghesi, vincitrice del premio Camoes, ma questa potrebbe essere una semplice notizia che dice tutto o niente… in apparenza. Scrittori e scrittrici delle terre di confine, delle isole che hanno un contatto diretto con il mare hanno qualcosa che rende unico il loro rapporto con la poesia e con l’ambiente circostante. 

Lisbona è la città che ti fa comprendere le ragioni del viaggio, dell’attesa, dell’introspezione e di una quiete intoccabile. Ho provato tutte queste sensazioni ritrovando nella mia memoria un viaggio di tanti anni fa in Portogallo e osservando una foto in bianco e nero di Sophia de Mello. C’è una finestra aperta e sul davanzale delle macchinine da corsa, il cielo è limpido, sul fondo degli alberi sfocati. Lei è lì, seduta davanti a un semplice tavolo, con una tazza di tè, un pacchetto di sigarette, un posacenere, un libro aperto, pochi fogli, una sigaretta accesa tra le dita della mano sinistra, che libera nell’aria riccioli di fumo, nella destra una bic per comporre parole. Un maglioncino con uno scollo a V le lascia scoperto il collo, immortalato nell’attimo in cui il respiro più profondo porta indietro la gola e si fonde con un’espressione dolce, serena e senza tempo. Quando accade questo, nell’anima della poeta è avvenuto il miracolo. È l’attimo del perfetto equilibrio tra sé e il mondo, l’attimo in cui si è testimoni di una rivelazione, l’attimo in cui il tempo smette di essere perché la penna ti ha messo a cospetto dell’eternità. Ecco perché nella poesia La conchiglia di Kos, la valva del mitile assume un valore simbolico, smette di essere il niveo ornamento depositato dal mare per diventare la perfetta sintesi di tutte le atmosfere che hanno nutrito e creato lo spirito poetico:  

«Questa conchiglia non l’ho raccolta 
Su nessuna spiaggia 
Ma nella mediterranea notte blu e nera 
La comprai a Kos in un negozio lungo il molo 
Vicino agli alberi oscillanti delle barche 

E mi sono portata con me il fragore delle burrasche 
Ma non sento in essa 
Né le mareggiate di Kos né quelle di Egina 
Solo il canto della vasta e lunga spiaggia 
Atlantica e sacra 
Dove per sempre la mia anima fu creata» 

Sophia De Mello

Quante volte abbiamo fatto quell’istintivo gesto di portare la conchiglia all’orecchio per sentire il suono del mare, un suono che ci ricorda qualcosa di familiare, un suono che conforta, quasi contenesse l’archetipo del battito fetale, capace di ricondurci all’acqua, intesa come liquido amniotico, che ha visto il nostro essere indistinto, inesistente, trasformarsi in persona. Il mare nei versi della poeta diventa un sicuro e accogliente ventre materno; infatti non c’è lo spavento delle mareggiate o delle burrasche ma semplicemente il suono di un canto, simile a una ninna nanna dove l’anima ha preso forma per sempre. L’avverbio, in questo caso, non indica semplicemente la durata nel tempo ma ferma il tempo sigillando un patto, un legame indissolubile. Cosi nella poesia Le Onde, i flutti sembrano giocare nel loro moto e non sono mai fonte di sconvolgimenti ma diventano ballerine: 

Sophia De Mello

«Le onde s’infrangevano una a una 
Io stavo sola con la sabbia e con la spuma 
Del mare che cantava soltanto per me» 

Lisbona ha, da questo punto di vista, un doppio legame con l’acqua, essendo attraversata dal Tago e affacciata sull’Atlantico. Quando si visita la Torre bianca di Belem ben si comprende la ragione che spinse il re lusitano Enrico il navigatore a finanziare le spedizioni atlantiche che portano, tra l’altro, Bartolomeo Diaz a circumnavigare l’Africa, doppiando il capo di Buona Speranza e aprire, così, una nuova rotta verso le Indie. Si avverte nella città di mare il desiderio di un altrove, di procedere verso una destinazione, di nascere, in sostanza. Se il mare è il luogo della nascita, la poesia sigilla e rende eterna la vita stessa della poeta: 

«La poesia mi condurrà nel tempo 
Quando non sarò più l’abitazione del tempo 
E passerò solitaria 
Dentro le mani di chi legge. 
La poesia qualcuno la dirà 
Alle messi 
Il suo passaggio si confonderà 
Come il rumore del mare con il passare del vento 

La poesia abiterà 
Lo spazio più concreto e più attento 
Nell’aria chiara nelle sere trasparenti 
Le sue sillabe rotonde 
(O antiche o lunghe Eterne sere lisce) 
Anche se morirò la poesia incontrerà 
Una spiaggia dove infrangere le sue onde 
E fra quattro pareti dense 
Di profonda e divorata solitudine 
Qualcuno il suo proprio essere confonderà 
Con la poesia nel tempo» 

Sophia De Mello

Quando De Mello afferma che la poesia «abiterà/lo spazio più concreto e più attento/nell’aria chiara nelle sere trasparenti», cosa ci vuole comunicare esattamente? È possibile che la poesia abiti luoghi che sono predisposti a essere occupati da mobili, oggetti e persone? Cosa potrebbe significare? Le parole si comportano come ostetriche, segnano momenti di rinascita, di epifania come se ci offrissero l’opportunità di osservare la medesima realtà con occhi nuovi. Potrebbe sembrare un passaggio semplice ma, in realtà, presuppone una disconnessione da sé stessi/e e una successiva riconnessione attraverso la quale si modifica il modo di osservare noi stesse/i e il mondo. In sostanza si tratta di un processo di evoluzione. Non ci può essere una vita ricca senza una ricchezza di parole che spieghino nel dettaglio persino un intarsio. Forse, è possibile possedere poche parole ed essere ugualmente ricchi/e, a condizione che esse abbiano radici profonde e siano complementari agli occhi, alle mani e ai sorrisi che sono la testimonianza della nostra apertura al mondo. A questo proposito la filosofa Luce Irigaray parla proprio del «linguaggio come strumento per costituire il mondo o appropriarsene, o come mezzo per incontrare soggetti. Il linguaggio dovrebbe aiutarci a portare a termine ciò che un albero fa senza ricorrere alle parole: realizzare ciò che è trasformando le sue radici in fiori e frutti». Il riferimento a un linguaggio generativo lo fa De Mello stessa rivolgendosi, direttamente, a lettori e lettrici: «E passerò solitaria dentro le mani di chi legge». Non è, forse, un invito ad assumere il suo stesso sguardo affinché la poesia sia luogo di incontro e rinascita? Ci si chiede: come si esercita l’attenzione? Ce lo spiega il filosofo francese Frederic Lenoir: «L’attenzione è anzitutto ciò che permette di essere connessi ai nostri sensi. Molto spesso siamo presi da mille problemi e, con la mente, così sovraccarica, non facciamo attenzione a quello che viviamo. Solo quando siamo attenti, ci lasciamo abitare dai nostri sensi: ascoltiamo, sentiamo e contempliamo. Siamo immersi nell’hic et nuc». 

Dunque, l’aria chiara e le sere trasparenti, di cui si parla nei versi precedenti, non assumono più un valore utilitaristico: è una bella serata, esco; è una bella serata faccio qualcosa; è una bella serata incontro gli amici, ma questa sera limpida è il luogo del qui ed ora e rappresenta l’occasione in cui io mi immergo con tutta me stessa/o assumendone la chiarezza e la trasparenza. Ne divento parte e godo di un’armonia cosmica di cui spesso non abbiamo alcuna percezione. Ecco che la poesia diventa un luogo da abitare poiché si è trasformata in un cantuccio di riposo di riconnessione e di salvezza. 

Scrive ancora De Mello: 

«Un giorno spezzerò tutti i ponti, 
che legano il mio essere, vivo e totale, 
all’agitarsi del mondo dell’irreale, 
e calma salirò alle fonti. 
Andrò fino alle fonti dove dimora 
la pienezza, il limpido splendore 
che mi fu promesso a ogni ora, 
e nel volto incompleto dell’amore. 
Andrò a bere la luce e del sole il sorgere, 
andrò a bere la voce della promessa 
che a volte come un volo mi attraversa, 
e là compirò tutto il mio essere» 

Si porta a compimento la dimensione di gioiosa comunione con la poesia che conduce alla sorgente della vita, in cui il cuore della poeta batte allo stesso ritmo del cosmo:  

«Le mie mani mantengono stelle, 
afferro la mia anima perché non si spezzi 
la melodia che va di fiore in fiore, 
strappo il mare dal mare e lo pongo in me 
e il battere del mio cuore sostiene il ritmo delle cose» 

Sophia De Mello

Ritorniamo all’inizio del nostro viaggio nell’anima di Sophia De Mello poiché manca un ultimo tassello: Lisbona. Ciascuno/a di noi è senza dubbio figlio/a della terra in cui nasce, ne porta con sé i profumi, i paesaggi, le malinconie, gli improvvisi sprazzi di luce. Il luogo d’origine riguarda, forse, anche il destino di ogni essere umano, se con questa parola non intendiamo un percorso scritto e ineluttabile, ma una vocazione da scoprire e compiere. La città lusitana è così: è il desidero del viaggio e la nostalgia del ritorno che ha un nome ben preciso A Saudade portuguesacantata attraverso la musica del fado che ha proprio nel destino il suo significato più profondo. Tutto il percorso iniziato con la descrizione della poeta alla finestra non poteva avere il suo naturale compimento se non nella lirica dedicata proprio a Lisbona:  

«Lisbona che oscilla come una grande chiatta 
Lisbona crudelmente costruita lungo la sua stessa assenza 
dico il nome della città 
dico per vedere» 

Dire un nome è creare qualcosa che non c’è, scrivere poesie è fissare nel tempo ogni rinascita. 

***

Articolo di Giovanna Nastasi

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Giovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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