Il Libro delle laudi di Patrizia Valduga è come «una violenta fioritura di libertà»

Fare poesia oggi è, per chiunque, un atto di coraggio. Tuttavia, secondo Andrea Zanzotto, celebre poeta veneto del secondo Novecento, Patrizia Valduga si contraddistingue per un «coraggio esplosivo»; egli racconta le sue poesie come delle «violente fioriture di libertà». In particolare, si riferisce ai versi della terza sezione del Libro delle laudi, che affrontano con schietta provocazione personaggi del mondo culturale contemporaneo, per nome e cognome. Il Libro delle laudi, l’oggetto principale di analisi della mia tesi, ripercorre l’evoluzione del dolore della poeta: dalla malattia del suo compagno Giovanni Raboni, alla morte, alla solitudine della vita senza di lui, auto-analizzando i tormenti personali, fino a una coraggiosa presa di coscienza valevole per riaprirsi in maniera disillusa al paesaggio umano, anch’esso problematico.

La tesi, rispettando questa prospettiva, consta di tre capitoli. Il primo è dedicato interamente al profilo biografico e bibliografico dell’artista: vita, formazione culturale, collaborazioni lavorative, produzione e riconoscimenti, fino a proporre un’interpretazione insolita che ella stessa dà di sé in Poesie erotiche: intitola l’epilogo «Confessioni di una ladra di versi», perché si confessa al pubblico, parla dei suoi peccati, che però le piacciono e vuole ricommetterli. Inoltre, come lei ci spiega, è semplicemente impossibile che uno scrittore non riutilizzi in qualche modo la tradizione che lo ha preceduto, e questa immensa tradizione letteraria fa sì che la poesia non appartenga interamente alle/ai poeti, «le parole poetiche che si sono amate, ritornano, come una restituzione d’amore»; ritornano a lei, pronte per essere reinventate, per reinventare se stessa. Non è difficile crederlo, laddove la prima “appropriazione” è evidente sin dal titolo: risuonano le Laudi dannunziane. Ricorre all’esteta pescarese per lo spirito di restaurare la tradizione letteraria e la forma pura; a Pascoli per la lingua “semplice” e per la poetica del fanciullino; a Dante, Petrarca, Della Casa, Tasso, Zanzotto per lo schema del sonetto; a Proust per il moralismo e la dimensione religiosa; e così via.

Il secondo capitolo aspira ad analizzare l’opera, il Libro delle laudi, su tre piani. Primo fra tutti, il contenuto. Partendo dagli studi di Stefano Giovanardi sulla poesia contemporanea, Valduga è inserita nel filone che incrementa le funzioni rappresentative dell’io a discapito di ogni contesto, il Libro delle laudi e il suo percorso della sofferenza ne sono infatti un esempio. Se in tutte le sue opere vige la regola del binomio ἔρως e θάνατος, qui l’eros viene meno, a differenza della morte, che è co-protagonista insieme alla “vita”, ed essa si esprime in forma di πνεύμα (“soffio vitale”), infatti Raboni nella prima sezione è quasi-morto, ancora, a stento, respira. Questa parte del libro è una dolorosa preghiera rivolta a Dio, in attesa di un miracolo che riesca a salvare entrambi. Ma inevitabilmente la vita di Raboni si spegne: in silenzio… con continuità infatti nella seconda sezione lui è dentro di lei, e, come una torcia che non perdona, le fa luce nella sua interiorità più profonda, confessandosi con lui, morto, per confessarsi, appunto, a se stessa. Non sopporta più il peso del non-detto, in una fase della vita in cui l’altalena fra la vita e la morte va sempre più veloce. Ricompone la sua infanzia per mezzo di una sorprendente autoanalisi, in chiave freudiana, oggettiva e in terza persona:

«Capisci, vero?, quello che ho capito…
e ci ho messo cinquantacinque anni…
Ma questo male impresso nella mente
mi ha portato da te, vero?, Giovanni…»
(sezione II, vv. 63-66)

Il secondo piano riguarda la forma: secondo Giovannetti, ripesca forme metriche antiche, come in questo caso la lauda, in qualità di strumento conoscitivo della realtà. Altri studi di Emilio Speciale hanno scoperto che questa politica di recupero di cui lei fa parte ha avvicinato il lettore, non il contrario, attraverso una forma metrica fatta di versetti apparentemente “salmistici”, che si perdono nel bianco del foglio: distici che saltano nel vuoto; attraverso un ritmo che predomina sul verso; e ancora un andamento lento, dei punti di sospensione, dei drastici enjambement, dei punti esclamativi e altri interrogativi:

«Ho corso tanto… non ho fiato… aspettami…
sto zoppicando… e la piaga suppura…
Che ronzio ho nella testa, come bruciano
le mie palpebre… amore, che paura…»
(sezione II, vv. 127-130)

Infine, l’ultimo paragrafo: il livello dell’ispirazione, quellache ha incitato la poeta a scrivere dopo sette lunghi anni di silenzio. La prima scintilla, sin dalla prima opera, scatta grazie ad una profonda volontà di ricerca: la sua particolarità sta nell’inseguire un equilibrio definito “instabile”, tipico del “punto di sella”. Il punto di sella nasce come concetto fisico-matematico dove il segno in questione si trova in una situazione “critica” di una determinata funzione a più variabili, tali per cui la matrice abbia sia un valore positivo, che uno negativo, stabilendo quella stessa condizione di equilibrio da cui si è sentita trattenere la poeta, fra due punti che si azzerano, si annullano. Non è una nozione certa, né in matematica, né (chiaramente) in poesia: difatti la sua qualità è il suo valore soggettivo: dipende dal punto di vista. Secondo Valduga, è quella la posizione perfetta da cui il flusso di scrittura può derivare: «dove non si è del tutto coscienti di sé ma non si è neanche fuori di sé»; fra il conscio e l’inconscio, fra la sobrietà e l’ubriacatura.

Il terzo capitolo si occupa di riflettere sul suo ruolo di intellettuale in relazione al mondo esterno, dimensione trattata non a caso nella terza sezione del Libro delle laudi. Critica i giornalisti per il fatto di impoverire culturalmente la letteratura attuale, manipolare la mediaticità. Nomina, in ordine, Gaber, De Andrè, Saviano e Merini,non tanto per giudicare le loro capacità di cantautori e scrittori, ma, appunto, le scarse competenze dei giornalisti italiani, che si ritrovano a fare il lavoro della critica letteraria e, di conseguenza, del mercato. Si leggono ben sedici distici con «i giornalisti» in epistrofe, presentandosi come un “peso” martellante uditivo (e visivo), il più delle volte appaiono in qualità di risposta a domande retoriche che puntano solo alla loro “diffamazione”, per esempio «Chi fa i lettori sempre più ignoranti? / Gli ignoranti furbastri giornalisti». Ignoranti perché considerano «Poesiiia» (e qui li imita) la scrittura dei cantautori contemporanei, perché si fingono storici, o addirittura filosofi.  In Belluno (2019) approfondirà con veemenza il discorso: lo scenario poetico, sette anni dopo, è peggiorato, il danno più serio è l’improvvisazione dei ruoli che trascina in un terreno grigio la definizione stessa di poesia.

In ultima analisi, la poesia di Valduga, non è solo revisionismo metrico o eroticità diffusa, ma è anche e soprattutto ripensamento del ruolo di chi fa poesia e del suo prodotto artistico, come “etico-politico” in un mondo che non le piace più, dove lei si è trovata sola, dove l’unico motivo di speranza e ringraziamento sono le grandi opere dei grandi autori come, secondo lei, Raboni o Zanzotto. Infatti, è emerso che per lei un buon artista è colui che anticipa i tempi, e Zanzotto ne è una prova. La sua grandezza risiede in ognuna delle sue opere dal sapore “profetico”, nelle quali paesaggio umano e paesaggio linguistico coincidono, la poesia e la sua lingua sono essenza e salvezza della vita: «Noi siamo come parliamo. E se leggiamo la poesia di Andrea [Zanzotto], parliamo meglio. E se parliamo meglio, pensiamo meglio. E se pensiamo meglio, votiamo meglio. E nel mondo ci sarà meno ingiustizia. E tutto il paesaggio si salverà».

Zanzotto sta a Valduga, come Valduga sta a me. Il mio “incontro” con la poeta avvenne in maniera del tutto casuale: durante un corso di letteratura contemporanea, la professoressa ci assegnò il compito di approfondire un’autrice/un autore a scelta tra quelli indicati nel programma, al fine di presentarla/o al resto della classe; e io, ricordo bene, scelsi lei, per un sol fattore “estetico”, deludente che potesse essere la lettura. Cercando il suo nome su Google, mi incuriosì senza indugio la sua coraggiosa estrosità, il cappello a falda larga e i guanti alti neri, che le conferivano un aspetto anacronistico. Non sapevo nulla delle sue attitudini poetiche, del suo modus operandi, ma nel giro di poco tempo si inserì prepotentemente nelle mie letture e nella quotidianità finendo per “salvare” il mio paesaggio. Mi ha aiutata a non aver paura dell’“inferno” interiore, anzi a goderne dei benefici. Ho apprezzato più che mai il suo strumento: la forma chiusa, perché ogni catena ha una chiave, riprendendo Petrarca. Ho imparato a ricercare in tale disordine l’equilibrio che, anche se imperfetto, si è rivelato straordinariamente variopinto nelle sue mille sfaccettature, prima fra tutte l’amore, proprio di «luce pura».

«Non posso più scappare da me stessa:
mi scova ovunque la tua luce pura.
Piango di me, su me, apro il mio inferno,
se l’inferno non è la mia natura».
(sezione I, vv. 27-30)

La tesi integrale al link: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/108_Ursini.pdf

***

Articolo di Marlene Ursini

Ho 22 anni, sono nata a Fossacesia, ma vivo prevalentemente a Roma. Ritengo che le chiavi del successo più genuine siano la curiosità e il saper apprendere con rispetto e criticità dall’altro. Grazie a esse ho sviluppato svariate passioni come viaggiare, andare a concerti e fare sport; amo la letteratura italiana, l’arte moderna, la storia contemporanea e la politica. Il mio sogno è quello di poter lavorare nel mondo del giornalismo televisivo o radiofonico.

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