BERTA CÁCERES FLORES

Chiunque in Europa conosce, più o meno approfonditamente, le “civiltà precolombiane”, come quella Azteca, Maya o Inca. Forse abbiamo sentito parlare anche di Sioux, di Cheyenne e persino di Mapuche. Ma quante persone nel nostro mondo “civilizzato” conoscono il popolo Lenca? È già di per sé significativo il fatto che nessuno ne abbia mai sentito parlare.

Donne Lenca

Si tratta di un’antichissima civiltà che popola i boschi e i monti dell’America Centrale, vivendo prevalentemente di agricoltura, caccia e pastorizia. Ne consegue che per loro il rispetto della Terra è vitale: l’inquinamento dell’acqua fluviale e la distruzione delle foreste sarebbero causa di estinzione. I beni comuni della natura sono i diritti basilari di tutti i popoli nativi.

Bisogna aggiungere che per le tribù Lenca, come per tutte le popolazioni indigene americane, l’acqua non è soltanto fonte di vita biologica. La cosmogonia andina vede l’acqua come una cosa sacra, più di un semplice essere vivente: è il sangue della Pachamama, la Madre Terra tradizionalmente venerata in tutti i culti locali; sottrarre o inquinare l’acqua è un crimine contro il mondo e il suo Spirito, contro la Natura e le persone, molto più grave dell’idea cristiana di peccato. Il fiume Gualcarque, in particolare, oltre a dare sostentamento ad almeno seicento famiglie nella zona di Rio Blanco, è da sempre considerato un luogo sacro e un punto di incontro di tutti gli spiriti della Terra e dell’Acqua presenti nella regione.

Membri di una pandilla

In Honduras corruzione e abusi di potere sono all’ordine del giorno, come lo sono per la popolazione i continui attacchi di pandillas, bande paramilitari generalmente armate e finanziate dalle multinazionali e dai narcotrafficanti. Il golpe del 2009, riuscito grazie all’appoggio degli Stati Uniti, ha gettato il Paese nel più sfrenato neoliberismo: totale libertà di azione e di devastazione per le imprese e fortissima repressione contro chiunque tenti di ostacolarne i profitti. Di recente, numerosi decreti governativi hanno autorizzato la costruzione di impianti turistici e petroliferi persino su aree naturali protette; solo tra il 2009 e il 2015 sono stati privatizzati quarantasette fiumi e costruite ventisette dighe, per non parlare delle almeno quattrocentosettanta concessioni minerarie che hanno svenduto una superficie pari al 31% dell’intero territorio del Paese (non tutte le concessioni sono date in forma ufficiale e molte non sono rintracciabili nei documenti). Le zone coltivabili non ancora svendute sono ormai danneggiate dal mercurio, dall’arsenico e dal cianuro usati negli impianti. Agli abitanti di quelle terre, schiacciati tra povertà e disoccupazione da un lato ed esercito e bande dall’altro, non resta che la fuga verso Nord, a ingrossare le fila dei migranti clandestini che affluiscono verso gli Stati Uniti attraversando il Messico.

Berta Cáceres a una manifestazione del Copinh

Nel 1993 era stato fondato il Consejo de las Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (Copinh) il quale negli anni aveva ottenuto svariate vittorie in materia di ecologia e sviluppo sostenibile. Ma nel 2009, subito dopo il golpe, sono stati rilasciati numerosi permessi per costruire enormi impianti minerari e idroelettrici, con annesse dighe. Titolari dei progetti sono imprese cinesi e nordamericane con capitali anche europei. Tali appalti sarebbero formalmente vietati dalla Convenzione Onu 169 sul diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni del 1989, secondo la quale grandi opere di questo tipo necessitano del consenso della popolazione locale. Per ottenere diritti che formalmente non avrebbero, le grandi aziende fanno ricorso alle cosiddette “squadre della morte”, bande armate che uccidono, del tutto indisturbate, chi difende l’ambiente, stuprano donne e incendiano villaggi saccheggiandone le terre e devastandone le coltivazioni. Esecutori e mandanti non sono mai stati trovati, eppure, dal 2010 a oggi, sono stati assassinati ben centouno ecoattivisti (se ci si attiene alle statistiche ufficiali). Secondo le stime di Amnesty International, l’Honduras è il primo Paese al mondo per uccisioni di militanti ambientalisti.

È in questo contesto che si colloca la figura di Berta Cáceres Flores, nata il 3 marzo 1971, ambientalista, attivista per i diritti umani e portavoce del Copinh. Sotto la guida di questa donna la comunità di Rio Blanco ha ottenuto la sua più grande vittoria: estromettere dalla zona i maggiori costruttori di dighe al mondo, l’americana Desa (di cui una parte dei profitti sarebbero andati al governo postgolpista dell’Honduras) e la cinese Sinohydro, bloccando così la costruzione del gigantesco complesso idroelettrico Agua Zarca, composto di più dighe sul Rio Gualcarque, che sarebbe dovuto essere il più grande impianto idroelettrico del mondo.

Un murale dedicato a Berta Cáceres

«Nelle nostre visioni del mondo – spiega Berta Cáceres – siamo esseri emersi dalla terra, dall’acqua e dal grano; il popolo Lenca è l’ancestrale custode dei fiumi ».

Difficile che una diga possa scardinare credenze così tanto radicate.

In seguito all’ennesimo omicidio di un indio, Berta Cáceres ha fatto ricorso alla Banca Mondiale, ha presentato denunce per la situazione al Congresso degli Stati Uniti, alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e all’allora segretaria di Stato Hillary Clinton, ma da nessuno di questi ha ricevuto ascolto. Per questo, nel suo Paese, è stata accusata di terrorismo, ha subito anonime minacce di morte e ha dovuto mandare le sue tre figlie e il figlio in Argentina per paura di sequestri o ritorsioni.

Ha portato la voce degli Indios, senza voce da più di cinque secoli, alla Corte europea di Strasburgo, al Tribunale dei Popoli, alla Corte interamericana per i diritti umani e persino in Vaticano, sperando nell’aiuto del pontefice latinoamericano in difesa da ciò che lei definisce «Il sistema capitalista, razzista e patriarcale, responsabile della depredazione della Terra e dello sfruttamento delle donne indigene».

Berta Cáceres viene dal piccolo popolo Lenca, ma parla all’umanità intera:

«Costruiamo società capaci di coesistere in modo giusto e dignitoso durante la vita. Risvegliamo l’umanità!».

Manifestazione contro la costruzione della diga di Agua Zarca

Nel 2015 il suo impegno è stato finalmente riconosciuto con il Goldman Environmental Prize, il premio più prestigioso al mondo in difesa della Terra e dell’Acqua, una sorta di premio Nobel per l’Ambiente, concessole con questa motivazione: «In un paese con crescenti disuguaglianze socioeconomiche e violazioni dei diritti umani, Berta Cáceres ha radunato il popolo indigeno Lenca dell’Honduras e ha condotto una campagna di base che ha spinto con successo il più grande costruttore di dighe del mondo a ritirarsi dalla diga di Agua Zarca».

I blocchi e gli atti di resistenza passiva portati avanti dai Lenca sotto il suo coordinamento sono stati molto efficaci, ma era prevedibile che la reazione dei militari statunitensi e dei paramilitari honduregni non si sarebbe fatta attendere. La notte tra il 1° e il 2 marzo 2016, alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno, una bandilla ha fatto irruzione nella sua casa uccidendo Berta e ferendo il suo amico Gustavo Castro Soto.

Gustavo Castro Soto

La famiglia chiede giustizia e accusa: in Honduras pagare sicari è molto facile, ma la responsabilità è chiaramente di David Castillo Mejía, ex direttore della Desa; ne sono coinvolti, secondo le parole delle figlie di Berta, anche i finanziatori europei del progetto, la banca olandese e quella finlandese. L’eco della notizia si è propagata in tutto il mondo, tanto che, per lo scandalo, l’International Finance Corporation (Ifc), braccio privato della Banca Mondiale, ha ritirato i fondi per il progetto di Agua Zarca. Il governo dell’Honduras ha formalmente promesso protezione a Gustavo Castro Soto, testimone oculare dell’omicidio, ma in realtà gli ha soltanto impedito di uscire dal Paese (nel quale difficilmente sarà al sicuro) e ha sospeso il suo legale di fiducia. Il funerale di Berta Cáceres è stato seguito da una folla imponente. Ma ora le tribù Lenca sono povere, divise e non certo colte, senza di lei non sarà difficile aggirarle in cambio di denaro e riprendere i lavori.

Manifestazione popolare dopo l’assassinio di Berta Cáceres

Intanto, mentre aumenta ancora il numero di ecoattivisti e contadini assassinati, le istituzioni dell’Honduras hanno aperto un processo per omicidio di Berta. In seguito alle pressioni internazionali, gli esecutori materiali del crimine sono stati condannati ma, approfittando dell’epidemia in corso, il processo al mandante è iniziato a porte chiuse, impedendo l’accesso a giornalisti e osservatori, in una maniera che continua a preoccupare le organizzazioni in difesa dei diritti umani.

Per chiedere giustizia e trasparenza nel processo per Berta Cáceres, il riconoscimento del popolo Lenca e il rispetto dei diritti di tutti i popoli, è possibile firmare l’appello di Amnesty International all’ambasciata italiana dell’Honduras.

Tratto da un pannello della mostra Le Giuste. La presentazione della mostra in Prezi è visibile al link: https://www.giovani.toponomasticafemminile.com/index.php/it/progettitpg/percorsi-digitali/

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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