SETTIMIA SPIZZICHINO, L’UNICA SOPRAVVISSUTA

66210. Cinque cifre scalfite nella pelle e nell’anima da un inchiostro scomposto e inverdito dal tempo.
66210. La sequenza con cui Settimia Spizzichino viene registrata al suo arrivo ad Auschwitz.
È il 23 ottobre 1943, sette giorni dopo il rastrellamento del Ghetto di Roma. “Sabato nero” è come viene chiamato quel 16 ottobre in cui 1022 uomini e donne di ogni età sono stati catturati e caricati sui treni diretti ai lager.
Settimia sarà l’unica donna del Ghetto a tornare viva, insieme a soli 15 uomini.
Ma facciamo un passo indietro, più esattamente al 15 aprile 1921: Settimia Spizzichino nasce nella zona di Roma nota come “Ghetto”, in una via al cui posto oggi, a seguito delle rivoluzioni urbanistiche mussoliniane, si slarga piazza Monte Savello. È la quinta di sei fratelli e sorelle: un unico maschio, Pacifico, poi Enrica, Ada, Gentile, Settimia e Giuditta.
Dopo un breve periodo trascorso a Tivoli, la famiglia torna a Roma a seguito delle leggi razziali del 1938 e il padre riesce ad aprire un negozio vicino al Pantheon, dove Settimia lavora come cassiera.
Nonostante le feroci discriminazioni, gli Spizzichino riescono a trovare un loro equilibrio e la vita procede in un’apparente, relativa tranquillità fino alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, e al conseguente armistizio italiano, l’8 settembre dello stesso anno, a cui fa seguito l’immediata e serrata reazione delle forze armate tedesche, che nel giro di soli due giorni occupano la Capitale.
Dall’11 settembre 1943 i tedeschi cominciano a mettere in atto l’atroce piano di «soluzione finale»: Himmler, Ministro dell’Interno del Reich, ordina al tenente delle SS e comandante della Gestapo Kappler di trovare «un’immediata soluzione al problema ebraico nei territori recentemente occupati».
Iniziano le false promesse, i ricatti, le minacce: il 26 settembre Kappler impone agli ebrei del Ghetto di consegnare entro trentasei ore 50kg di oro, in cambio dell’incolumità. Obbediscono, anche gli Spizzichino, senza avere la più pallida idea di ciò che accadrà solo venti giorni dopo. Ma d’altronde, come si può immaginare che l’essere umano sia capace di una simile atrocità?
Eppure, dalle 5.30 alle 9.00 della mattina del 16 ottobre, i tedeschi circondano il Ghetto di Roma, rastrellando l’intero quartiere in una vera e propria “caccia all’ebreo”.

«Papà ci fece entrare in una stanzetta e accostò la porta, ordinandoci di stare nel silenzio più assoluto; poi andò ad aprire la porta di casa lasciandola spalancata. “Penseranno che siamo scappati” – disse piano, tornando. Forse ce l’avremmo fatta. Ma Giuditta perse la testa quando udì i passi dei tedeschi per le scale. Scappò via, si diresse proprio verso i soldati. Se li trovò davanti, si voltò e tornò da noi. Così ce li portò lì, dove stavamo nascosti. Ci fecero uscire dalla stanza, ci dettero un biglietto di istruzioni: avevamo venti minuti per prepararci e prendere con noi oro, gioielli e cibo per otto giorni di viaggio. Cominciammo a raccogliere quel po’ di cibo che c’era in casa; mi ricordo che presi un pezzo di pecorino e qualche scatola di peperoni acquistati alla borsa nera.»

Rastrellamento del Ghetto, 16 ottobre 1943

La testimone racconta poi che sua sorella Gentile si salva, con le bambine, fingendo di essere una collaboratrice domestica non ebrea e che anche il papà riesce a scappare, poco prima del raggruppamento dei prigionieri davanti a S. Angelo in Pescheria. Per fortuna Enrica, che stava giusto tornando a Roma da Tivoli, viene avvisata per tempo e resta lontana dal Ghetto.
Per Settimia, la mamma, Giuditta, Ada e la sua piccola bambina non c’è scampo.

Una volta scese dal treno, in condizioni devastanti, solo Settimia e Giuditta vengono ammesse al campo di lavoro, mentre le altre donne della famiglia vengono sterminate nelle camere a gas contestualmente all’arrivo ad Auschwitz.
Alle 48 donne che non vengono eliminate subito, i soldati danno degli stracci e rasano i capelli a zero: comincia un incubo che durerà un anno e mezzo.
Nella prima fase della sua detenzione ad Auschwitz, più precisamente nel complesso di Birkenau, Settimia è incaricata di trasportare pesantissime pietre, con la falsa motivazione di doverle usare per costruire una nuova baracca. È una bugia, racconterà, dato che le baracche sono fatte di legno: l’unico obiettivo è di sfiancare le prigioniere fino alla morte. In una seconda fase, viene invece portata negli infernali laboratori di Josef Mengele come cavia umana per le sperimentazioni sul tifo e sulla scabbia.
Verso la fine del ’44 comincia a circolare la voce dell’arrivo dei Russi: la libertà non è più una lontana utopia e tra le prigioniere torna viva la speranza.
Settimia resiste, raccoglie le ultime forze che ha e non sa che ad attenderla c’è l’ennesima sfida: la marcia della morte. Si chiama così quel viaggio devastante, principalmente a piedi, a cui sono costretti migliaia di detenuti dei lager quando i nazisti si rendono conto che è finita e che l’Armata Rossa è ormai alle porte: inizia una migrazione forzata di centinaia di chilometri verso l’interno della Germania, mentre nei campi abbandonati si distruggono le prove del genocidio. Muoiono quasi tutti, nel gelo dell’inverno polacco, ma Settimia, miracolosamente, ce la fa e arriva al campo di Bergen-Belsen, nella bassa Sassonia.
Dai suoi racconti emerge un quadro agghiacciante di quegli ultimi mesi, peggiore di Auschwitz-Birkenau, se possibile: le condizioni e l’organizzazione nel campo sassone sono ancora più inumane, è costretta a rubare qualcosa da mangiare per non morire di fame e a nascondersi sotto i cadaveri ammassati nel lager per sfuggire alla furia cieca dei soldati nazisti.
Ad oggi, non si sa come abbia fatto a sopravvivere. Quasi nessuno è uscito vivo da Belsen.
Finalmente, nell’aprile del 1945, gli Alleati inglesi liberano il campo e Settimia viene messa in viaggio verso casa: torna a Roma a settembre del ’45 e il cerchio si chiude alla stazione Tiburtina, lì dove si era aperto, quasi 2 anni prima.
È l’unica donna deportata dal Ghetto il 16 ottobre 1943 a tornare viva. Le altre sono state sterminate.

È alle sue 47 compagne ad Auschwitz che dedica il libro-testimonianza Gli anni rubati di Settimia Spizzichino, reduce dal lager di Auschwitz e Bergen Belsen, uscito nel 1996 e scritto in collaborazione con Isa di Nepi Olper.
Scrive nelle prime pagine che «in questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro. E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.»

Settimia Spizzichino si è spenta a Roma il 3 luglio del 2000. Fino all’ultimo respiro ha continuato a raccontare le atrocità di cui è capace l’essere umano, cercando disperatamente di far capire alle nuove generazioni a quali impensabili orrori possano condurre l’odio e il razzismo.

«Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz.»

Ora che la natura sta compiendo il suo ciclo e anche gli ultimi superstiti ci stanno tristemente lasciando, noi che abbiamo appena iniziato il nostro viaggio su questa Terra abbiamo il dovere civile di raccogliere il testimone e di lottare contro i rigurgiti neofascisti che cercano disperatamente nuovi “problemi da espiantare”, con moderne “soluzioni finali”. Spargere il sale sulle vostre ferite non è stato vano. Noi ora sappiamo. Noi per sempre racconteremo.

Ponte Settimia Spizzichino, Roma, foto di Francesco Miranda
Tratto da un pannello della mostra Le Giuste. La presentazione della mostra in Prezi è visibile al link: https://www.giovani.toponomasticafemminile.com/index.php/it/progettitpg/percorsi-digitali/

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Articolo di Emma de Pasquale

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Emma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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