Rosalind Franklin, scopritrice del dna

Eccoci giunte e giunti al termine del nostro viale dedicato alle Giuste, un luogo virtuale e assieme spazio simbolico che si inserisce in un progetto non solo teorico e programmatico, ma anche e soprattutto buona pratica, e quindi atto politico, promosso e portato avanti dalla nostra Associazione con l’obiettivo di dare visibilità alle donne, valorizzarne l’agito in ogni ambito del sapere, e diffonderne la conoscenza per arricchire una memoria collettiva mutilata di una parte della storia, quella delle donne, cancellate dalla Storia con la esse maiuscola — mi piace sempre ricordare la distinzione che Elsa Morante opera per risignificare la parola, attribuendole il connotato politico, la Storia degli oppressori, quello scandalo che da diecimila anni scorre inesorabilmente e parallelamente all’epopea quotidiana delle persone comuni. Potremmo contestualizzare in questa sede: la Storia maschia, degli uomini, di contro a quella femminile da essi messa in ombra. Una cattiva pratica, quest’ultima, un fenomeno sistemico che invale da tempo immemorabile nel nostro Paese e nelle società in cui la sovrastruttura patriarcale permea ogni aspetto della vita pubblica e privata, ossia nelle società tutte. A questo proposito appare significativo il fatto che il nostro viale sia lunghissimo: moltissime sono infatti le donne che con il loro apporto generativo e luminoso hanno contribuito ad arricchire e modificare la società in cui viviamo, lasciando un segno profondo in tutti gli ambiti, anche se purtroppo ancora oggi sono poco note, escluse dai libri e dalle antologie, o non celebrate come meriterebbero.

E così dunque arriviamo a parlare del settore protagonista dell’ultima tappa del nostro viale, la scienza, che annovera un numero significativo di donne che hanno operato scoperte rivoluzionarie, di fondamentale importanza per lo sviluppo e la sopravvivenza del genere umano e non solo. Tuttavia, è allo stesso tempo una branca che detiene il triste primato per il numero di donne cui è stato sottratto ingiustamente il riconoscimento per le loro scoperte, come riporta anche la bella rassegna di poster realizzata da Hydrogene Portfolio, che celebra alcune delle figure femminili più importanti della scienza nel mondo anglosassone (hydrogeneportfolio.tumblr.com/): Marie Skłodowska-Curie: la prima persona a vincere due Nobel, in fisica e chimica. Ha studiato la radioattività e ha scoperto due elementi, Polonio e Radio. A lei è dedicato l’elemento 96, il Curio; Rachel Carson: biologa marina e conservazionista, autrice del famosissimo “Primavera silenziosa”; Grace Hopper: informatica, inventò il linguaggio Cobal e inventò il termine “bug”, quando rimosse una falena dai circuiti di un computer; Jane Goodall: antropologa e primatologa, ha studiato per cinquantacinque anni gli scimpanzé del Gombe Stream National Park, in Tanzania; Sally Ride: la prima donna statunitense nello spazio, sullo Space Shuttle Challenger; Rosalind Franklin: biofisica, scoprì la struttura a doppia elica del Dna. Il suo lavoro fu alla base delle ipotesi formulate da Watson e Crick che valse loro il premio Nobel; Ada Lovelace: considerata la prima programmatrice al mondo, per il suo lavoro sulla macchina analitica di Charles Babbage; Barbara McClintock: svolse un lavoro rivoluzionario nella citogenetica e dimostrò che i geni sono responsabili della manifestazione delle caratteristiche fisiche; Jocelyn Bell Burnell: astrofisica, scoprì le pulsar, che valsero il Nobel per la fisica al suo supervisore; Dorothy Hodgkin: biochimica, ha perfezionato la tecnica della cristallografia a raggi X per lo studio delle molecole. Terza donna a vincere il Nobel per la chimica; Elizabeth Blackwell: la prima donna a ricevere una laurea in Medicina negli Stati Uniti; Lise Meitner: fisica, parte del team che scoprì la fissione nucleare, per la quale Otto Hahn vinse il Nobel. Le è stato dedicato l’elemento 109 (Meitnerio); Maryam Mirzakhani: matematica iraniana, la prima donna a ricevere una Medaglia Fields, il “Nobel della matematica”; Flossie Wong-Staal: virologa, la prima a clonare il virus Hiv e a determinarne il funzionamento, dimostrando la connessione con l’Aids; Alice Augusta Ball: chimica, sviluppò una delle prime cure note per la lebbra; Chien-Shiung Wu: fisica, partecipò al progetto Manhattan nell’ambito del quale sviluppò il processo per separare uranio-235 e uranio-238. Condusse l’esperimento di Wu, che dimostrò la violazione della parità. I suoi colleghi Tsung-Dao Lee e Chen-Ning Yang, che avevano teorizzato tale violazione, vinsero il Nobel per la fisica anche grazie al suo lavoro; Shirley Ann Jackson; fisica nucleare, la prima donna afro-americana a ricevere un dottorato al Mit; Kalpana Chawla: la prima astronauta indo-americana e la prima donna indiana nello spazio, con lo Space Shuttle Columbia; Valentina Tereškova: prima donna nello spazio; Cecilia Payne-Gaposchkin: astrofisica, formulò la teoria che permise di ricavare la composizione chimica delle stelle, oltre a fornire la giustificazione formale della classificazione spettrale; Hedy Lamarr: inventrice e attrice, i suoi brevetti sono alla base del funzionamento del moderno Wi-Fi; Emmy Noether: matematica, il suo teorema mise in luce l’intima connessione tra le simmetrie dell’universo e le leggi di conservazione; Annie Jump Cannon: astronoma, sviluppò il sistema di classificazione stellare insieme a Charles Pickeri, in uso ancora oggi; Mary Anning: proto-paleontologa, le sue scoperte e collezioni di fossili rivoluzionarono la concezione della storia della Terra.

Solo con questi nomi si potrebbe realizzare un viale delle Scienziate, come già hanno fatto Sara Sesti — matematica, ricercatrice, e Liliana Moro, entrambe collaboratrici dell’Università delle donne di Milano, nel loro volume Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie (Ledizioni, 2020).

In questa panoramica non poteva mancare di certo la biografia di Rosalind Elsie Franklin, un (altro) Nobel negato, per riportare il corsivo del contributo di Sesti, l’ennesimo: «Diede un contributo rilevante alla biologia molecolare, fornendo le prove sperimentali della struttura del Dna. L’importanza delle sue ricerche venne negata per oltre due decenni».

Nata a Londra il 25 luglio 1920 durante l’epoca edoardiana da una famiglia di banchieri di origine ebraica. All’età di nove anni fu mandata in collegio nel Sussex poi a St. Paul, una scuola diurna nella zona occidentale di Londra, dove vinse una borsa di studio e dopo aver ottenuto il diploma di istruzione primaria, iniziò a frequentare la scuola superiore, dove poté concentrarsi sulle discipline che più la interessavano: chimica, fisica e matematica. A diciotto anni si iscrisse alla Facoltà di chimica e fisica del Newnham college di Cambridge, dove iniziò a frequentare i componenti della società matematica degli archimediani, e partecipò a una riunione dell’Association of Scientific Workers, il cui presidente era Lawrence Bragg che, all’epoca, aveva condiviso il premio Nobel con il padre per aver utilizzato la diffrazione dei raggi X per determinare la struttura dei cristalli, tecniche avrebbero in seguito costituito il punto di partenza della sua attività lavorativa professionale. Dopo aver conseguito la laurea nel 1941, nel 1942 proseguì gli studi sulla porosità del carbone presso la British Coal Utilisation Research Association, conseguendo il dottorato in chimica fisica nel 1945.

Al termine della seconda guerra mondiale si trasferì a Parigi per specializzarsi nella tecnica della diffrazione ai raggi X, un metodo utilizzato anche per analizzare molecole di grandi dimensioni e dove studiò la struttura del carbonio. Nel gennaio 1951 Franklin iniziò a lavorare come ricercatrice associata al King’s College di Londra diretto da Maurice Wilkins e nell’Unità di Biofisica del Medical Research Council (Mcr), diretta da John Randall, pensando che avrebbe continuato le sue ricerche sulla diffrazione a raggi X di proteine in soluzione, invece si ritrovò a lavorare sul Dna, acido deossiribonucleico, la componente principale dei cromosomi e quindi dei geni. Alla stessa ricerca stavano lavorando contemporaneamente all’Università di Cambridge il biofisico Maurice Wilkins, il biologo James Watson e il biochimico Francis Crick. Dopo aver partecipato al secondo congresso di Stoccolma, nel quale Franklin fu testimone di una scoperta capitale da parte del fisico Pauling, l’alfa elica, una struttura regolare presente nelle proteine, approfondì le sue ricerche sviluppando immagini sempre più nitide del Dna, individuando due caratteristiche strutturali della molecola del Dna, che presentava nel lato A una forma a spirale, poco chiaro sembrava invece essere il lato B, che ella riuscì a identificare in un secondo momento, ricavando dati sulla sua densità, sul suo contenuto in acqua e sulla posizione degli zuccheri nella molecola grazie alla foto chiamata numero 51, che mostrava chiaramente un’elica. Una scoperta di capitale importanza.

La foto 51

Wilkins fornì a Watson e Crick i dati delle immagini realizzate da Franklin, e con essi elaborarono il modello a doppia elica, pubblicando sull’autorevole rivista scientifica Nature alcuni articoli dove non comparve alcuna attestazione nei confronti del meritevole lavoro condotto dalla scienziata. 

Nel 1953 Franklin si trasferì al Birkbeck College di Londra, dove studiò uno dei virus responsabili della poliomielite, fornendo la prova della particolare struttura a spirale grazie al suo metodo, con il quale continuò a studiare la struttura del virus fino a quando nel 1958, ammalatasi di cancro, morì.

Nel 1962 Watson, Crick e Wilkins ottennero il Premio Nobel per la Medicina per la scoperta della struttura del Dna. Se pure consapevoli del fatto che senza il contributo di Franklin non avrebbero mai potuto teorizzare quel modello, ancora una volta non menzionarono il nome di Franklin durante il loro discorso di ringraziamento. Si è trattato di un vero e proprio furto, di uomini che si appropriano del meritevole lavoro condotto da donne, come molti altri accaduti in tutti i rami del sapere.

Francis Crick, James Watson and Rosalind Franklin, by Quentin Blake

Il fatto che i dati scoperti da Franklin fossero alla base del modello del Dna fu reso noto soltanto nel 1968, quando fu dato alle stampe il libro a firma di Watson, La doppia elica, in cui lo scienziato racconta la storia della scoperta della struttura dell’acido nucleico, rappresentando peraltro in modo impietoso la figura di Franklin, riferendosi al suo carattere, al suo modo di vestirsi quando non addirittura al suo aspetto fisico, per dare misura delle sue abilità dal punto di vista professionale: insomma, un vero e proprio caso di sessismo, come purtroppo ancora oggi accade alle donne in ogni ambito lavorativo, tanto da destare un certo scalpore nella comunità scientifica per la completa mancanza di etica professionale. 

Il riconoscimento del lavoro della scienziata fu attestato successivamente dalla ricercatrice Anne Sayre, dal movimento femminista, dalla comunità scientifica infine, e possiamo affermare con un certo orgoglio, anche dal nostro progetto.

San Donà di Piave. Via Rosalind Franklin
Foto di Nadia Cario

Molto è stato fatto — questo è bene ricordarlo, anche per dare un senso al nostro impegno — anche se c’è molto ancora da fare per ricostruire le maglie della rete che le donne tessono in modo orizzontale — a dimostrazione di un posizionamento altro e diverso rispetto a quello autoritario e verticale maschile, “la posizione supina” di woolfiana memoria che è anche prospettiva privilegiata dell’outsider, ossia di coloro che escluse da quella società e cultura vedono di più proprio perché al di fuori, formando quella società delle Estranee di cui auspicava la costituzione nel saggio Tre Ghinee (1938) come risposta all’interrogativo sul modo in cui le donne potrebbero aiutare gli uomini a prevenire la guerra. Non riconoscendoci in quella patria che ci ha tradite, in quella cultura mortifera che ci ha prima sublimate per poi cancellarci dalla storia, ma inventando nuove parole e nuovi metodi: questa la soluzione che la scrittrice elabora. E come tradurre allora nella pratica — una buonissima pratica — la preziosa suggestione di Woolf, che poi è anche la notazione capitale dei femminismi? Rileggendo il passato attraverso le proprie madri, per riappropriarsi di una genealogia che crei modelli femminili per le giovani ragazze. Per questo il nostro viale delle Giuste celebra il fondante e fondativo contributo delle donne: perché il loro apporto non è mai solo aggiunta ma anche mutamento, per usare il corsivo di Anna Maria Ortese, grandissima scrittrice del Novecento, altra donna forse ancora poco letta e conosciuta, anche e soprattutto nelle suole, dove sarebbe più necessario e possibile agire. Nell’introduzione al suo capolavoro, Il Porto di Toledo, parlava del posizionamento delle donne nei confronti della letteratura in termini di “crimini di aggiunta e mutamento” e, insieme, come affilato strumento di conoscenza e interrogazione dell’umano, offrendo una prospettiva che è divenuta categoria critica, ripresa per prima da Laura Fortini nel suo saggio Aggiunte e mutamento. Cosa aggiunge e muta Grazia Deledda alla letteratura italiana — in M. Farnetti (a cura di), Chi ha paura di Grazia Deledda? Traduzione Ricezione Comparazione, Iacobelli editore 2010 — per citare un’altra grandissima donna, scrittrice di alto tenore, unica premio Nobel per la Letteratura in Italia, spesso assente dalle antologie scolastiche, quando non addirittura dal canone letterario. Una categoria che si può estendere e con cui è possibile rileggere l’agìto delle donne nei vari settori del sapere, così come riportano le autrici, scrittrici e critiche letterarie nel bellissimo numero di Dwf / Aggiunta e mutamento – 2005, n. 2-3 (66-67) aprile-settembre:

Quasi un manifesto. Ci sembra che l’arte sia molto lontana dalla politica nel suo comprendere il mondo e nell’indicare direzioni positive per il cambiamento — il tipo di cambiamento, il tipo di politica che noi femministe abbiamo auspicato per così tanti anni. Ogni testo di questo numero sceglie alcuni momenti dell’arte contemporanea — letteratura, cinema, regia ed arti visive in generale, etc — in accordo con quello che Anna Maria Ortese ha chiamato “crimini di aggiunta e mutamento’’, e in questo senso offrono nuove prospettive per la politica, aprendo con una sorprendente efficacia simbolica nuovi modi di vivere.

Il viale delle Giuste. Tenuta della Libera Università di Alcatraz, Gubbio (PG)

Nella speranza che anche il nostro viale si inserisca in questa categoria e si faccia strumento conoscitivo per le generazioni future, creando consapevolezza in giovani donne e uomini, cittadine e cittadini del futuro, per la costruzione di una società più equa e giusta!

Tratto da un pannello della mostra Le Giuste. La presentazione della mostra in Prezi è visibile al link: https://www.giovani.toponomasticafemminile.com/index.php/it/progettitpg/percorsi-digitali/

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Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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