Conoscete Petra Delicado?

Non è prassi comune che un personaggio di fantasia “scriva” la propria autobiografia, mettendosi a nudo e raccontando molto di sé, del passato e del presente. D’altra parte è anche vero che lettori e lettrici spesso si affezionano a protagonisti di romanzi ciclici, hanno imparato a conoscerli attraverso le storie da cui di solito qualcosa della loro giovinezza, della formazione, della vita privata emerge. Di recente due personaggi letterari ci hanno lasciato, e ci sentiamo un po’ tristi sapendo che non li ritroveremo: Salvo Montalbano è stato letteralmente cancellato dal suo autore Camilleri, mentre il commissario Ricciardi, dopo 12 romanzi, è stato abbandonato da Maurizio de Giovanni, deciso a proseguire altre serie. Alcuni di loro, poi, sono diventati immortali e rimangono vivi per sempre, grazie alla letteratura che passa di generazione in generazione. Ognuno/a di noi ha quelli più cari, che sembrano compagni di strada, amici di vecchia data, da cui non ci si vorrebbe separare. Il mondo sarebbe più povero senza il Maestro e Margherita, o senza Gregorio Samsa, o Emma Bovary. Il paragone con Petra Delicado è un po’ esagerato, lo riconosco, ma si tratta certamente di una bella figura femminile, emancipata e moderna, senza peli sulla lingua, decisa nella professione e sicura ― quasi sempre― nella vita privata, come si deduce dalle pagine che la vedono al centro dell’azione. Tutto cominciò con Riti di morte (1996) per arrivare in dodici tappe al più recente: Mio caro serial killer. Una donna che è un ossimoro vivente, proprio come il suo nome e cognome, piena di contraddizioni, perciò così umana e vera. 

Ma perchè è venuto in mente all’autrice di scrivere questo libro che, in edizione originale, è intitolato Sin muertos, giustamente: senza morti, dal momento che non è un giallo. Lo spiega in una intervista con Stefania Parmeggiani sul quotidiano la Repubblica (16 gennaio 2021): da tempo, incontrando lettori e lettrici, le venivano poste domande sul passato di Petra, come fosse appunto una persona reale, addirittura in più occasioni fu criticata per averle dato un terzo marito. «Ero sconcertata, chi era la vera Petra? Decisi di contribuire alla soluzione di quel mistero inventandomi un passato per lei». Non è stato semplice, però, tanto che ci ha messo oltre tre anni per dare credibilità e coerenza alle vicende narrate. Qualcosa di sé, benché ami molto la propria riservatezza, è entrato nella vita della poliziotta: gli studi frequentati presso un istituto religioso di suore, nella Spagna clericale franchista, nonostante i sentimenti familiari repubblicani e laici. Certi dettagli, racconta ancora Giménez-Bartlett, non si possono inventare se non si sono vissuti, come quello divertente della madre superiora freddolosa che si faceva accompagnare nei gelidi corridoi da una suora con una stufa portatile! Da quella scuola sia lei che Petra vengono espulse per il medesimo motivo: sul giornalino studentesco per il mese di maggio scelgono come tema la primavera; un vero sacrilegio, perché è il mese mariano, e di quello si sarebbe dovuto trattare. La scrittrice, con il suo consueto acume e la vena polemica che la caratterizza, non risparmia critiche sociali anche alle donne, di cui pure è una attenta analista e appassionata paladina: certo la situazione femminile è migliorata perché «(le donne) sono tenaci e brave, così brave che anche gli uomini stanno capendo che la parità conviene a tutti, anche a loro», tuttavia cosa si sono inventate con la pandemia? «le mascherine in tinta con i vestiti. Le sembra una cosa seria?». Sul periodo attuale per ora ha deciso che non scriverà perché «certi eventi devono depositarsi nella memoria per essere trasformati in materiale narrativo». 

Ma veniamo all’Autobiografia, pubblicata da Sellerio come tutte le opere dell’autrice (spagnola di Almansa, classe 1951); è un bel libro di 450 pagine che si leggono velocemente visto l’incalzare degli eventi e le continue riflessioni di Petra, che è riuscita a ritagliarsi una settimana tutta per sé, da trascorrere in un isolato convitto di suore nella lontana Galizia. A causa della pioggia insistente che impedisce salutari passeggiate, compra dei vecchi quaderni nell’unica botteguccia locale e inizia a scrivere. Il volume si divide così in quattro parti, a loro volta composte da un numero variabile di capitoli titolati, spesso con allusioni ironiche o scherzose al tema centrale. La Prima parte racconta l’infanzia e il rapporto con la famiglia d’origine. È nata da una madre quasi quarantenne, Paula, casalinga, e dal padre professore liceale, di 44 anni; ha sempre pensato di essere stata un tardivo “incidente”, avvenuto parecchio dopo la nascita di Celia e Amanda, le sorelle. La madre è una figura davvero particolare, femminista ante litteram, ma onnipotente come Dio, su cui Petra si sofferma a lungo, ripensando all’influenza che ha avuto sulla sua educazione, sul suo spirito indipendente e sulla sua voglia di andarsene di casa. «La mia infanzia mi ha segnata, come succede a tutti. Non mi va di essere troppo amata, mi accontento del giusto. Non mi piace la famiglia come istituzione. Non ho mai avuto figli». 

La Seconda parte è dedicata ai ricordi della formazione, iniziando con i sette anni trascorsi nella scuola femminile, in ambienti poco accoglienti, freddi, rigidi negli usi e nei comportamenti; la svolta felice avverrà con il passaggio alla scuola pubblica, laica, mista dove Petra avrà modo di farsi apprezzare, curare la sua preparazione e allargare la propria cerchia di amicizie, vivendo nuove interessanti esperienze. Come conseguenza logica arriva la scelta di iscriversi alla facoltà di Lettere dove trascorre un anno bellissimo, circondata da docenti e studenti apertamente critici verso il regime. Ma nella sua vita compare Hugo, attraente e deciso, che con l’amore e la determinazione la convince a passare a Giurisprudenza, dove gli studi si riveleranno pesanti, tristi, monotoni e l’ambiente piatto e noioso. D’altra parte Hugo ha un obiettivo: il «progetto comune» in cui coinvolge Petra, in breve divenuta sua moglie. Peccato che quel progetto lei non lo condivida con uguale ardore, visto che significa lavoro, lavoro, lavoro nel proprio studio legale, in continua espansione. Il matrimonio comincia presto a vacillare, il sesso non esiste più, allora Petra si dedica all’arte della seduzione e si trova uno dopo l’altro due amanti, diversissimi tra loro. A pagina 200 avviene qualcosa che sembra insignificante, ma avrà conseguenze che chi conosce l’ispettrice Delicado capirà al volo. L’avvocata inquieta e delusa frequenta quasi per caso un corso di criminologia, in cui si appassiona alla materia e incontra persone interessanti, compresi poliziotti/e; questo contribuirà a farle cambiare opinione perché «erano del tutto diversi dallo stereotipo dello sbirro franchista di triste memoria. Erano persone moderne, gentili, facevano domande pertinenti e si esprimevano bene». Fallito il rapporto coniugale e lasciato l’appartamento condiviso, i dubbi assalgono la donna: cosa fare? dove andare? che lavoro cercare? Prende la decisione inaspettata di entrare nel corpo della Policía Nacional che, dopo le prove di selezione e i test iniziali, prevede un corso di ben tre anni da frequentare nella lontana Ávila, all’estremo opposto rispetto alla Catalogna. «Il dado era tratto. Davanti a me si stendeva l’inquietante prospettiva della Spagna profonda. Era ottobre». 

La Terza parte è assai ricca di eventi perché corrisponde alla svolta impressa alla vita della narratrice: si trova davvero in un altro mondo e le si prospettano anni di studi, di disciplina, di impegno, di grandi novità. Quattro donne appena arrivate, su un totale di sette, circondate da 170 uomini: questa è l’Accademia dove tuttavia non ci saranno episodi di bullismo o di nonnismo, anzi, gradualmente nasceranno fra i due sessi rapporti di sano cameratismo e di rivalità positiva, nonostante ― sottolinea Petra ― gli uomini rimangano un po’ bambini e abbiano «sempre bisogno di una mamma. Lo avrei capito fin troppo bene qualche anno dopo». Sicura di sé e della propria scelta, l’allieva supera ogni prova con successo, finché viene destinata alla sua città, Barcellona, dove porta con sé la fama di intellettuale un po’ secchiona, quindi assegnata a noiosi lavori d’ufficio. L’azione a cui aspirava, le indagini sul campo, «i sogni di diventare un’intrepida investigatrice non erano scomparsi, rimanevano in attesa in un angolo del congelatore». Ma intanto anche la vita sentimentale subirà una sterzata; Petra, dove hai la testa? è il titolo significativo del capitolo in cui ritrova Pepe, un conoscente occasionale, e da lì sarà un susseguirsi di fatti, che culminano in appassionati incontri sessuali. Pepe gestisce un ristorantino etnico, è giovane, disordinato e pasticcione; la convivenza presenta presto dei problemi che la mente della donna cerca di minimizzare. Per dirne qualcuno, banale: lui non metteva il pigiama per dormire, non usava la tovaglia, ascoltava la musica a volume molto alto, non aveva il minimo senso pratico, prima di fare qualsiasi cosa doveva ricevere una conferma. Ma di fronte a un uomo triste e fragile, come reagisce la nostra ispettrice? Ci ricasca di nuovo e si sposa soprattutto per renderlo felice. La vita, ricorda a sé stessa a pagina 349, ogni tanto dovrebbe fare una pausa e «arrestare la sua corsa. In questo modo ognuno avrebbe il tempo di pensare, di analizzare le decisioni prese e poi, più sereno, più sicuro di sé, di affrontare il futuro con calma». Eppure non funziona così. Come non funzionerà il matrimonio: troppa differenza di età, di mentalità, di carattere, di maturità. Certo è che anche lei ha un temperamento poco conciliante; un esempio che colpisce si ha quando si rifiuta di accompagnare Pepe al funerale del padre, richiesta che non sarebbe neppure da fare in una qualsiasi coppia tanto è ovvia. Litigano aspramente e sarà la fatidica goccia. Petra acquista nel quartiere Poblenou una casetta e si ritrova di nuovo sola. All’inizio della Quarta parte riflette sugli errori e sui fallimenti. «A Hugo servivo per realizzare i suoi progetti. Pepe aveva provato a cambiare vita appoggiandosi su di me. E io mi ero lasciata coinvolgere nei loro piani senza opporre resistenza». A pagina 388 arriva un’altra svolta casuale, che si rivelerà determinante a livello professionale: il commissario Coronas, citato spesso nei romanzi, la chiama per sostituire un poliziotto infortunato durante un difficile caso; finalmente Petra inizia la carriera all’interno della squadra omicidi, in cui saprà presto mostrare le sue ottime doti di intuito e tenacia. Una seconda novità è costituita da un incontro fatale, non con l’amore ma con il nuovo collega: il viceispettore Fermín Garzón, buono, generoso e saggio, «uno degli uomini più importanti della mia vita» che si rivelerà nel tempo un vero amico. E chi ha letto le opere pubblicate lo sa bene: insieme formeranno una coppia solida e affiatata, che lavora in perfetta sintonia, completandosi a vicenda; entrambi amano il buon vino, il whisky, la cucina saporita e non rinunciano a una birra a fine turno, nell’ormai famoso localino Jarra de Oro. 

Mentre il lavoro è sempre più appagante e la rende davvero felice, Delicado impiega il tempo libero con attività piacevoli che la rassicurano, senza tralasciare un buon numero di avventure senza conseguenze. Finché di nuovo il destino interviene, mescolando le carte. Conosce Marcos, un architetto, un uomo equilibrato e sicuro di sé, professionista affermato, pressappoco della sua età; reduce anche lui da due divorzi, a differenza di Petra che non ha mai voluto figli, ne ha ben quattro: uno grande, che frequenta l’università all’estero, due vivaci gemelli e la piccola Marina, acuta e simpatica. «Non fu un colpo di fulmine, fu piuttosto un colpo d’ascia che mi tagliò le gambe». La narratrice è di fronte a una scelta, ma si convincerà che questa è la volta buona perchè finalmente ha incontrato una persona con cui instaurare un rapporto alla pari; noi lettori e lettrici lo sappiamo: il matrimonio funziona, i due coniugi si stimano e si rispettano, mantenendo i propri spazi; la presenza saltuaria dei tre ragazzi ha aspetti divertenti ma senza le responsabilità richieste a una “matrigna”. Petra si domanda se tutto ciò la ha cambiata, ma si risponde che «Petra è Petra, come ogni donna rimane uguale a sé stessa sia che abbia qualcuno al suo fianco sia che viva in solitudine». Rientrata a Barcellona, in seno alla sua famiglia allargata che la accoglie con gioia e mille domande, riprende la vita di sempre, d’altra parte una settimana senza morti (sin muertos) è stata dura da passare per una ispettrice desiderosa di gettarsi sul campo, con passione e competenza. 

Finita la piacevole lettura, conosciamo qualcosa in più e abbiamo risolto alcuni dubbi, pronti/e per affrontare nuovi avvincenti casi usciti dalla fantasia di Alicia Giménez-Bartlett, di cui non vanno affatto dimenticati i romanzi senza indagini, validissima espressione della sua vena creatrice e della sua penna pungente: da Exit a Dove nessuno ti troverà, da Vita sentimentale di un camionista a Uomini nudi

Alicia Giménez-Bartlett
Autobiografia di Petra Delicado
Palermo, Sellerio Editore, Palermo, 2021
pp. 464

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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