Carne viva

Carne viva è contemporaneamente racconto familiare e racconto sociale.
È la storia autentica di una famiglia molisana vissuta a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e primi anni del XX secolo, un «tempo di fame e di stenti». Una famiglia ‒ la sua famiglia come spiega l’autrice Nadia Verdile nel prologo ‒ che diviene paradigma e saga di un’intera popolazione schiacciata dalle ingiustizie sociali, dalla miseria, dall’ignoranza, schiava di pregiudizi e convenzioni rigide e inviolabili come gabbie di ferro, accettate con silenziosa e immutabile rassegnazione soprattutto dalle persone più sconfitte e calpestate.
La storia si muove tra il palcoscenico rurale del Molise e il nuovo continente americano, quella “Merica” sognata e mitizzata come unica possibilità di riscatto.
Carne viva, però, non è solo il racconto di una famiglia nel Molise rurale e affamato di fine Ottocento, è il racconto di un intero Paese, l’Italia post risorgimentale, che deve fare i conti con la fame, gli squilibri sociali ed economici ma anche con l’incapacità e la non volontà della sua classe dirigente, che lascia consapevolmente gran parte della popolazione in uno stato di grave arretratezza. 

Attraverso la storia della sua famiglia Nadia Verdile ricostruisce una parte della storia d’Italia perché, al di là della collocazione geografica, i fatti narrati possono essere appartenuti a migliaia e migliaia di famiglie italiane.
Ritrovo nelle pagine del libro echi delle mie storie familiari: il bisnonno calzolaio che, nei racconti di mia madre, era intento a lavorare nella sua bottega; il nonno, emigrato negli Stati Uniti da una valle bergamasca, che ha trovato consolazione in una vecchia fisarmonica suonata con vera maestria senza conoscere le note, proprio come il protagonista del romanzo Umberto; la nonna, che la scuola e lo studio salvarono dal destino di un lavoro logorante e malpagato in filanda, facendola diventare maestra elementare; l’altra nonna, “figlia della colpa”, lasciata alla nascita dalla propria madre, nobildonna marchigiana, e cresciuta da due semplici ma generose persone capaci di amarla.
Le storie della bisnonna e del bisnonno di Nadia Verdile, Concetta e Umberto, e delle altre figure che attraversano le pagine del libro, sono le storie del suo e del nostro passato. È una memoria preziosa in primo luogo per l’autrice che, mettendo a nudo le proprie radici, ricostruisce una parte di sé e la mette al riparo dallo scolorimento inevitabile del tempo; ma è memoria preziosa anche per chi legge, per non dimenticare cosa era la realtà nazionale da cui tutte e tutti proveniamo.

Il romanzo si muove lungo due registri linguistici, uno utilizzato per la narrazione e uno, il dialetto, per i dialoghi familiari. È il linguaggio del vivere quotidiano, ma anche di chi non ha accesso all’istruzione, di chi è stato dimenticato dai piani di educazione scolastica del Regno d’Italia. È il vernacolo, come spiega l’autrice, che veniva utilizzato agli inizi del Novecento e al quale “liberamente” si ispira dopo averlo ascoltato per anni senza mai parlarlo.
Il dialetto marca la differenza tra chi ha avuto la possibilità di frequentare la scuola, anche se per pochi anni, e chi invece in un’aula non è mai entrata/o, costretta/o prestissimo a lavorare perché due braccia, anche se piccole e fragili, contribuiscono alla sopravvivenza di tutta la famiglia.
A Umberto tocca il “dono” di tre anni di scuola, alunno capace e volenteroso impara presto e completa il primo ciclo di istruzione. Dietro ai libri e alle parole si perde, legge e leggendo cresce, si fa ragazzo e poi uomo. Comincia ad abbandonare il dialetto, a esprimersi in italiano, la lingua dei signori, e infatti i suoi fratelli lo canzonano chiamandolo “signurino”. Per Umberto l’italiano è la lingua dell’emancipazione, della non sottomissione, del rispetto verso gli altri e anche verso se stesso, dello sguardo lungo verso sogni grandi.

Carne viva è un racconto sui sentimenti privo di sentimentalismi.
Primo su tutti l’amore intenso tra Concetta e Umberto, nato da un improvviso incrocio di sguardi, pochi secondi che «furono un giuramento per sempre». Al suo opposto, in un breve ma fondamentale capitolo iniziale, l’amore travagliato fra la baronessa Eleonora Gravina e il maestro di musica Ernesto Della Ragione, soffocato dalle rigide convenzioni e dagli obblighi sociali.
È un sentimento profondo anche l’amore che Umberto sente nei confronti della musica, imparata da autodidatta. Le note gli consentono di esprimere emozioni, di dichiarare il suo amore per Concetta, di liberarsi, di vincere i pregiudizi di Mrs. Brinckerhoff, una volta giunto negli Stati Uniti. Lui, giovane “maccarone” intraprendente, con la musica sa entrare nell’animo altrui e cambiarlo.
Nello svolgimento del racconto emergono, in varie forme, anche i sentimenti della cattiveria umana, come nel caso di Rocco Ricci, il padre di Concetta, un uomo così assuefatto alle sconfitte e alle delusioni da avere l’animo completamente inaridito e chiuso ai sentimenti. In lui trovano spazio solo l’odio e il rancore, trasformati in violenza nei confronti della moglie, dei figli e delle figlie, schiaffi e calci distribuiti senza ragione né un motivo preciso, «più per sfogare la sua rabbia e la sua incapacità». Nelle vicende tra uomini e donne, sono queste ultime a pagare prezzi salatissimi, riassunti nell’amaro insegnamento che Concetta, ancora bambina, riceve dalla nonna Domenica, angariata dalla vita e umiliata dal genero Rocco: «L’uommene sann’ sul’ menà le man’ e accurtellà chë le parole. L’uommene so’ cattive, e tu pure sci nata sfurtunata cun’a mme […] sémë nate fémmene e ce purtame ‘nguoll’ nu destin’ ‘nfame. Ricordatelo a mammuccia, semë nate femmene, i è nu deštino scritto».
In quel Molise rurale a cavallo tra Ottocento e Novecento, le donne sono narrate nella loro dolorosa sorte. Le loro vite, come dice nonna Domenica, sono destini scritti, tragici e infami. Chiamate a lavorare nei campi per dodici ore al giorno, «schiena curva e legnate all’occorrenza», trattate anche come oggetti per il viscido appagamento degli animaleschi istinti sessuali dei loro capi, «le donne braccianti vivevano l’ultimo scalino della scala sociale. Quello più in basso ancora dei braccianti maschi». E in casa, poi, continuavano a lavorare a testa china, sorelle, madri o figlie che fossero. Continuavano a prendere botte, a non avere voce, a non avere diritti, a non discutere l’operato dei maschi della famiglia. Lo sanno subito, fin da piccole: «[…] se una nasce sfortunata…che brutta cosa è nasce femmena» dice Maria Michela alla madre Nicoletta. E al tentativo di spiegazione della donna, che essere donna significa avere la fortuna di mettere al mondo delle creature, la ragazzina reagisce: «[…] a fa la mamma è n’ata cosa, pure glië anëmiàl’ niascen’ da na mamma. Eh no! Ije me vulev’ ‘mparà a lègge e a scrive come a Umberto e invece no. Në voglio fa la mamma. Voglio fa l’om’».

Nadia Verdile
Carne Viva. Una saga italiana fra Otto e Novecento
Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 2021
pp. 184

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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