Azucena Villaflor, la madre delle Madri

Questa è la storia di una società che non ha mai fatto i conti con il suo passato, di una democrazia liberale (o meglio, liberista) nata da una dittatura mai superata. 

Jorge Rafael Videla e la giunta militare, 1976

Il 24 marzo del 1976, in Argentina, un golpe militare portò al potere il generale Jorge Rafael Videla. Il nuovo governo, insediatosi rovesciando una Evita Perón anziana e non più carismatica, trovò l’appoggio del presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, dell’allora sacerdote e padre superiore provinciale di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio e del pontefice Giovanni Paolo II.

La dittatura di Videla è stata considerata dai media simile al fascismo italiano, ma questo paragone è inappropriato: il carattere populista della comunicazione fascista e il corporativismo nella sua economia sono assai lontani dal neoliberismo caratteristico delle dittature che negli anni Settanta e Ottanta hanno colpito Cile, Argentina e Uruguay con il consenso delle classi più agiate. Oltre all’autoritarismo, l’unico elemento comune tra i regimi sudamericani e quello italiano è costituito dalla propaganda cattolica e anticomunista.

La facciata delll’Esma, la Escuela de mecanica de la armada

Tre anni prima, il golpe cileno di Augusto Pinochet, analogo a quello argentino di Videla come linea politica ed economica ma caratterizzato da una repressione palese e ferocissima, aveva trovato il favore di Washington e della Chiesa di Roma ma non di quella locale; così la giunta militare argentina optò per una repressione altrettanto sanguinosa ma meno visibile. Gli oppositori politici argentini, soprattutto giovani ma non solo, venivano prelevati nottetempo dalle abitazioni o sequestrati in circostanze segrete e fatti sparire: desaparecidos, scomparsi nel nulla, senza risultare formalmente arrestati da nessun commissariato. La maggior parte di questi subivano torture nelle caserme (la più tristemente nota è la Esma, la scuola meccanici dell’aviazione, situata nel centro di Buenos Aires) per essere poi anestetizzati e gettati nell’Atlantico o nel Rio de la Plata dagli aerei militari. Le desapariciones colpivano principalmente comunisti, sindacalisti, ex militanti e simpatizzanti di partiti di sinistra, operai, studenti, peronisti, ma anche semplici conoscenti, vicini di casa, amici o colleghi dei sospettati. Di tanto in tanto, qualche prigioniero veniva rilasciato in buone condizioni di salute per dare una parvenza di normalità al sistema.

Fotografie di persone scomparse durante la dittatura militare nella sede dell’Esma, ora trasformata in museo

Scrive Erri De Luca nel libro Tre cavalli (1999): «Argentina è un triangolo rettangolo che ha per cateto grande le Ande a occidente, per minore il cateto irregolare dei fiumi a nord e per smangiata ipotenusa l’Oceano Atlantico a est. […] Dal 1976 al 1982 Argentina ha scontato una dittatura militare che ha prosciugato una generazione. Al termine mancheranno all’anagrafe quarantamila persone, quasi tutte giovani, senza una tomba».

Azucena Villaflor Nitz nasce ad Avellaneda, nella provincia di Buenos Aires, nel 1924 da una famiglia operaia, prima socialista poi peronista. Finita la scuola, trova lavoro come centralinista in una fabbrica metalmeccanica di Buenos Aires, dove incontra Pedro De Vincenti, un sindacalista della Unión Obrera Metalúrgica. Nel 1949 si sposano, sapendo che i loro figli – ne avranno quattro – cresceranno con valori di sinistra.

Nel 1976, subito prima del golpe di Videla, Néstor De Vincenti Villaflor, uno dei figli di Azucena e Pedro, è ancora iscritto alla Juventud Peronista. Il 24 marzo arrivano subito le prime voci di misteriose desapariciones di ragazzi, tra cui anche dei conoscenti di Néstor. L’atmosfera è tesissima, chiunque potrebbe essere un delatore o una spia, ognuno teme di essere riconosciuto come dissidente e segnalato, di essere il prossimo a scomparire. Le famiglie dei desaparecidos cercano notizie dei parenti nei commissariati e negli ospedali, nelle caserme e persino negli obitori, ma non ottengono nessuna risposta. Il 30 novembre, anche Néstor De Vincenti Villaflor scompare. Non si saprà più nulla di lui né della fidanzata Raquel Mangin. 

1977, le Madri camminano in cerchio in Plaza del Mayu

Per mesi, insieme a migliaia di altre madri, Azucena interroga invano le istituzioni in cerca del figlio. È sua l’idea di riunire tutte queste donne senza parenti e senza risposte in Plaza de Mayo, nel centro di Buenos Aires, di fronte alla Casa Rosada, la sede del governo. Il 30 aprile del 1977, sei mesi dopo la desaparición del figlio Néstor, si tiene il primo raduno delle Madres de Plaza de Mayo. Fazzoletto bianco sul capo e foto dei parenti in mano, durante i primi incontri queste donne camminano in cerchio per la piazza, dal momento che ogni assembramento pubblico è vietato. A partire da quel 30 aprile, le Madres si incontrano ogni giovedì pomeriggio.

Pietra tombale di Azucena Villaflor Nitz in Plaza de Mayo

Il 10 dicembre 1977 Azucena viene sequestrata dai militari. Le notizie successive sono scarse e poco attendibili. Alcune testimonianze dicono di averla vista nel centro di detenzione e di tortura dell’Esma. Un anno dopo, in una spiaggia a Sud di Buenos Aires, vengono ritrovati dei corpi, restituiti alla terra dalla corrente marina. Uno di questi sarà successivamente identificato come quello appartenuto ad Azucena Villaflor Nitz. 

Oggi le ceneri della fondatrice delle Madres sono custodite nella “sua” Plaza de Mayo, davanti alla poltrona che ha ospitato Videla, come spina nel fianco della memoria argentina, e una targa recita: «Creadora de las Madres, detenida y desaparecida buscando a su hijo Néstor y a los trenta mil secuestrados. Fue mantenida en cautiverio en la ESMA y arrojada viva al mar. Juicio y castigo a los culpables» («Creatrice delle Madri, arrestata e scomparsa alla ricerca del figlio Néstor e dei trentamila sequestrati. È stata tenuta in prigionia all’Esma e gettata viva in mare. Processo e punizione per i colpevoli»). 

Il giornalista Horacio Verbitsky

È stato di fondamentale importanza, per ricostruire la verità sui desaparecidos, l’operato del giornalista Horacio Verbitsky. Ma, dopo la fine della dittatura, in seguito ad anni di processi incompleti che hanno portato a poche e sommarie condanne carcerarie per qualche aguzzino ma non per i veri responsabili, la Ley del punto final del 1986 e la Ley de la obediencia debida del 1987 hanno costituito di fatto non solo una moratoria che chiude definitivamente la vicenda e impedisce di concludere la ricerca della verità e della giustizia, ma anche un’amnistia per tutti i criminali militari, giustificati in quanto non potevano disobbedire agli ordini ricevuti. Come dire: arrivati a questo punto chi ha pagato ha pagato e chi l’ha fatta franca è come fosse perdonato, non da Dio né dalla propria coscienza né dalle sue vittime, ma dalla legge dello Stato. Una sorta di rovesciamento dei valori del Processo di Norimberga, che nel 1945 condannò i gerarchi nazisti colpevoli proprio di aver obbedito a ordini criminali. Questo perché processare e punire tutti i colpevoli significherebbe scuotere l’intera società argentina e scardinarne l’apparato militare e industriale: quasi un’intera generazione è scomparsa nel mare, quasi tutti i sopravvissuti sono stati in quegli anni delatori o vittime di tortura o parenti di desaparecidos, quasi tutti oggi portano rancore o conservano un ricordo traumatico di allora. Chiunque allora abbia prestato servizio nelle forze armate o nella polizia si è reso autore o complice di crimini legati alla dittatura. Gli imprenditori argentini sono stati favorevoli alle desapariciones in quanto tasselli della lotta al comunismo internazionale. In quegli anni i bambini piccoli figli di dissidenti desaparecidos sono stati spesso affidati a famiglie filogolpiste e oggi si ritrovano con la coscienza di una doppia identità affettiva e politica. Tuttora moltissimi militari argentini e cileni rivendicano la positività della dittatura in quanto avrebbe evitato un fantomatico golpe sovietico. In assenza di una legge che permetta alla magistratura di fare chiarezza e giustizia per i crimini passati e di un lavoro psicologico collettivo di elaborazione di quanto subìto, la cicatrice che lacera la società argentina rimane profondissima e dolorosa.

La tragedia argentina è stata perpetrata in nome dello sviluppo economico, insieme a quelle analoghe che si abbattevano contemporaneamente anche su Cile e Uruguay: questo è stato il costo umano da pagare per imporre il neoliberismo in Sud America. La crisi economica argentina del 2001 e quella sociale cilena del 2019 hanno dimostrato che questo “modello di sviluppo” è disastroso e fallimentare.

***

Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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