Eleonora d’Arborea

Agli inizi dell’ XI secolo, dopo la dominazione bizantina, la Sardegna era divisa in quattro Giudicati o Regni autonomi: Torres, Arborea, Gallura e Cagliari. Ciascuno di essi era retto da proprie leggi e da un “Giudice” la cui figura era simile a quella di un sovrano dell’alto Medioevo. Una volta vinti i Saraceni, i Giudicati si trovarono inseriti nelle politiche delle città marinare di Pisa e Genova. Dopo anni di lotte tra Genova e Pisa e tra gli stessi Giudicati rimase in piedi solo il Regno d’Arborea, governato dalla dinastia dei Lacon-Serra, visconti di Bas, legati fortemente al regno d’Aragona.

Correva l’anno 1347,quando Timbora di Roccabertì, catalana, diede alla luce a Molins de Rei in Catalogna una bambina di nome Eleonora, figlia del famoso giudice Mariano IV, sovrano illuminato del Giudicato d’Arborea, noto per il suo sogno di una Sardegna unita e libera. Eleonora aveva un fratello, Ugone III, e una sorella, Beatrice, con i quali, durante una serata d’estate, in tenera età, partì dal porto di Barcellona alla volta della Sardegna accompagnata dai genitori. Arrivarono al castello giudicale di Oristano e ad accogliere con grandi onori Mariano e la sua famiglia trovarono tutta la Corte. Eleonora è felice. Mossa da curiosità giovanile, attendeva di conoscere quella nuova isola e il Regno d’Arborea, terra di cui suo padre le aveva raccontato la storia e le vicende di un popolo coraggioso e orgoglioso, alleato con la Corona d’Aragona ma anche timoroso delle velleità del dominio catalano. Intorno al 1362, Eleonora ha 15 anni e talvolta la notte si sveglia all’improvviso, impaurita dalle campane di Santa Chiara che suonano a morto. I loro rintocchi si confondono con quelli provenienti da San Francesco e dalla Cattedrale di Santa Maria dove i morti e i moribondi arrivano a centinaia: ancora una volta la peste, la “morte nera” è tornata ad Oristano. Fortunatamente l’ombra oscura non varca la soglia del palazzo di Porta Mari dove l’adolescente Eleonora vive. Nel Regno di Arborea intanto la vita procede tranquilla per Eleonora e la sorella, protette dai genitori dentro le mura cittadine. Le merci locali (orzo, grano, formaggio, carne) raggiungevano i mercati lontani ed Eleonora e il padre Mariano erano amministratori previdenti, sapevano che il denaro avrebbe permesso loro di sostenere una lunga guerra contro gli Aragonesi, un tempo alleati. Mariano e il figlio Ugone rientravano dalle battaglie coperti di polvere e sangue, per abbracciare i loro affetti più cari. Ma tanti successi furono avvelenati da una profonda tragedia, la morte di Timbora, mamma di Eleonora e moglie di Mariano, che quasi rifiutava di tornare alle abitudini della vita quotidiana ora che non c’era più l’amata moglie.

La piena giovinezza di Eleonora trascorre in un’atmosfera di guerra. Il Giudicato d’Arborea ha conquistato tutta la Sardegna tranne Cagliari e Alghero, le due roccaforti aragonesi. Nel frattempo Mariano ha necessità di allearsi ai Doria di Genova e favorisce il legame che si tradurrà in matrimonio tra Eleonora e Brancaleone. L’unione tra i due è chiaramente l’esito di una volontà di alleanza politica. Mariano intanto è attratto da una forte religiosità e si impegna con fra Jacopo da Piacenza a partire di persona per le crociate in Terrasanta con un esercito per 10 anni. Mariano arriva a Cagliari e assedia la città poco prima di partire per la Terrasanta, ma viene colpito e trasportato ad Oristano in fin di vita. Morirà da grande re col suo sogno di indipendenza lasciando la città in una coltre di desolazione e tristezza. Ugone succedette al padre e, come era naturale, Eleonora si sposò nel 1376 con Brancaleone Doria. La nobildonna in Sardegna si divide tra Castelgenovese, Casteldoria e la rocca di Monteleone, ma è ben informata su ciò che accade in Italia, in particolare riguardo alla guerra tra Genova e Venezia, e in Europa. Trepida Eleonora, teme suo fratello Ugone che, privo del carisma paterno, è troppo severo con le sue leggi, troppo accentratore e poco propenso al contatto cordiale col popolo. Nel frattempo continua la sua amicizia con Sibilla, la regina sposa del re d’Aragona Pietro IV, tanto da essere invitata alla sua cerimonia di incoronazione nel 1381. Eleonora non è la semplice moglie di un nobilotto di provincia ma dimostra una personalità di grande prestigio; è lei nella coppia l’elemento di maggiore rilevanza politica, tanto che le viene concesso di risiedere anche a Genova, libera da oneri e imposte. A dimostrazione della fama e dell’autorevolezza di Eleonora, vi è la notizia che è lei a far fidanzare il figlio Federico, ancora infante, con l’ultima figlia del doge Nicolò Blanchina. Ugone intanto continua ad amministrare il Giudicato con crudeltà ed è avido di denaro. È il 1383, Eleonora vive ora a Genova con suo figlio Federico, è notte e teme l’arrivo di una nave amica con i messaggeri di suo marito Brancaleone, ombre scure appaiono nella sua stanza. Perché Brancaleone ha fatto partire la nave con questa tempesta? La risposta giunge la notte stessa, due messaggeri da Oristano vestiti a lutto la informano che suo fratello Ugone e la figlia Benedetta sono stati assassinati da mani ignote. Senza esitare, Eleonora si fa preparare una imbarcazione robusta e quella notte stessa di bufera, con suo figlio, parte alla volta della Sardegna. Senza più discendenza da parte di Ugone, è Federico, suo figlio, a ereditare il regno di Arborea. Sbarcano in porto di primo mattino, si distinguono la macchia mediterranea, i suoni, i profumi della sua terra. La nave genovese è arrivata a destinazione ma ad accogliere la nuova sovrana vi è solo il suo amministratore: Franceschini Delbarbo. Questi racconta alla sua Signora di una Sardegna in cui regna una calma apparente, vige infatti l’anarchia e alcuni centri sono in mano alle fazioni locali.

Oristano. Monumento ad Eleonora d’Arborea

Nel frattempo Brancaleone parte per la Catalogna a riferire al re Pietro IV della situazione in Sardegna ed a rinnovare la sua fedeltà di vassallo, ma dovrà restare prigioniero sette lunghi anni prima di riabbracciare la moglie. In Sardegna Eleonora inizia a compiere atti da sovrana: il fidanzamento di suo figlio con la figlia del doge evidenzia una potenziale alleanza con Genova e rende difficile la posizione di Brancadoria. Eleonora invia due lettere: la prima diretta al re Pietro IV, in cui si firma Eleonora iudicissa Arboree, lamentando la ribellione di alcuni sardi “traditori” per i quali ha percorso a cavallo l’isola, sottomettendo e impadronendosi di tutto il territorio: terre e castelli già appartenuti al fratello, come le spettava per diritto ereditario. La seconda diretta alla moglie del sovrano, Sibilla, in cui la implora di intercedere col re per riportare la pace in Sardegna. Eleonora blocca la circolazione dei cittadini sardi e catalani, vuole il possesso dei tre porti di Oristano, Bosa e Castelgenovese. È un braccio di ferro con la Catalogna ma Eleonora sa che il suo esercito è molto più potente; non pare aver bisogno del consiglio del marito, si muove libera e autodeterminata; rientra poi a Oristano nel suo palazzo giudicale.                                                    

Eleonora alterna il compimento di azioni guerresche, spogliandosi degli abiti femminili e indossando corazza e schinieri, galoppando di terra in terra, per costringere le popolazioni ribelli sarde e aragonesi a sottomettersi, al compimento di azioni diplomatiche, trattando con i capitani dei vari eserciti e con i castellani. In tal modo il governo provvisorio di Oristano cedette, le aprì le porte ed elesse Federico Doria nuovo giudice.

Brancaleone volle condurre Eleonora a trattare e in accordo col re avrebbe voluto essere mandato in Sardegna, ma non ad Oristano bensì a Cagliari, territorio aragonese. Finalmente nel 1384 a Brancaleone viene concesso di partire per la Sardegna come ostaggio, così vuole il re Pietro, da scambiare con il molto più prezioso Federico, piccolo giudice d’Arborea. Eleonora tuttavia rifiutò: aveva solo Federico, simbolo dell’indipendenza della “nacion sardesca” e non intendeva cederlo al re d’Aragona; inviò allora due messi in Catalogna con una proposta di pace che prevedeva, oltre al rilascio del marito, il predominio degli Arborea sull’isola ma la rinuncia a tutto ciò che in 30 anni di guerra vittoriosa gli Arborensi avevano strappato al nemico. In realtà l’assenza prolungata di Brancaleone anziché indebolire Eleonora, l’aveva rafforzata. Il re Pietro IV morirà e ogni legame tra gli Aragona e gli Arborea si spezzerà; gli succederà re Joan, la pace non sarà firmata e la prigionia di Brancadoria sarà molto dura. Ma Eleonora vuole la pace ed infine la pace viene firmata dai rappresentanti del popolo sardo (Eleonora e il giovane Federico) e dai Catalani, davanti ai giurati nella chiesa di San Francesco d’Oristano nel 1388. I Catalani attesero la consegna di tutte le terre conquistate da Mariano e l’umiliazione della consegna degli ostaggi prima di liberare nel 1390 Brancaleone Doria, il quale riuscì a far ritornare in mano arborense quasi tutti i territori ceduti da Eleonora col Trattato del 1388. Eleonora rinnovò la Carta del regno d’Arborea, già redatta ai tempi di Mariano IV; scelse per la scrittura della Carta de Logu il volgare arborense, come aveva già fatto il padre. Con questo testo la giudicessa fu all’avanguardia con i tempi in difesa dei diritti delle donne, dei bambini e delle bambine. Centosessantatre articoli in cui, con dovizia di particolari ma soprattutto con la diligenza tipica della “buona madre di famiglia”, Eleonora pensa al suo popolo e, nel disciplinarne gli aspetti della vita quotidiana, lo tutela: disciplina l’agricoltura, la pastorizia, il commercio delle pelli animali, il commercio dei cavalli, la caccia e la gestione della selvaggina, la caccia con il falcone. Regola inoltre le offese e le ingiurie, i gesti sconvenienti prevedendo le relative sanzioni. Siamo nel 1392, Eleonora tutela tutti e tutte, non è crudele come suo fratello Ugone, non discrimina alcuna persona, protegge i deboli, le donne, bambini/e. Tra i maleficios erano previsti, tra gli altri, lo stupro, l’adulterio e il concubinaggio. Eleonora predispose che, per il reato di adulterio, se il marito lo tollerava, la donna sposata poteva andare a convivere con un altro senza essere perseguita d’ufficio. Per lo stupro, l’articolo 21  stabiliva due principi straordinariamente avanzati anche rispetto alla nostra legislazione moderna. Il primo afferma che «il matrimonio viene considerato riparatore solo se è di gradimento della donna offesa» e comunque non estingue completamente il reato perché il colpevole deve ugualmente pagare allo Stato una multa di 200 lire (pari a 20 cavalli da battaglia), oppure subire il taglio di un piede. Se invece la donna non lo gradisce come marito, lo stupratore deve provvedere al suo futuro, facendola sposare ad un altro che le piaccia, il che comunque non gli evita il taglio del piede che in una comunità a vocazione agricola significava non essere più abile al lavoro, invalido per sempre. Le donne decidevano personalmente il proprio destino. Il secondo principio riguarda la verginità femminile cui non si attribuisce un’importanza fondamentale. Infatti la pena è identica sia che il colpevole abbia preso con la forza una nubile, una zitella o una fidanzata. Lo stupro di una donna maritata costava ben 500 lire di multa o il taglio del piede. Per il reato di omicidio di un suddito qualsiasi la Carta prevede la pena di morte e non potrà essere evitata pagando una somma. Pena di morte che è contemplata anche per il reato di lesa maestà e danneggiamento del giudice o dei suoi familiari. L’Europa, in questo scorcio di secolo XIV, venne illuminata da una grande donna, sovrana d’Arborea, una giudicessa che riunì sotto un’unica bandiera le diverse popolazioni sarde che si riconobbero come nazione lottando contro il dominio aragonese. Il suo codice di leggi rimase in vigore per 435 anni fino al 1827.

Ringrazio Momo Zucca, per il contrbuto nella stesura dell’articolo.

Qui le traduzioni in francese e inglese.

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Articolo di Stefania Carletti

Ho una formazione giuridica con specializzazione nelle politiche comunitarie e progettazione Europea. Elaboro progetti e seguo il project cycle management in tutte le sue fasi. Sono stata Consigliera di parità della provincia di Oristano, occupandomi di sostegno alle pari opportunità, contrasto a violenze di genere e discriminazioni. Collaboro da anni con Toponomastica femminile e sono referente per Oristano.

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