Diverse e diversi da chi?

Era il 17 maggio 1990 quando l’Oms cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante naturale del comportamento umano” e quella data è stata scelta per celebrare, in 130 Paesi, la giornata mondiale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia.

Spiega il Parlamento Europeo in una risoluzione del 2006: «L’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e in quella privata sotto forme diverse, come le dichiarazioni inneggianti all’odio e all’istigazione alla discriminazione, la ridicolizzazione, la violenza verbale, psicologica e fisica così come la persecuzione e l’omicidio, la discriminazione in violazione del principio di parità, nonché le limitazioni ingiustificate e irragionevoli dei diritti, spesso nascoste dietro motivazioni di ordine pubblico e di libertà religiosa».

Tra tutti i termini impiegati nella quotidianità ‘omosessuale’ è l’unico non omofobo, essendo asettico al pari di ‘eterosessuale’. Se esso registra una condizione, molti altri esprimono un giudizio: nascono e sono pronunciati per offendere.
All’interno dello spazio pubblico definito dal linguaggio alcuni soggetti sviluppano infatti le caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria dei “normali” mentre altri, classificati come irregolari e per questo ritenuti minacciosi e pericolosi, sono marginalizzati ed esclusi. Contro di loro ci si ritiene legittimati a usare le parole — e non solo — come oggetti contundenti.

L’oppressione e la discriminazione nei confronti degli omosessuali è una forma particolarmente radicata di dominio simbolico. Se l’accusa di non essere abbastanza uomo o di non essere abbastanza donna diventa un insulto, è perché la cultura fissa con rigido puntiglio l’elenco di tutto ciò che ci si aspetta da un uomo o da una donna. La norma reazionaria si spaccia per normalità: una normalità popolata da personalità inclini al conformismo. Il processo di allineamento all’opinione dominante è un processo a spirale, in cui l’allineamento del singolo è rafforzato dall’allineamento degli altri.
Da secoli alla stigmatizzazione del comportamento omosessuale si accompagna, come conseguenza di un giudizio sociale negativo, l’esplicito fiorire di termini ironici e spregiativi per connotare i “diversi”. Da secoli milioni di persone vivono nel terrore di essere indicate con quei nomi il cui omen è infausto, il cui destino può essere tragico.
Da secoli, e ancor oggi (me ne sono accorta soprattutto nelle numerose occasioni di interventi nelle scuole) le persone omofobe adottano per insultare termini di cui nemmeno conoscono il significato. Eppure gli epiteti spregiativi riferibili a mancanza di mascolinità sono ampiamente e precocemente utilizzati tra i pari e sono considerati i peggiori insulti possibili per un ragazzo.

L’omofobia fa parte della vita scolastica quotidiana, sia per pregiudizio sia per abitudine. Ho cercato di ovviare per quanto potevo alla disinformazione e all’ignoranza in un libro intitolato Parole tossiche (ed. Settenove), di cui qui cito un brano.
«Ogni regione in Italia ha una sequela di termini spregiativi: i dialetti ne rigurgitano, dal genovese buson al milanese culatun al torinese cupio al toscano buco al siciliano garrusu o puppo.
Frocio — il più diffuso, ma solo dalla seconda metà del ‘900 — è un termine romanesco che deriva dalle guardie svizzere del Papa che in passato erano spesso ubriache e avevano perciò dei gran nasi rossi. Siccome le froge sono le narici dei cavalli, i romani designavano questi soldati con il termine ‘frogioni’. Dato che le guardie in questione erano (a torto o a ragione) credute omosessuali dal popolino, frogioni cominciò a non voler dire più solo nasoni.
Culattone in tutte le sue declinazioni è chiaro: sineddoche che nomina la parte per il tutto.
Ricchione, termine meridionale passato in italiano, viene da hirculonis, caprone (animale in fama di lussuria), o dall’assonanza fra auriculus, orecchio, e culus. C’è invece chi sostiene che il riferimento alle orecchie sia dovuto alla presunta preferenza degli omosessuali per gli orecchini, ornamento tipicamente femminile. Il gesto di toccarsi un orecchio per alludere all’omosessualità di qualcuno è diffuso e antichissimo.
Checca è diminutivo di Francesca, e deriva dall’idea che i gay abbiano l’abitudine di chiamarsi con nomi femminili. L’uso canzonatorio di un nome di donna per dileggiare un uomo che non viene considerato tale è presente in altri Paesi cattolici: in Spagna sono molto usati marica e maricon, probabilmente derivati da Maria con l’aggiunta del suffisso dispregiativo.
Finocchio. Che collegamento c’è fra l’ortaggio e gli omosessuali? Il seme del finocchio è una spezia aromatica profumata. In alcune bettole di infimo ordine un tempo era uso comune da parte dei tavernieri disonesti condire con i semi di finocchio i cibi andati a male, in modo da mascherare il gusto di marcio. Il verbo ‘infinocchiare’ deriverebbe da questa pratica, riferita ai travestiti che hanno l’abitudine di profumarsi e imbellettarsi come le donne, e cambiano aspetto così come i piatti aromatizzati col finocchio cambiano gusto. Una versione più verosimile lo fa nascere dall’abitudine, al tempo in cui la Sacra Inquisizione metteva al rogo gli omosessuali, di coprire il tanfo della carne bruciata ponendo fra la legna del rogo dei rami di finocchio per profumare l’aria. Nacque così il modo di dire “stanno bruciando un finocchio”, donde l’epiteto rimasto nel gergo comune.
Come dimostra la relativa carenza di termini ingiuriosi, il pregiudizio colpisce molto di più l’omosessualità maschile che quella femminile: la prima è ritenuta più grave minaccia all’identità sessuale, a conferma del fatto che è lo sguardo dei maschi che ha costruito questo tipo di cultura, che è il principio maschile dominante a essere incrinato. Se un ragazzo viene definito “femminuccia” viene bollato e umiliato. Se una ragazza viene definita “maschiaccio” non è ugualmente disapprovata (al più, verrà corteggiata un po’ meno). In realtà il maschio si rifiuta di pensare che una donna possa preferirgli un’altra donna».

Tutto questo è in gran parte inconsapevole. Da bambini e poi da adolescenti ci si lancia addosso del ricchione, del finocchio e del frocio come se fossero proiettili da sparare in pieno petto. D’altronde si inizia ad ascoltare parole denigratorie rispetto all’omosessualità fin da un’età precocissima: è facile immaginare il processo di apprendimento di un bambino che senta ripetere con sistematicità espressioni di questo tipo. Prima di capire che la parola ‘frocio’ indica una persona che ama un’altra persona, il bambino saprà che descrive qualcosa di profondamente indesiderabile. Anche se non avrà mai conosciuto una persona omosessuale sarà portato ad aspettarsi condotte devianti e riprovevoli e cercherà di evitare con il proprio comportamento tutto quello che potrà richiamare questo tipo di offesa.
Difficilmente in seguito troverà chi lo indirizzi diversamente. Se è colpa essere omofobi, essere attivi contro l’omofobia è responsabilità. Nostra.

***

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

 

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