Olympe de Gouges

Si chiamava Marie Gouze ma volle cambiare il proprio nome in Olympe de Gouges, a sottolineare un’identità autodeterminata e non imposta. Visse solo 45 anni: fu la seconda donna a venir ghigliottinata durante la rivoluzione francese, dopo la regina. 
Il Feuille de salut public, giornale semi-ufficiale, così si compiacque della sua esecuzione: «Sembra proprio che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che si addicono al suo sesso». 
Maria Rosa Cutrufelli ne narra la storia nel romanzo La donna che visse per un sogno. 
Nata in una famiglia modesta, non aveva ricevuto un’educazione formale ma firmò saggi e romanzi, pièces teatrali, opuscoli e articoli e frequentò salotti illuminati, intellettuali famosi, politici rivoluzionari. 

A. Kucharsky, Ritratto di Olympes de Gouges, 1788 ca.

Nutrì due grandi illusioni: la prima fu quella di credere che dicendo “diritti di tutti” si intendesse tutte tutti. La seconda che la conquistata Liberté comprendesse la possibilità di esternare le proprie idee (compresa la condanna del bagno di sangue del Terrore). 
Denunciò la schiavitù e la pena di morte, la monacazione e i matrimoni forzati; sostenne il divorzio, i diritti degli/delle orfani/e e delle madri nubili; propose alla Convenzione una specie di welfare ante litteram … e così facendo “si immischiò nelle cose della Repubblica”. 
Questa condotta “scandalosa” culminò nel 1791 con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, nella quale affermava la necessità dell’uguaglianza tra i due sessi dei diritti civili e politici, sottratti alle donne solo in forza di un arcaico pregiudizio. Svelò così il falso universale insito nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789: quel falso che è arrivato intatto – nella storia, nel diritto, nelle consuetudini linguistiche – fino ai giorni nostri. 
Non solo. Olympe si rivelò modernissima, precorritrice autentica del femminismo, negando la separazione tra sfera pubblica e sfera privata e affermando l’artificialità di un’antitesi tra la “natura” maschile – vista come sociale e politica – e la “natura” femminile – relegata nella sfera intima dei sentimenti e della cura. 
Pretese inaudite, parole destabilizzanti da punire con la morte: questa era la convinzione comune tra gli uomini del ‘700, e ben lo sapeva la nostra protagonista. L’articolo X della sua Dichiarazione esprimeva drammaticamente un’intuizione sul destino cui sarebbe andata incontro: «Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, ella dovrà avere egualmente quello di salire sulla tribuna». 
Una rivoluzione a metà è una rivoluzione mancata. 
La Convenzione escluse le donne dai diritti politici e negò loro il diritto di associazione, Robespierre proibì i club femminili e chiuse i loro giornali. Il Comitato di salute pubblica nel 1793 si pronunciava così: «Le donne sono poco capaci di concezioni elevate, di meditazioni serie, e la loro naturale esaltazione sacrificherebbe sempre gli interessi dello Stato a tutto ciò che di disordinato può produrre la vivacità delle passioni». 
La Dichiarazione fu pubblicata in sole cinque copie, nonostante il clamore suscitato. Alcuni estratti comparvero nel 1840, la prima versione completa uscì in Francia solo nel 1986. 
Nel prosieguo fu chiaro quanto Olympe avesse visto giusto, e quanto la Rivoluzione avesse tradito le sue promesse per metà della popolazione (l’articolo XVI della Dichiarazione ribadiva che «La Costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha collaborato alla sua elaborazione»). 

Targa della piazza dedicata a Olympe de Gouges

Olympe era morta da otto anni quando Sylvain Maréchal, scrittore e avvocato parigino, fervente rivoluzionario vicino a Gracco Babeuf, pubblicò un Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere. Eccone un brano: «La donna perde in avvenenza e in verecondia nella misura in cui accresce la sua cultura e il suo talento. Nella vita domestica regnano scandalo e discordia quando la moglie ne sa quanto o più del marito. Quanto deve essere faticosa la vita domestica per una donna che scrive libri, accanto a un uomo che non li sa scrivere … quanto è ridicolo e rivoltante vedere una ragazza da marito, una donna di casa o una madre di famiglia che infilano rime, imbastiscono parole e si macerano sui libri, mentre la sporcizia, il disordine e la privazione regnano in tutta la casa». 
D’altronde trent’anni prima Jean Jacques Rousseau, il grande filosofo che avrebbe fortemente influenzato la pedagogia del secolo a venire, aveva scritto che i doveri delle donne, da coltivare nella loro educazione fin dall’infanzia, consistono nel «piacere agli uomini ed essere loro utili, farsi amare e stimare da loro, educarli da giovani, assisterli da grandi, consigliarli, confortarli, render loro piacevole la vita». 
Ancor oggi le donne, che pure le devono tanto, per la maggior parte la ignorano. Al liceo e all’università io sentii magnificare Rousseau; mai udii menzionare il nome di Olympe de Gouges. A distanza di decenni ora c’è per lei qualche risicato riconoscimento nei piccoli riquadri a fondo pagina dei libri di storia, quelli intitolati alla “questione femminile”. Quelli che tanto all’esame non ti chiedono mai. 

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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