LA RICETTA PER LA CONFETTURA: IRENA KRZYŻANOWSKA SENDLER

Si tramanda. Si sa.

La ricetta per fare la confettura pare essere la stessa ovunque, nelle diverse generazioni, immobile ― quasi ― per tutti gli anni in cui essa si è fatta in casa.

Serve della frutta, zucchero, una pentola, vasi e bottiglie per conservarla. Serve una persona che si metta ai fornelli, impugni il mestolo, e non tema le bruciature, che possono accadere, è ovvio, ma sembrano niente di fronte al sapore denso e profumato da spalmare e ― magari ― ricordare. Serve che questa confettura venga conservata nel miglior modo possibile, per non vanificare il lavoro, per poterne godere, per poterla regalare e far gioire.

È una ricetta perfetta, quella della confettura. Bisogna indovinare le dosi, capire il momento giusto per raccogliere la frutta, scegliere i contenitori adatti e la credenza nella quale riporli. Pure questa ha la sua importanza.

Poi, naturalmente, c’è chi fa il lavoro. Chi raccoglie, salva dal macero, cuoce, mescola, unisce, ripone. Ha sempre saputo di buono, chi fa la confettura. Sa di cose giuste, di rifugio, di casa, anche quando questa è lontana, nel tempo e nello spazio.

È da ammirare, chi prepara la confettura. Perché tante cose possono andare storte. Ma lo stesso s’infila il grembiule, va nel giardino, sale sull’albero, raccoglie la frutta, versa lo zucchero, accende il fuoco, gira e mescola, versa e conserva.

È una ricetta da non dimenticare, pur avendo il sapore di tempi andati. Può sempre essere rispolverata, nuovamente impugnata, ugualmente organizzata e preparata. Può servire. A volte deve. Anche quando pensiamo di non averne più bisogno.

Il primo passo da fare è andare nel giardino, sotto l’albero, a cercare di salvare più frutti possibili. Sembra un passaggio facile, ma non tutti i giardini sono accessibili. Ci sono quelli lontani, ai quali si arriva dopo un lungo viaggio. Ci sono quelli stranieri, che danno frutti sconosciuti, ma sempre frutti sono, e sempre buoni per le confetture. Ci sono quelli chiusi, recintati. Dove è complicato entrare e quasi impossibile uscire. E questi, anche se vicino a casa, sono i più difficili da raggiungere.

A Varsavia, il 2 ottobre del 1940 si decide la creazione di uno di questi giardini, con autorizzazione del governatore del distretto, Ludwig Fischer. Lo chiamano ghetto, una parola veneziana per una pratica che nel tempo e nella storia non ha conosciuto mai confini. E i frutti che stanno lì dentro hanno un nome preciso: ebrei.

Si inizia con la costruzione di un muro, tre metri di altezza, mattoni rossi e filo spinato come sentinelle a decidere chi resta dentro e chi rimane fuori, chi è giusto e chi sbagliato, chi vive e chi muore. A finanziare questo progetto è la stessa comunità ebraica. A supervisionarlo, lo Judenrat, il consiglio giudaico voluto dai tedeschi: nella peggior follia umana, le serpi hanno voluto un consiglio di topi che fosse parte attiva nel proprio sterminio.

Nel ghetto non si può entrare, se non si ha l’autorizzazione. Ma, soprattutto, dal ghetto non si può uscire, a meno che non si vada ai lavori forzati, e anche per questo bisogna avere un permesso. Lo spazio totale misura quattro chilometri in lunghezza e circa due e mezzo in larghezza, per una popolazione che è la metà di quella dell’intera città: 450.000 persone. La rete idrica e quella fognaria sono fatiscenti e ben presto collassano. E se il motivo ufficiale per la sua creazione è il timore di epidemie, le malattie iniziano realmente a svilupparsi e camminare. Uccidono. Facilitano il lavoro. Quell’albero a sei punte, nel giardino non lo vogliono. Prima è stato chiuso. Adesso va eliminato. I frutti sono lasciati marcire o mandati alla distruzione. Nel ghetto manca tutto: acqua potabile, luce elettrica, cibo. La popolazione viene nutrita con 180 calorie al giorno, 920 grammi di pane a settimana, 295 grammi di zucchero al mese. La fame morde gli intestini. Il freddo secca il sangue. Lo sporco ammazza il respiro. Il tifo miete vittime, stacca i frutti dagli alberi, recide i rami che non portano più alcuna traccia di ciò che un tempo sono stati. Le strade ne sono piene: noccioli rinsecchiti di un pomo senza polpa, scheletri di spazzatura caricati sui carri senza cura o riguardo per l’essere umano che in vita hanno rappresentato.

Prima della soluzione finale, il piano sta già prendendo forma, sta portando i risultati voluti. Il 16 ottobre del 1940 il muro è completato. Chi fugge è fucilato all’istante. Al resto della popolazione di Varsavia viene intimato di non aiutare gli ebrei: pena, la condanna a morte. L’ingranaggio è perfetto. Una cosa però è sfuggita. Un altro piano. Una ricetta. La ricetta. Quella per la confettura.

Per fare una buona confettura lo zucchero è fondamentale. Esso aiuta a creare un ambiente sfavorevole allo sviluppo di muffe e batteri.

A Varsavia la base dello zucchero, il suo quartier generale, è nel campus dell’Università libera di Polonia. A dirigere i lavori una professora, Helena Radlińska, ebrea convertita al cattolicesimo, che riforma e rivoluziona la pedagogia polacca. Quando, dopo la capitolazione di Varsavia il 28 settembre 1939, iniziano le persecuzioni della comunità ebraica e soprattutto degli e delle intellettuali, Helena Radlińska trova rifugio in un convento e da lì organizza un’università segreta e una rete di resistenza nella quale operano e militano suoi studenti e sue studente, suoi colleghi e sue colleghe, buona parte del Dipartimento dei servizi sociali di Varsavia.

Tante, tantissime le donne. E tra queste, quattro ragazze, tutte impiegate nel Dipartimento, che decidono di offrire assistenza a chiunque ne abbia bisogno, chiunque, senza alcuna distinzione, nella convinzione folle e rivoluzionaria che ciascun frutto è degno di essere raccolto e salvato dal macero: Jadwiga Piotrowska, Irka Schultz, Jadwiga Deneka e Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler. È quest’ultima che si reca da Radlińska per chiederle un consiglio su cosa poter fare per aiutare gli ebrei che nel ghetto stanno morendo, ed è a lei che la professora suggerisce di creare un servizio sociale sotterraneo per coloro che ormai sono esclusi da ogni forma di assistenza.

Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler

Irena conosce la realtà giudaica di Varsavia. Sono stati gli ebrei della capitale a pagarle gli studi universitari dopo che suo padre, il medico Stanisław Henryk Krzyvanowski, era morto di tifo nel febbraio del 1917 mentre assisteva gli ebrei che molti suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Egli, oltre a esperto in malattie infettive e ricercatore, era un attivista politico, uno dei primi iscritti al Partito Socialista Polacco che, per le sue convinzioni, era stato cacciato dalle università di Varsavia e di Cracovia. Riuscì a laurearsi nell’ateneo di Charkiv, un coacervo di idee radicali in una città che era anche un importante centro della vita intellettuale e culturale dell’ebraismo dell’Europa orientale. Stanisław Henryk Krzyvanowski trasmette alla figlia l’amore per la medicina, la voglia di giustizia, il coraggio di lottare per una solida uguaglianza sociale.

È seguendo le sue orme che Irena si oppone alla segregazione degli studenti ebrei negli atenei e va a sedersi con loro, a sinistra dei banchi universitari. È seguendo le sue orme che entra nell’Associazione della Gioventù Polacca Democratica e nel Partito Socialista Polacco.  È seguendo le sue orme che viene sospesa dal corso di studi per assistenti sociali per due anni, riuscendo a laurearsi soltanto nel 1939, a quasi trent’anni.

È seguendo le orme di suo padre e gli insegnamenti della sua professora Helena Radlińska che Irena indossa il grembiule, va nel giardino, sale sull’albero, raccoglie la frutta e prepara la confettura.

Appena dopo la laurea, va a lavorare come assistente sociale a Otwock ― cittadina natale paterna ― e a Tarczyn. Finché, sempre nel 1939, è di nuovo a Varsavia. Qui riceve l’incarico di monitorare la situazione igienico-sanitaria del ghetto affinché eventuali focolai di epidemia non si estendano anche al resto della città. È così che ottiene il permesso speciale che le consente una certa libertà di movimento da dentro a fuori. Irena e le sue compagne attraversano più volte al giorno i confini infernali del muro di mattoni rossi e filo spinato. Quando è al suo interno, indossa la stella di David: è un gesto di furbizia, per potersi meglio confondere. Ma, soprattutto, è l’ennesimo gesto di solidarietà di una giovane, piccola donna che, incurante delle bruciature, ha deciso di mettersi a cuocere la sua personale ricetta per la confettura. All’interno del ghetto, Irena inizia a far entrare cibo, vestiti, medicinali, vaccini.

Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler

E, a partire dal 1942, dopo la decisione delle autorità tedesche di liquidare il ghetto e trasferire i suoi occupanti nel campo di sterminio di Treblinka, Irena inizia anche a far uscire. Bambini. Bambine. Migliaia di giovani vite. Con l’aiuto della rete di resistenza polacca, chiamata Żegota e formata da moltissimi giovani ebrei, e grazie anche all’intervento di tanti privati cittadini e di varie istituzioni ecclesiastiche, Irena inizia a raccogliere i frutti. Nome in codice: Jolanta.

Jolanta entra nel ghetto vestita da infermiera e nasconde i bambini e le bambine nelle ambulanze. Si traveste da tecnico della rete idraulica e li porta via in cassette di legno o sacchi di iuta. Li carica su un camion e per farli uscire si fa aiutare da Shepsi, un cane addestrato ad abbaiare all’arrivo dei tedeschi per coprire il loro pianto. Attraversa le fogne più e più volte, mano nella mano con le piccole anime che sta aiutando a evadere dall’inferno.

Molti li nasconde nei cappotti di uomini e donne che, sul tram, si dirigono da una parte all’altra della città. Altri li seda e li fa uscire facendoli passare per cadaveri morti per tifo.

Una volta fuori, il suo lavoro non si ferma. Inizia a fornire loro documenti falsi, li porta da sacerdoti che li battezzano così da regolarizzarli, in una qualche maniera. Li affida a famiglie che li adottano e a istituti ― per lo più religiosi ― che li nascondono: spesso ai nuovi arrivati vengono dati il nome e il cognome di bimbi cattolici deceduti e la cui morte non era stata comunicata alle autorità.

Ai maschietti, quando di caratteri somatici chiaramente semiti, sono tinti i capelli o bendato parzialmente il volto così da evitare che venga controllata la presenza di un’eventuale circoncisione. C’è una rete di umanità bellissima che prosegue il lavoro di Irena: è stato calcolato che per salvare un solo bambino dal ghetto rischiano la vita ben dieci i cittadini di Varsavia.

Irena “Jolanta” per oltre un anno fa da spola tra l’ombelico del male e la possibile, flebile speranza per il futuro.

Ma tutto questo non basta. Non le può bastare.

Nella sua personale ricetta della confettura, aggiunge un ingrediente segreto nella conserva. Su sottilissimi fogli di sigaretta, Irena annota tutti i nomi dei bambini e delle bambine che ha aiutato a scappare dal ghetto. Accanto, la loro nuova identità. Perché il suo sogno, il suo obiettivo, è quello di poter riportare quelle giovani vite alle loro famiglie di origine, quasi a voler mettere un ordine di umanità nel caos ignobile dell’odio e della follia. Quasi a dare una stretta di spalla a quelle madri che con difficoltà ha convinto affinché le affidassero i figli, a quelle madri che hanno preparato i loro bimbi e le loro bimbe al distacco, spiegando che un’altra mamma, quella vera, li aspetta di là da quel brutto muro rosso e dal filo spinato.

Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler

I foglietti, Irena li nasconde nel giardino. Nessuno deve sapere della loro esistenza. Nessuno. Nemmeno i suoi aguzzini. Perché, prima o poi, se fai la confettura, la bruciatura arriva.

“Jolanta” viene arrestata il 20 ottobre del 1943. La Gestapo la preleva dalla sua casa e la conduce nella caserma di viale Szucha. Sa cosa la aspetta. Viene tortura e interrogata. Le spezzano gambe, braccia e piedi a colpi di manganelli e barre di ferro. Le intimano di parlare, ma il silenzio sarà l’unica risposta che le guardie riceveranno. Ha troppo da perdere. La punizione per il reato di cui è accusata consiste nel veder sterminata la propria famiglia, persona dopo persona, partendo dai membri più piccoli. Irena vuole salvare sua madre, da tempo malata. Vuole salvare l’uomo che ama, Adam Celniker, anche lui partigiano e nascosto dalla sua stessa rete di contatti. Nella prigione di Pawiac rimane tre mesi, fino alla sua condanna a morte.

Alla fine si salva. Lo Żegota riesce a corrompere un ufficiale incaricato della sua esecuzione. Scappa, ma Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler è nell’elenco dei fucilati e Jolanta è costretta a vivere nella totale clandestinità con il nuovo nome di Klara Dabrowska. E Klara continuerà a preparare le sue confetture. Durante l’Insurrezione di Varsavia lavora come infermiera nel Punto Sanitario e dopo la guerra entra nel Centro di Aiuto Sociale della capitale, iscrivendosi, dal 1948 al 1968, al Partito Comunista Polacco, che però abbandona per le campagne antisemite e per le politiche di repressione contro studenti e intellettuali. Contribuisce a creare orfanotrofi, un Centro di Assistenza per le Madri e i Bambini in difficoltà, alcune istituzioni a sostegno delle famiglie disoccupate. Il regime la arresta nel 1949 perché sospettata di nascondere membri dell’Esercito Partigiano Armia Krajova e in carcere perde un bambino nato prematuramente. 

Pur ricevendo nel 1965 la Medaglia di “Giusto fra le Nazioni” dall’istituto Yad Vashem, l’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, e, nel 1991 la cittadinanza onoraria di Israele, la Polonia pare essersi dimenticata di lei.

Bisogna aspettare il 1999 e alcune studente statunitensi che, spinte dal loro insegnante Norman Conard, le dedicano uno spettacolo teatrale dal titolo Life in a Jar, La vita in un barattolo, affinché il suo nome e il suo operato escano dall’ingiusto dimenticatoio nel quale sono stati reclusi.

Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler muore a Varsavia il 12 maggio del 2008, all’età di novantasette anni, un anno dopo che il governo della Polonia la dichiara “Eroe nazionale”, raccomandando il suo nome all’Accademia di Stoccolma per la candidatura al Premio Nobel per la Pace.

Nella sua azione di resistenza, è riuscita a salvare circa 2500 giovani vite. La maggior parte di loro non ha più rivisto la propria famiglia di origine.

Questa piccola, testarda, coraggiosa donna polacca è stata una partigiana di giustizia e libertà, una maglia larga nel nero muro del ghetto di Varsavia, attraverso la quale è apparso il volto buono dell’umanità.

Strada dedicata a Irena Stanisława Krzyżanowska Sendler

Irena, “Jolanta”, ha opposto all’orrore più buio il sapore dolce e avvolgente della confettura. Ha impugnato il mestolo, indossato il grembiule, preso lo zucchero e salvato tutti i frutti che le è stato possibile salvare, non fermandosi nemmeno davanti a un giardino chiuso.

«Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra e non un titolo di gloria. Ogni giorno è fatto per amare e l’amore trattenuto muore. Il mio amore è una goccia nel mare e laddove non c’è acqua la goccia è benvenuta. Noi siamo miliardi di gocce: uniamoci e saremo il mare».

Qui le traduzioni in francese e inglese.

***

Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Un commento

  1. non conoscevo la storia di questa donna straordinaria. Forse si dovrebbe raccontare di più, troppi aspetti belli della nostra esistenza non siamo in grado di apprezzare e ci sdoffermiamo tanto sugli eventi negativi che purtroppo co accompagnano costantemente

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