Dacci oggi il nostro odio quotidiano

Sempre più spesso ci accade di dover esprimere solidarietà a qualcuna che viene pesantemente attaccata sui social, trasformati nella versione contemporanea della gogna. Non è un caso se l’edizione 2018 del dizionario Zingarelli ha incluso tra i nuovi termini d’uso hater, odiatore.

L’ultima in ordine di tempo è stata la Presidente del Senato, ripetutamente minacciata di stupro e di morte.

Tutti i dati che regolarmente vengono raccolti confermano, purtroppo, che le donne in Italia e nel mondo sono uno dei bersagli prediletti dell’hate speeche di discorsi sessisti che le affidano al pubblico ludibrio.

Vista la massiccia presenza di attacchi rivolti sia a singole figure sia all’intero genere femminile, Amnesty International ha approfondito il fenomeno con uno studio incentrato sull’odio di genere sui social network. Il quadro emerso è inquietante. Su 42.143 post e tweet analizzati, più di 1 su 10 (il 14%) è offensivo, discriminatorio o hatespeech. Circa 2 commenti su 3 hanno un’accezione negativa, mentre più del 29% è offensivo, discriminatorio. Il tema “donne e diritti” continua a essere marginale, presente solo nell’1% dei commenti analizzati.

Nell’anno della pandemia l’odio si è radicalizzato e l’isolamento causato dal lockdown ha incentivato gli sfoghi solitari.

Non si tratta solo di battute fugaci. Che i social siano dispositivi con algoritmi che lavorano sugli istinti aggressivi, li plasmano e li assecondano per scopi commerciali, è ben vero. Le virulenze verbali sono funzionali al modello economico che sostiene i profitti miliardari della rete.

Via via l’uso si è fatto quasi professionale, da parte di circoli e gruppi che concentrano la produzione e la diffusione di odio. Il fenomeno è talmente diffuso che è stato coniato il termine online domination per indicare le pratiche organizzate che tendono a ristabilire un dominio di genere e che sono in grado di  fornire pretesti ideologici alla violenza dei maschi. Si basano sulla certezza che più un soggetto percepisce intorno a sé un clima sociale di legittimazione, più si sente incentivato a esprimere contenuti violenti. Quando l’odio di uno diventa ondata entrano in gioco meccanismi premianti che derivano dall’approvazione altrui e che accrescono le probabilità che il comportamento si riproduca.

Innumerevoli poi sono le pagine orribili che vengono create e diffuse: basta digitare su Google alcune parole sul sesso femminile per aprire centinaia di pagine di porcherie e di deliri misogini di tono squadrista.

Nel mondo oscuro delle chat migliaia di uomini si scambiano foto, video e dati personali di donne dandoli in pasto alla violenza di gruppo (non solo virtuale, visto che molti casi si traducono in vero e proprio stalking). Quali sono i materiali più ambiti? Quelli che simulano o augurano stupri. Che una scena di sesso, per avere tanti clic, debba essere imbastita con un lui aggressivo e una lei non consenziente, è il leitmotiv che ritorna.

Più si parla di violenza maschile sulle donne più cresce la violenza che scaturisce dalla rete. Il fenomeno è così vasto e radicato che da tempo viene studiato a livello istituzionale. L’International Center for Research on Women (Icrw) parla di «violenza di genere facilitata dalla tecnologia».

Così com’è chiaro che l’essenza della tecnologia non è tecnologica, è evidente che la condivisione non è né la sentina né la panacea di tutti i mali. In una società in cui essere connessi è parte integrante della vita, Internet potrebbe rappresentare uno strumento per condividere le proprie passioni e le proprie idee; oggi però, con crescente frequenza, è divenuto luogo privilegiato e moltiplicatore per l’insulto greve e gratuito. In alcuni casi sembra che venga inteso come genuina forma di democrazia pur quando è villania o oltraggio.

Il sessismo non nasce nel web come non nasce lì il bullismo, ma sui social network è ancora più pericoloso delle forme già conosciute perché rafforza il gruppo, lo dilata e crea dinamiche da lapidazione pubblica. I gruppi virtuali mostrano generalmente minor adesione alle norme sociali rispetto ai gruppi reali, con più frequenti litigi, scambi quotidiani di accuse, escalation di volgarità. Le persone sono gratificate dall’incontro con chi la pensa come loro e non esitano a insultare pesantemente chi non condivide gli stessi orientamenti.

Non bastano buone leggi, ad esempio il “Codice rosso”, a contenere e arginare fenomeni tossici come questi. Serve un maggior coinvolgimento delle istituzioni ma anche della scuola e delle famiglie. È necessario partire dall’educazione digitale e sessuale e da una vera e propria rivoluzione culturale, che possa insegnare alle persone a convivere in maniera civile e tollerante, dal vivo così come online.

È vero che i reati compiuti sul web sono perseguibili come quelli compiuti nella vita reale, ma nel nostro ordinamento sono deboli e smagliati i provvedimenti utili ad arginare il fenomeno: benché la polizia postale faccia molto, è difficile avventurarsi in battaglie contro un gigante immenso, sovranazionale, che sembra incontrollabile e imprendibile.

Gran parte dei provider dei social media e delle aziende proprietarie di piattaforme di streaming hanno siglato il Codice di condotta del 2016 della Commissione Europea per il contrasto a hate speech e hate crime e sono tenuti a prendere in considerazione — e a rendere tracciabili — le segnalazioni degli/delle utenti. Hanno inoltre propri standard di comunità e policies interne, che dovrebbero tutelare l’utenza proprio in casi come quelli citati.

Ultimamente sono stati chiusi tre canali Telegram dove venivano condivise foto rubate dai profili o per strada, pubblicate al solo scopo di incitare alla violenza. Il sito canadese Pornhub, il decimo più visitato al mondo, che permette di condividere i video pornografici, trae profitto pubblicando le immagini degli stupri di migliaia di minori di età e nazionalità diverse; spesso continua a diffonderle dopo le loro richieste di eliminarle, anche se i gestori respingono le accuse.

Oltre agli strumenti della denuncia e dell’educazione, una realtà su cui si dovrebbe intervenire consiste dunque nelle piattaforme dove l’odio si propaga sempre più velocemente. Esse dovrebbero intensificare l’attività di monitoraggio al fine di agire con la tempestiva chiusura di gruppi che incitano all’odio e alla discriminazione di genere e fornire strumenti e guide utili a combattere la violenza e l’odio contro le donne, contribuendo a educare utenti attenti e consapevoli dell’ecosistema digitale in cui si muovono ogni giorno.
Dovrebbero.

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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