Buongiorno, gioia

Concorso Sulle vie della parità VIII edizione 2020/21

Sezione B, Narrazioni. Le donne nella memoria. La memoria delle donne

Incipit 3 di Antonio G. Bortoluzzi

Io la conoscevo la signora, cioè, era una figura del terrazzo, del cortile, del portoncino d’ingresso. Io le dicevo “Buongiorno” e lei rispondeva “Buongiorno a te, gioia!”. Questo per tanti anni, adesso non c’è più, e con lei se n’è andato quel “gioia” e un po’ di me stesso bambino, perché oggi nessuno saluta più così, con quella specie di speranza quotidiana.

Era come sentire la benevolenza del mondo che ti accoglie. Allora non lo capivo fino in fondo, ora sì.
“Buongiorno, gioia”: vuol dire che le portavo gioia, che era contenta di vedermi, che si aspettava solo bene da me. E io, bambino, mi sentivo importante e felice per un attimo, mi sentivo portatore di cose belle. Era lieve e silenziosa, quasi invisibile. Non sapevo niente di lei e non mi ponevo domande. Quelle sue tre parole, lievi, gratuite, erano tutto.  Sempre accompagnate da un sorriso. Per anni.

Seppi tardi che la signora Luigina, si chiamava così, non c’era più. Avevo già 25 anni e avevo cominciato a lavorare in città. In paese tornavo poco, perché di tempo ne avevo poco e poi, nelle pause dal lavoro, ero stanco, stanco da morire. Qualcosa mi mancava della mia infanzia, del paese, un filo mi legava alla mia casa, ma non avevo neanche il tempo di pensarci, correvo e basta. La mia vita ora la vivevo in corsa: il lavoro di fattorino di Amazon era da fare rapidamente, anzi rapidissimamente: consegna di pacchi, firma, grazie (non sempre), buongiorno (non sempre) e via, di corsa a consegnare un altro pacco. Consegnavo scatole piccole, medie e grandi: chi le riceve neanche ti guarda, guarda la scatola. Qualcuno non risponde neanche al saluto, sorrisi neanche a parlarne, il pacco appena arrivato lo cattura. È così, lo so. Ormai non ci faccio più caso. E via di corsa verso un’altra consegna.

Fu mia madre a raccontarmi, al mio ritorno a casa in paese, che la signora Luigina era morta in casa, in silenzio, da sola. Fu allora, nel vuoto improvviso di un “buongiorno a te, gioia” gratuito, lieve e magico, che mi chiesi per la prima volta chi fosse la signora Luigina.
Mia madre non nascose la sua meraviglia: non avevo mai chiesto niente di lei, prima. Mi guardò con lo sguardo interrogativo di chi vuol far venir fuori un segreto, o un vuoto, e mi raccontò la sua storia.
Una storia che di lieve e magico aveva ben poco: era vedova, da sempre, così almeno la ricordava mia madre, e aveva un figlio emigrato in Germania. Sorridente, gentile, mandava pacchi in Germania: biscotti fatti in casa, sciarpe per il figlio, maglioncini colorati da lei cuciti per il nipote. Doveva avere la mia età il nipote e si chiamava Johan.

Una volta o due, o forse più volte, era andata a trovarli: era tornata sempre sorridente da quei viaggi in Germania, ma gli occhi erano tristi. Lì il figlio lavorava per l’intera giornata, la casa era piccola, Johan parlava solo il tedesco. La signora Luigina si sentiva di peso, di troppo, inutile, in gabbia.
Qui in paese era libera, la sua terrazza dove coltivare i suoi fiori era il suo paradiso. E poi poteva sempre mandare loro i suoi biscotti, le sue sciarpe, i maglioncini fatti a mano, sentirli vicini, da lontano.

Così. mentre mia madre raccontava, ecco un ricordo emergere, come da una nebbia che dirada.
La signora Luigina a casa nostra, tanti anni prima, io bambino e mia madre: era venuta da noi perché provassi un cappottino di lana che cuciva per il nipotino lontano. Johan era alto come me, forse più robusto. Ricordavo ancora le mani della signora Luigina che accarezzavano il cappottino di lana e gli occhi che le brillavano, non so più se di tristezza o di gioia. Allora non mi chiedevo perché e per chi.
Mia madre se ne ricordava anche lei. Mi raccontò che il cappottino era stato spedito ed era arrivato dal figlio una lettera di ringraziamento con la foto di Johan. Mia madre raccontava della lettera che la signora Luigina, fiera, le aveva fatto leggere, e allora capii: ecco, ero “gioia” perché ero il riflesso del nipote lontano, di Johan, sua gioia davvero.

L’ho pensato e lo penso ancora, ma non basta. C’è anche altro.
“Buongiorno, gioia” è altro: è il segno di un mondo umanissimo che è sparito, non c’è più, di un’umanità gentile che ti rende gentile, che ti dona tempo, un attimo, anche solo uno.
«A cosa pensi?» chiese mia madre. «Perché sorridi?… Finalmente ti vedo sorridere!»
A cosa pensavo: al dono infinito e antico della signora Luigina, riemerso  luminoso, capace di illuminare il grigiore di un tempo diverso, vissuto correndo, senza speranza, senza saluto, senza augurio.

Sono tornato in città, al lavoro.
«Sono di Amazon, devo consegnare un pacco». Una donna dice di aspettare. Apre la porta. Ha un’aria cupa, il pensiero altrove. Non mi guarda neanche mentre le consegno la scatola. Guarda la scatola.
«Buongiorno», dico. Non risponde. Sembra non aver sentito.
«Buongiorno, signora», ripeto fissandola.
Mi guarda esitante. Sorride. «Buongiorno, gioia» mi dice.
Sorrido anch’io. C’è speranza, penso, e rapido riprendo la corsa, più leggero e contento. Contento non so di cosa, o forse sì.

Il racconto è stato ideato da un allievo, Francesco Calderaro, che ha frequentato la classe V Liceo Scientifico dell’IIS Vaccarini di Catania, sotto la guida della professoressa Pina Arena.

La giuria ha conferito a Buongiorno, gioia il Primo Premio per le Classi Quinte con la seguente motivazione:

«Racconto personale, autentico, profondo, che coglie il senso dell’incipit rivelando intelligenza, sensibilità, equilibrio e maturità di giudizio.
L’espressione, corretta e scorrevole, denota piena padronanza dello strumento linguistico e rende il racconto, nella sua semplicità, piacevole e avvincente.
Si premia anche la capacità di problematizzare diverse tematiche attuali, pur mantenendo la coerenza con lo spunto dell’incipit proposto.
I nostri più vivi complimenti».

***

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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