Le ali della libertà

Quando la pena è moralmente giustificata? Qual è il tipo di punizione più efficace? Partendo dal fatto che molti tra neuroscienziati e filosofi sono scettici rispetto alla questione del libero arbitrio, ne consegue che essi ritengano illusoria anche la responsabilità morale — o almeno quella basata sul merito. Da ciò deriva quindi l’esigenza di una revisione giuridica, ancora fortemente dibattuta, poiché da un lato abbiamo una giustificazione della pena di stampo deontologico — rivolta cioè al passato e la cui sopravvivenza è strettamente correlata alla credenza nel libero arbitrio — e dall’altro una giustificazione della pena di stampo utilitaristico — orientata invece al futuro e priva di interesse riguardo l’eventuale esistenza del libero arbitrio.

Possiamo pertanto affermare che il primo tipo di giustificazione è di natura retributivista, e sembra perciò corrispondere al desiderio di restituire al reo ciò che si merita per il reato commesso, al fine di ristabilire una sorta di equilibrio di giustizia, e che il secondo tipo di giustificazione è invece di natura conseguenzialista, in quanto si astiene da qualsiasi tipo di riferimento alle colpe passate del reo, guardando piuttosto alle conseguenze positive che deriverebbero dalla punizione di questi, mettendo in campo elementi quali deterrenza, riabilitazione e protezione della società.

A primo impatto potrebbe dunque sembrare opportuno eliminare il retributivismo, poiché equiparabile alla mera vendetta personale e pertanto ingiusto, e salvare solamente la concezione utilitaristica, considerata invece più umana, giusta, rispettosa verso la persona. Tuttavia, vi sono due aspetti da considerare: la componente negativa del retributivismo — secondo la quale solo i colpevoli devono essere puniti e non in modo eccessivo — e i problemi morali sollevati dalle giustificazioni conseguenzialiste, che ne costituiscono i suoi stessi limiti intrinseci. Se il retributivismo negativo riesce infatti a scongiurare il rischio delle pene spropositate e del capro espiatorio, al contrario un principio come quello della deterrenza sembra giustificare pene sin troppo severe purché servano da monito, sembra arrivare a giustificare persino la punizione dell’innocente.

Si ritorna dunque alle domande di apertura, alle quali possiamo ora aggiungere un altro quesito: se il carcere ha veramente una funzione riabilitativa, rieducativa, cosa succederebbe nel caso in cui il detenuto sia un innocente già perfettamente inserito nella società? Quest’ultima domanda, in particolare, ci introduce a uno dei temi fondamentali proposti dal film Le ali della libertà — diretto nel 1994 da Frank Darabont e tratto da un racconto di Stephen King — o almeno è ciò che fa pensare il protagonista, Andy Dufresne, nel momento in cui afferma «quando ero fuori ero un uomo onesto, dritto come una freccia, è qui in prigione che sono diventato un diavolo». Andy infatti, come si scoprirà nel corso del film, è veramente un uomo innocente condannato ingiustamente a due ergastoli, che arriverà però a scontare vent’anni nel carcere di Shawshank, durante i quali stringerà una forte amicizia con un altro detenuto, “Red” «il quale si dimostrerà realmente pentito per il crimine commesso in gioventù e al quale pertanto sarà concessa la libertà condizionata riuscendo anche a ottenere la protezione da parte delle guardie sfruttando le sue competenze di banchiere ». Tuttavia, sarà proprio il suo coinvolgimento negli sporchi affari del corrotto direttore Norton a far sì che gli venga preclusa la possibilità di denunciare il vero colpevole del delitto per il quale è stato condannato: il desiderio di libertà di Andy comporterà infatti la sua stessa reclusione nella cella di isolamento per due mesi consecutivi e l’uccisione di un giovane detenuto.

Red e Andy in Le ali della libertà

Questo ci porta ad affrontare un altro dei temi fondamentali proposti dal film, ovvero il trattamento dei detenuti. Come prevedibile, assistiamo a scene di abuso di potere da parte delle guardie, che si concretizzano per esempio nel loro accanimento su un uomo appena arrivato (finendo per ucciderlo), nel voler far passare l’eventuale morte del protagonista come un incidente (data la sfacciataggine con la quale questi si è rivolto a uno di loro, salvo poi ottenerne la fiducia grazie, appunto, alle sue capacità nel settore finanziario), nel rendere paralitico il detenuto che aveva preso di mira Andy (già sotto la loro tutela); e del direttore stesso, che “ingaggia” Andy, fa uccidere l’uomo che avrebbe potuto aiutarlo a riconquistare la sua libertà e infine lo minaccia, segno di come, in un contesto così difficile dal punto di vista sociale come quello rappresentato dal carcere, l’uomo messo nella condizione di poter esercitare senza alcuna ripercussione la propria supremazia possa arrivare a mostrare il peggio di sé.

Dopo aver sopportato tutto questo per molto più tempo del dovuto, Andy decide allora di riprendersi quella libertà che gli spetta di diritto mettendo in atto il suo piano di evasione e di riscatto, attaccandosi strenuamente a quel barlume di speranza che non l’ha mai abbandonato, come da lui chiarito in più di un’occasione parlando con Red, il quale ha invece tutt’altra visione. Red, infatti, ritiene la speranza pericolosa (in grado di “far impazzire un uomo”) e inutile in un posto come quello in cui si trovano, tanto da arrivare a definire un altro detenuto, l’anziano Brooks, uscito sotto libertà condizionata e morto suicida per la sua incapacità di riuscire a integrarsi in società dopo tutti gli anni trascorsi in carcere, istituzionalizzato, descrivendo lo strano potere delle mura che li circonda «prima le odi, poi ci fai l’abitudine e, se passa abbastanza tempo, non riesci più a farne a meno».

Alla luce di tutto ciò viene dunque naturale concordare con quanto detto da Red nell’ultimo incontro con la commissione, riunitasi per decidere se concedergli o meno la libertà condizionata: quella che dovrebbe essere la funzione primaria del carcere, ovvero la riabilitazione del reo, sembra essere una “parola vuota” e questo ci fa capire come, per raggiungere un ideale di giustizia più adeguato, sia necessario incorporare il retributivismo negativo alla concezione utilitaristica, poiché, per quanto quelli di tipo conseguenzialista sembrino essere gli argomenti preferibili per giustificare la punizione (in quanto ritengono necessario punire solo in prospettiva di un’utilità sociale), il vincolo posto dal retributivismo negativo consente di bilanciare l’assegnazione della pena e impedisce di punire chi non lo merita.

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Articolo di Arianna Zelli

Arianna Zelli è nata a Roma nel 1997 e si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università Roma Tre, presso la quale frequenta la magistrale in Informazione, Editoria e Giornalismo. La sua più grande passione è la scrittura e spera che un giorno questa possa diventare la sua professione.

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