Grażyna Bacewicz, violinista e compositrice polacca

La musica è sempre stata la mia vita. Nella casa di Łódz, dove sono nata il 5 febbraio 1909, si respirava nell’aria. Fino da piccola sono stata circondata dai suoni armoniosi di vari strumenti; mio padre era un professore di origini lituane e quando avevo appena cinque anni cominciò a educarmi alla teoria musicale, iniziandomi anche alla pratica del violino e del pianoforte. Mentre ascoltavo i miei fratelli maggiori già avviati su questa strada, miglioravo la mia tecnica di giorno in giorno tanto che diventai una bambina prodigio: a sette anni debuttai sul palcoscenico, a tredici anni composi il mio primo brano e a diciannove entrai al conservatorio di Varsavia, la nostra capitale. Lì potei studiare con la guida di docenti esperti: composizione con Kazimierz Sikorski, violino con Józef Jarzebski e pianoforte con Józef Turczynski.

Grazyna Bacewicz

Ma non mi accontentavo: ho sempre avuto una mente fervida, ero dotata di creatività e fantasia, lo studio mi appassionava. Mi iscrissi quindi all’ Università, alla facoltà di Filosofia, e cominciai — con un certo successo — a pubblicare brevi testi in prosa. D’altra parte in famiglia c’era già una scrittrice e poeta: mia sorella Wanda, vuol dire proprio che eravamo portati per le arti. Nel 1932 mi diplomai in violino e pianoforte (brillantemente, devo aggiungere) e potei specializzarmi a Parigi con Nadia Boulanger e André Touret, venendo in contatto anche con il celebre virtuoso di pianoforte e compositore Ignacy Jan Paderewski. Fu allora che ricevetti il mio primo riconoscimento ufficiale grazie al Quintetto di fiati. Dopo un breve ritorno in patria, di nuovo a Parigi mi perfezionai nello studio del violino con Carl Flesch. Nel 1936 mi sono sposata con un uomo di formazione tutt’altro che artistica: proprio a me doveva capitare un medico (ma pianista dilettante)! Per avere la nostra unica figlia, Alina, abbiamo dovuto attendere sei anni, ma poi è arrivata ed è stata la nostra gioia. Anche lei ha imbracciato una carriera artistica, quella che ci mancava: è infatti una affermata pittrice. Nello stesso anno del mio matrimonio con Andrzej Biernacki ebbi una grande soddisfazione professionale: fui infatti chiamata dal direttore Grzegorz Fitelberg come primo violino dell’Orchestra della Radio polacca, ruolo che mi portò in numerose tournée e che ricoprii per un lungo periodo. Potei così alternare le parti di solista alla composizione e mi si spalancarono le porte della notorietà internazionale. La guerra, come evidente, interruppe le attività artistiche, culturali, sociali: la nostra povera Europa, e la mia Polonia, erano in fiamme. Varsavia fu rasa al suolo, così mi rifugiai con la famiglia a Lublino. Nel dopoguerra mi sono dedicata soprattutto alla composizione, ma mi è capitato di intervenire in prestigiosi concorsi come giurata, compito che ho svolto con entusiasmo, sempre desiderosa di scoprire nuovi talenti.
Ho scritto tanto, di tutto, e velocemente: si possono contare oltre duecento miei lavori. Sinfonie, concerti per strumenti solisti e per orchestra, musica da camera, fra cui sette quintetti e il Quartetto d’archi n.3 (ritenuto eccezionale per abilità polifonica) e poi cinque sonate per pianoforte e tre per violino, la Partita per violino e pianoforte, musica vocale. Sono stata molto amata dal mio pubblico, ma anche da colleghi concertisti che hanno apprezzato a più riprese le mie opere: la virtuosa Regina Smendzianka — che suonò e registrò i miei Dieci studi (1954) — affermò: «i suoi studi sono magistrali e liberi da qualsiasi reminiscenza folcloristica, ma sono pieni di difficoltà tecniche, fornendo un ottimo stimolo anche ai pianisti».

So bene che certa critica mi ha voluto chiudere in stili e periodi, con scarso successo. Ho dovuto lottare per impormi, in un campo maschile e maschilista per eccellenza, in cui le donne sono state apprezzate solo come cantanti liriche, e — al massimo — come soliste prodigiose. Ma la composizione, come la direzione ancora nel XX secolo sono state appannaggio quasi esclusivamente di uomini, gelosi del loro ruolo e (posso dirlo?) un po’ invidiosi delle capacità femminili. Ho dovuto anche convivere con le critiche espresse durante il regime staliniano in cui ciò che non era conforme e allineato veniva proibito in nome del “realismo socialista”. Io però sono andata avanti per la mia strada e ho spiazzato molte voci avverse per il mio continuo sperimentalismo e per i miei incessanti cambiamenti che coglievano tutti di sorpresa. Somiglia a Bartók?  Si ispira a Szymanowski? Si rifà al neoclassicismo? Riprende le musiche popolari? In realtà sono stata solo me stessa. Mi sono divertita anche a variare il più possibile i generi: non mi sono tirata indietro quando mi sono state offerte colonne sonore per il cinema e per film di animazione, composizioni per la radio (come l’opera buffa Le avventure di re Artù-1959), musiche di scena per balletti. Per le Olimpiadi di Londra (1948) scrissi la Olympic Cantata.

Sono stata vicepresidente dell’Unione compositori polacchi — ruolo di prestigio che mi ha impegnato molto in viaggi e incontri in giro per il mondo — e mi sono dedicata anche all’insegnamento, prima presso il conservatorio di Łódz, poi in quello di Varsavia; dal 1954 però ho dovuto rallentare gli impegni pubblici a causa dei postumi di un grave incidente automobilistico che ha limitato i miei movimenti, ma non la vena artistica. Ho continuato a scrivere, seguendo la mia passione giovanile: rimangono inediti due romanzi e numerosi racconti, mentre postuma è uscita la raccolta di aneddoti Znak szczególny, basata su mie esperienze e resoconti di viaggi; il testo teatrale Jerzyki albo nie jestem ptakiem è stato presentato alla televisione polacca nel 1968. Risale a quegli anni una mia ulteriore evoluzione artistica, grazie al parziale allontanamento dalla tonalità, alla maggiore attenzione al colore musicale, all’arricchimento degli schemi timbrici; nacquero allora alcuni fra i miei massimi successi come la celebrata Sonata per violino solo n.2 (1958), che rappresenta un vero e proprio studio delle possibilità espressive del violino. In Musica per archi, trombe e percussioni (1958) ritornavano i ritmi vigorosi e i temi fortemente contrastati contenuti nei miei primi lavori, ma qui intrisi di nuova audacia e dinamismo. Alcuni critici ritengono che sia il mio capolavoro per orchestra. Fu eseguita al festival “Autunno di Varsavia” del 1959 e ricevette il primo premio nella divisione orchestrale e il terzo premio assoluto all’International Rostrum of Composers dell’Unesco (Parigi, 1960). Altra novità stilistica fu Pensieri notturni (1961), mentre in una sola settimana scrissi l’Esquisse per organo su richiesta dell’organista francese Jean Guillou (definita memorabile da qualche gentile estimatore), proseguendo nella mia rinomata rapidità compositiva; il settimo Quartetto d’archi è stato giudicato un vero gioiello, come non se ne ascoltavano dai tempi di Bartók. Il mio ultimo lavoro concluso è stato il Concerto per viola, eseguito solo dopo la mia scomparsa da Stefan Kamasa: lo interpretò varie volte, con grande successo, a fianco delle più importanti orchestre del mondo.
La morte mi ha raggiunta troppo presto e all’improvviso: il mio cuore stanco smise di battere quando stavo per compiere sessant’anni, il 17 gennaio 1969, mentre ancora ero nel pieno della creatività, lasciando incompiuto il balletto Desire.

Come vengo celebrata, nel XXI secolo, nella mia patria? Purtroppo poco e male. Mi sono state dedicate delle strade, è vero, delle scuole di musica portano il mio nome, ma un solo busto e un solo monumento mi ricordano in tutta la Polonia. A Łódz, la mia città, una strada periferica e l’Accademia di musica si chiamano come me, ma quest’ultima la devo dividere con mio fratello Kiejstut. Tre concorsi e un festival musicale sono intitolati a me e alla mia arte, ma quando nel 2009 si intendeva ricordare in grande stile il centenario della mia nascita solo un francobollo e qualche concerto mi hanno omaggiato. Che avesse ragione quel perfido critico nel dichiarare apertamente che ero brava, come compositrice, proprio come un uomo? E quel direttore d’orchestra che mi definì «grande maestro con la gonna»? Dovete sapere che mi è capitato più volte di ricevere lettere di apprezzamento indirizzate al “signor” o a “monsieur”; un altro critico, ancora più ottuso e meschino dell’altro, arrivò a insinuare che io non esistessi: avrei celato in realtà un uomo, il vero compositore delle mie opere. Il fatto poi che mi venisse attribuito uno stile mascolino perché non scrivevo canzonette o ballabili, ma opere dall’orchestrazione complessa e usavo nel gergo musicale aggettivi come «dinamico», «deciso», «energico», non mi è mai sembrato un gran complimento, come se una donna dovesse essere necessariamente dolce, romantica, sentimentale nelle sue manifestazioni artistiche. So bene che la via dell’affermazione professionale femminile, in ogni campo, ancora oggi non è facile ed è costellata di ostacoli: solo la nostra volontà, le nostre capacità, la nostra dedizione possono farci emergere, spesso a costo di sacrifici personali. E la composizione e la musica classica sono àmbiti misogini per eccellenza. Così la sfida continua.

«Penso che per comporre si debba lavorare molto intensamente. È necessario fare una pausa tra la composizione di opere diverse, ma non si dovrebbero fare interruzioni quando si sta scrivendo un pezzo. Sono in grado di lavorare su una composizione per molte ore al giorno. Di solito faccio una pausa a metà giornata, ma anche durante la pausa il mio cervello continua a lavorare. Mi piace stancarmi molto, molto. A volte è allora che improvvisamente ricevo le mie migliori idee». (Grażyna Bacewicz)

Qui le traduzioni in francese, inglese e polacco.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Articolo di Aleksandra Makowska-Ferenc

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Dottoranda all’Università di Łódź in Polonia, responsabile dei programmi scientifico-culturali all’Accademia Polacca delle Scienze di Roma. La sua ricerca di dottorato descrive la lingua come strumento di discriminazione delle donne, analizzando i casi di femminicidio in Italia.

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