Rape culture. La tutela delle vittime nelle aule di giustizia

L’altro giorno ho visto il recentissimo film Una donna promettente che è una storia grottesca su come la società americana, perbenista e borghese, percepisca la violenza sessuale e la giudichi. Il film ripercorre la storia della trentenne Cassie che ha abbandonato gli studi di medicina per lavorare in un piccolo bar. Cassie tuttavia ha deciso di rivoluzionare la sua vita per ottenere una sola cosa: giustizia. Ai tempi del college, infatti, la sua migliore amica ha subito una violenza sessuale da parte di un compagno di corso mentre era ubriaca: nessuno ha mai creduto alla sua versione, al punto da spingere la ragazza al suicidio.
La protagonista del film decide quindi di vendicarsi e lo fa in modo piuttosto singolare: entra in un locale una volta alla settimana fingendosi ubriaca, aspettando che un ragazzo la abbordi, la porti a casa e si prepari ad approfittare del suo stato di semi-coscienza per fare sesso con lei. A questo punto Cassie si mostra lucidissima, facendo capire di non essere mai stata ubriaca e costringe il ragazzo di turno a fare marcia indietro e a riconoscere la colpa di cui si stava per macchiare. Il suo particolare metodo non risparmia le stesse donne che, con il silenzio e le critiche alle vittime, favoriscono questo clima che fa sentire le donne attaccate ancora più sole.

Il film, sia pure in chiave dark molto estremizzata, racconta del dolore causato da una mentalità predatrice che troppo spesso resta impunita. Mentre lo guardavo non ho potuto fare a meno di pensare ai fatti di cronaca avvenuti in Italia negli ultimi mesi e, in particolare, al caso della presunta violenza sessuale di gruppo subita da una ragazza di 19 anni che vede tra gli indagati anche il figlio di Beppe Grillo. Senza entrare nel merito della vicenda, poiché a decidere sulla veridicità delle accuse sarà un processo, ciò che ha profondamente colpito l’opinione pubblica è stato l’intervento di Beppe Grillo in un video pubblicato sui social. Infatti, in un solo minuto e mezzo, quest’ultimo non solo è riuscito a mettere insieme tutti i più vetusti pregiudizi che riguardano la violenza di genere, ma ha anche denigrato la ragazza, a suo dire colpevole di aver denunciato il fatto dopo otto giorni, dimenticando (o facendo finta dimenticare) che il codice penale concede alla persona offesa un termine di dodici mesi per sporgere querela.

Questo atteggiamento, anche se frutto della sofferenza di un padre, rivela qualcosa di molto più pericoloso, una malcelata tendenza a normalizzare, o ancora peggio, giustificare la violenza sessuale e altre forme di abusi.
Si tratta di quella che è stata definita rape culture ovvero la cultura dello stupro, che include tutti quegli atteggiamenti che minimizzano e normalizzano la violenza sulle donne, tra i quali la colpevolizzazione della vittima, l’oggettivazione sessuale che si manifesta spesso con frasi del tipo: «era vestita in modo provocante», «indossava una gonna troppo corta», «era ubriaca», «perché era fuori a quell’ora?», «se l’è cercata», «sono solo dei ragazzi» e così via; portandole a diventare vittime una seconda volta: nei tribunali, nei percorsi legali e sanitari, nella rappresentazione dei media, nel contesto sociale, nel giudizio delle scelte di vita.

Detta cultura non risparmia nessuno: né quelle donne che l’hanno interiorizzata e non la mettono in discussione, né gli uomini costretti a rispettare determinati canoni di mascolinità e più semplicemente, uomini e donne inseriti in un contesto educativo e culturale espressione di quell’organizzazione patriarcale della società che stenta a morire. Infatti non ci sono solo padri che, davanti alla notizia di uno stupro, giustificano apertamente i propri figli nonostante il reato contestato; esistono anche padri che riescono, con assoluta leggerezza, a mettere in discussione le dichiarazioni delle figlie quando, con estrema fatica, finalmente riescono a raccontare gli abusi subiti.

Rilevante in tal senso è la notizia di qualche mese fa di quel padre che ha preso pubblicamente le difese del gruppo di ragazzi che — in base a quanto denunciato dalla figlia diciottenne — l’avrebbe attirata in una trappola per abusare di lei. Secondo il genitore, le parole della figlia non sarebbero attendibili poiché era sotto l’effetto di sostanza alcoliche e quindi non in grado di capire quanto accaduto. Un’affermazione agghiacciante che dimostra come il problema sia profondamente radicato e addirittura non percepito.

Processo per stupro

La cultura dello stupro è vecchia come i pregiudizi stessi che la sorreggono e spesso, come sopra anticipato, si manifesta nei luoghi ove le vittime cercano giustizia: i tribunali! Si pensi che nel 1979 presso il Tribunale di Latina, l’avvocata Tina Lagostena Bassi difese una giovane donna, vittima di uno stupro di gruppo, non solo dagli artefici della violenza, ma anche dai loro legali. Le requisitorie tendevano, infatti, a dimostrare presunti atteggiamenti sconvenienti o una “colpevole” passività della ragazza, che avrebbero attenuato la gravità del gesto. Il processo fu mandato in onda dalla Rai, il 26 aprile dello stesso anno, come documentario dal titolo Processo per stupro. Il documentario fu seguito da quasi dieci milioni di telespettatori, insignito del Prix Italia e presentato a svariati festival del cinema. Oggi se ne conserva una copia al Museum of Modern Art di New York.

Si ritiene che il processo di Latina abbia determinato un cambiamento culturale e ingenerato nel sentimento popolare nuova consapevolezza in merito al concetto di vittimizzazione secondaria. Purtroppo non è andata proprio così. Infatti, nonostante siano passati più di quarant’anni dal quel processo, in Italia i pregiudizi sessisti continuano a sopravvivere con pervicace ostinazione, tanto che la giustizia è ancora percepita come luogo ostile dalle donne vittime di violenza sessuale, fin dall’inizio del loro calvario giudiziario.
Di recente la Corte Europea dei diritti umani, con sentenza del 27.05.2021, ha condannato per l’ennesima volta il nostro Paese per gli stereotipi sessisti e per la vittimizzazione secondaria delle donne avvenute nelle aule di giustizia. La condanna riguarda un processo per violenza sessuale che si è svolto a Firenze nel 2015, definito dai media “lo stupro della Fortezza”. In particolare, dopo una sentenza di condanna in primo grado, i giudici della Corte d’Appello di Firenze hanno ribaltato completamente la situazione mandando assolti gli imputati perché il fatto non sussisteva.
Ma il motivo della decisione è una vera e propria condanna morale della vittima che viene definita dai giudici come «un soggetto femminile fragile, ma al tempo stesso disinibito, creativo, in grado gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali, di cui nel contempo non era convinta», vittima di una vicenda «incresciosa, non encomiabile per nessuno», ma «penalmente non censurabile».

A tal proposito nel testo della sentenza di Strasburgo si legge testualmente: «La Corte rileva che i diritti e gli interessi della ricorrente ai sensi dell’articolo 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenze. In particolare, le autorità nazionali hanno omesso di proteggere la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, e la redazione della sentenza ne costituisce parte integrante della più grande importanza, tenuto conto soprattutto della sua natura pubblica. Tra le altre cose, la Corte considera ingiustificate le osservazioni riguardanti la bisessualità, le relazioni sentimentali e i rapporti sessuali occasionali della ricorrente prima del fatto. La Corte considera che il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla corte d’appello trasmettono pregiudizi sul ruolo della donna che esistono nella società italiana e che rischiano di ostacolare la protezione efficace dei diritti delle vittime della violenza di genere nonostante un quadro legislativo soddisfacente.
La Corte è convinta che i procedimenti penali e le sanzioni svolgano un ruolo cruciale nella risposta istituzionale alla violenza di genere e nella lotta alla disuguaglianza tra i sessi. È quindi essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle decisioni giudiziarie, di minimizzare la violenza di genere e di esporre le donne alla vittimizzazione secondaria usando parole colpevolizzanti e moralistiche che scoraggiano la fiducia delle vittime nella giustizia».
Tale sentenza, quindi, è importantissima perché censura ogni forma di delegittimazione delle vittime di stupro, spesso ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata e alla loro immagine, attraverso ambigui tentativi delle difese degli imputati di ribaltare il rapporto tra carnefice e vittima.
Tentativi che andrebbero stroncati sul nascere, attraverso un impegno costante e diretto di tutte le componenti istituzionali e associative della magistratura e dell’avvocatura. I/le giudici, infatti, dovrebbero farsi garanti della correttezza dello svolgimento del processo che dev’essere giusto per chi ha l’imputazione di violenza, ma deve anche tutelare il soggetto passivo della violenza, perché così facendo non tutela soltanto le donne ma la dignità delle persone.

Insomma occorre fare tutto il necessario perché una donna vittima di violenza senta di poter avere la possibilità di ottenere la giustizia che merita, non come la giovane Cassie del film che, in preda alla disperazione, si è vista costretta a inseguire la vendetta come unica forma di liberazione.

***

Articolo di Roberta Costa

Laureata in giurisprudenza presso l’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha svolto la pratica forense presso lo studio di un avvocato penalista di Cosenza, collaborando e partecipando a numerosi processi per reati associativi, reati minorili, ma anche per violenza sessuale, stalking e molestie. Una volta abilitata all’esercizio della professione forense si è specializzata nelle materie civilistiche. Attualmente vive e lavora a Roma.

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