Daphne Caruana Galizia

Nella Basilica dell’Assunzione di Nostra Signora a Malta il 3 novembre 2017 si tennero i funerali di Daphne Vella. Era stata uccisa il 16 ottobre da una bomba esplosa nella Peugeot 108, presa a noleggio, che stava guidando. «Ho guardato in basso e c’erano parti del corpo di mia madre tutt’intorno a me». Scrisse così sulla sua pagina Facebook uno dei figli. Fatta saltare in aria per chiuderle la bocca. Storia vecchia che non insegna perché quando si uccide la verità quella rispunta, più forte, nelle azioni di chi la vuole.

Daphne aveva da poco compiuto 53 anni quando è stata fatta brillare in aria. Era nata a Silema il 26 agosto 1964. Nel 1985 aveva sposato Peter Caruana Galizia, dalla loro unione sono nati tre figli: Matthew Mark John, Andrew Michael Louis e Paul Anthony Edward. È col cognome del marito che continuano a ricordarla. Era laureata in Archeologia ma la sua vita era il giornalismo. Quello vero, quello d’inchiesta. Quello che serve a svelare i segreti, che serve a far conoscere i fatti. Era entrata come redattrice al “Sunday Times” di Malta nel 1987, ne fu editorialista dal ‘90 al ‘96. Collaborò con “The Malta Independent” per il resto della sua carriera. Molte riviste ospitavano la sua firma. Fondò — e ne fu editrice — le riviste “Taste” e “Flair”, che divennero una sola cosa nel 2014 e che ora sono pubblicate dalla Fondazione Daphne Caruana Galizia. Aveva un suo blog, seguitissimo, Running Commentary, fatto di inchieste, commenti sull’attualità e sui personaggi pubblici. Faceva numeri da capogiro, le visualizzazioni erano mediamente al di sopra delle 400mila. Dava fastidio Daphne, dava così fastidio che già da giovanissima aveva ricevuto attentati. Nel 1996 le incendiarono la porta di casa. Poi le uccisero il cane. Poi ancora diedero fuoco alla casa mentre la famiglia tutta era all’interno. E poi ancora l’uccisione di altri due cani, prima il terrier Zulu, avvelenato, poi il suo collie Rufus abbattuto a sprangate. Le minacce, come ha raccontato il marito, erano all’ordine del giorno: telefonate, lettere, bigliettini appuntati sulla porta di casa, e-mail, commenti violenti sul suo blog. L’arrestarono l’8 marzo 2013 per aver infranto il silenzio elettorale il giorno prima del voto quando pubblicò un video di denuncia su Joseph Muscat, divenuto dopo le elezioni primo ministro. “The Daily Telegraph” la definì la principale commentatrice di Malta. Poi lo scandalo dei Panama Papers.

Nel 2016 Daphne diede notizia del coinvolgimento dei politici governativi Konrad Mizzi e Keith Schembri. Rivelò che Mizzi aveva legami con Panama e la Nuova Zelanda, questo costrinse il ministro ad ammettere l’esistenza del Rotorua Trust; rivelò poi che anche Schembri possedeva un trust neozelandese, a sua volta proprietario di una società a Panama. Non faceva segnali di fumo Daphne, lei indagava, scriveva, denunciava. E non aveva paura. Quindi faceva paura. Il suo blog dava conto delle malefatte della politica e della finanza, il suo blog era faro di luce. Nel suo mirino quanti predicavano bene e razzolavano male. Non poteva essere lasciata in vita da chi sentiva che il terreno franava vorticosamente sotto i piedi. I documenti sull’affare Panama furono devastanti per molti. Fu lei a dimostrare che Egrant, un’altra società panamense, era di proprietà di Michelle Tanti, moglie del primo ministro Joseph Muscat. L’ultimo suo articolo sul blog lo aveva titolato Il truffatore Schembri oggi era in tribunale a sostenere che non è un truffatore e chiudeva il pezzo così: «ora ci sono truffatori ovunque si guardi. La situazione è disperata». Quando l’hanno uccisa Daphne aveva in corso 48 cause per diffamazione. Ovunque aveva “ficcato il naso” aveva acquistato nemici. Nel maggio 2017 il proprietario e presidente di Pilatus Bank, Ali Sadr Hasheminejad, la citò in giudizio in un tribunale dell’Arizona per un danno di 40 milioni di dollari ma Daphne non fu nemmeno informata e il banchiere ritirò la citazione a poche ore dalla sua morte. A novembre 2019 c’è stato l’arresto, come mandante dell’omicidio, di Yorgen Fenech, proprietario della società, con sede a Dubai, 17 Black. Daphne ne aveva dettagliatamente parlato nei suoi articoli dei Panama Papers in relazione a Keith Schembri e Konrad Mizzi. Fenech però scaricò l’accusa su Schembri, capo di gabinetto dell’ex primo ministro Muscat. Corinne Vella, sorella di Daphne, commentò: «Schembri era stato più volte segnalato da Daphne e se il nome di Schembri è stato fatto in tribunale non è possibile che Muscat non lo sapesse». E Muscat si dimise all’inizio del 2020.

Contro Daphne una costante campagna di denigrazione e, come capita alle donne, è stata descritta come un’arrivista, una spregiudicata, una strega. Di contraltare a lei è stata intitolata la Sala stampa del Parlamento europeo e ventotto riconoscimenti le sono stati tributati, dopo la morte, in tutto il mondo.  Le inchieste di Daphne non potevano e dovevano morire. Nacque così il Daphne Project. Giornali e giornalisti/e di fama internazionale decisero di unirsi in un progetto comune dando vita ad un’inchiesta coordinata dall’associazione no-profit francese Forbidden stories. Tra le testate che hanno aderito al progetto vi sono “New York Times”,” The Guardian”, “Reuters”, “Süddeutsche Zeitung”, “Die Zeit”, “Le Monde” e “la Repubblica”. Raccontava e voleva la verità Daphne, per scrivere quella verità è morta, dilaniata dalla bomba e dalle maldicenze ma il suo lavoro va avanti con le teste e le gambe della famiglia e di colleghi/e che alla morte e al silenzio non si rassegnano nel nome della verità, nel nome di Daphne.

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Articolo di Nadia Verdile

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Nadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

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