Sì, viaggiare… ogni storia è un viaggio

I bambini e le bambine compiono un grande sforzo dalla nascita al primo passo, ce la mettono tutta pur di iniziare a camminare ed è uno spettacolo starli a guadare nei loro sforzi e tentativi; c’è in loro una soddisfazione immensa nello scappar via e nel tornare da mamma e papà, è l’eterno piacere che continueranno a provare nel lasciare casa e nel tornare dopo il viaggio, lungo o breve che sia stato. L’umanità è stata prima nomade e poi stanziale, sempre in cerca di risorse per sopravvivere; il viaggio era l’unica forma di sopravvivenza sia per la singola persona che per i grandi gruppi che si sono spostati per rispondere a bisogni primari, curiosità, desideri di scoperta sempre nuovi e, purtroppo, anche di conquista, spesso senza il rispetto dei luoghi e delle persone che li abitavano, come nel Far West dove il viaggio era una corsa sfrenata con la bandierina in mano per conquistare il proprio pezzo di terra.
Ma, molto tempo prima, nella notte dei tempi, gli esseri umani avevano saputo disegnare un archetipo dell’andata e del ritorno, il labirinto, e in esso camminato, non per perdersi, ma per ritrovarsi. Il labirinto unicursale è un simbolo universale, infatti è presente in ogni continente, dal più antico, inciso nel terzo millennio A.C., l’età del bronzo, dai Camuni in Italia a quello in Finlandia o in India, ma anche in Perù, a Malta o quello di Cnosso, nell’isola di Creta, forse il più famoso.

Labirinto Unicursale

Nel medioevo i labirinti sono stati ripresi e ne rimangono di meravigliosi come in San Vitale a Ravenna o nelle cattedrali francesi, come a Chartres: il labirinto parla della rischiosa complessità del mondo, di vita e morte, di bene e male, di perdizione e redenzione; parla anche di solitudine, di angosce e paure, di misteri occulti e segreti gelosamente custoditi. È diventato l’emblema per eccellenza della ricerca dell’infinito, e dunque del “plus ultra”, del non-limite che si apre verso una dimensione nuova, ancora da esplorare da parte di noi esseri finiti e limitati. Chi lo percorre o contempla diventa consapevole che il confine fra umano e divino, fra finito e infinito è misteriosamente permeabile. Si cammina, si viaggia per tantissimi motivi. Per cercare nuovi luoghi, per visitare ciò che è rinomato, come nelle città d’arte, per vedere luoghi spettacolari, per documentare avvenimenti molto pericolosi come le guerre o le catastrofi, per il piacere del cammino a sfondo spirituale come nel pellegrinaggio, ma è un viaggio anche ciò che non procura spostamenti nello spazio, ma lo è in forma metaforica, simbolica, interiore, come accade in un percorso terapeutico.

Alcune di queste modalità di viaggio mi hanno coinvolto particolarmente e ad esse voglio rivolgere qualche mia riflessione. Ho sempre amato il deserto che ha per me un fascino misterioso, come fosse al confine tra finito e infinito. Convinsi, molti anni fa, il gruppo di amici con cui viaggiavo in Tunisia, a entrare in Algeria per vedere le più belle dune di sabbia del Sahara; il deserto è tanto inospitale quanto attraente e suggestivo. Seppi, anni dopo, di una donna che aveva percorso il Tenerè con i tuareg nell’annuale carovana del sale chiamata Azalai, dalle saline di Fachi da Agadèz in Niger. È Carla Perrotti a narrare la sua particolare avventura nel libro Deserti; lei, in quanto donna, non avrebbe potuto partecipare alla spedizione.

Carla Perrotti nella carovana per l’Azalai, 1991

I tuareg hanno però acconsentito, purché si fosse totalmente adeguata alle fatiche del viaggio nello stesso loro modo. I tuareg, vestiti di nero e di blu, cavalcano i cammelli per ore, in fila, percorrendo centinaia di chilometri, per tre settimane, fermandosi solo poche ore di notte per mangiare e far riposare i cammelli. Carla, vestita come loro, coperta dal chèche, con occhiali da sole scurissimi, a cavallo del suo cammello ha compiuto la traversata, nel caldo infernale, sempre in silenzio, usando al bisogno il linguaggio dei gesti, nutrendosi di boule, impasto di formaggio di capra, farina di miglio e datteri. Si commuoveva quando, a turno, gli uomini si allontanavano dalla carovana per andare poco distante a inginocchiarsi verso la Mecca; l’immagine era talmente suggestiva che le venivano i brividi… non esiste ambiente più adatto alla preghiera del deserto! Ha scoperto che i ragazzi vengono abituati fin dai dieci anni a seguire l’Azalai per imparare la cultura nomade, seguendo la guida che è dotata di eccezionali capacità innate, sviluppate nel corso degli anni che gli permettono di avanzare nella sabbia senza alcun punto di riferimento, solo seguendo le indicazioni fornite dalla natura, dal sole e dalle stelle. I vari gruppi di cui è composto il mondo dei tuareg hanno in comune la religione islamica, ma hanno regole differenti, per alcuni di essi vige il matriarcato, per tutti la stessa lingua targui elemento che li identifica. Alla fine del cammino e arrivati all’oasi di Tureiet Carla viene presentata come la bianca che ha saputo fare l’Azalai. I tuareg non riescono a comprendere la ragione per la quale Carla, donna bianca, lo abbia voluto fare, ma la onorano molto, specie le donne stesse. «Carla, siamo qui!», sentì gridare nella lingua italiana, erano il marito e il figlio giunti nel punto d’arrivo. «Sei stata grande, mamma!». Nel lasciare il villaggio Carla salutò con un abbraccio i Tuareg; si sentiva serena e purificata. Le avevano insegnato ad andare avanti senza mai voltarsi, senza soffrire nei ricordi; le esperienze, belle o brutte che siano, dice nel suo libro, vanno accettate e conservate in un cassetto della nostra mente senza rimpianti: sono i mattoni della nostra vita, quelli che ci aiutano a crescere ogni giorno.

Il viaggio come cammino a piedi è salutare, rilassa, scarica le tensioni, dà un senso di libertà. Bello è camminare in montagna che è un ambiente opposto al deserto, ma che sento familiare in quanto molto amato da mio papà; era uno stambecco e fin dalla mia prima infanzia l’ho visto animarsi nel preparare lo zaino e partire contento per le sue montagne. A volte lo abbiamo seguito come quella volta in cui dovevamo raggiungere il rifugio Garibaldi nella zona dell’Adamello; la salita era molto faticosa e noi ragazze volevamo fermarci. Lui però ha insistito incitandoci e spronandoci ci diceva: «Vedo il tetto, vedo il tetto!», ci convinse e riprendemmo il cammino. Capimmo ben presto che non aveva visto nessun tetto, ma ci aveva dato lo spunto a credere di potercela fare. Quante volte nella vita mi tornarono i mente quelle parole, nei momenti di sconforto immaginare di vedere “il tetto” è stato importante, perché la forza dell’immaginazione aiuta.

Antonia Pozzi, 1936

Penso ad Antonia Pozzi, poeta e fotografa milanese morta in giovane età nel 1938, a quanto ha amato la montagna (socia CAI dall’età di 13 anni), che considerava sua maestra e suo rifugio: la Grigna, le Dolomiti e il Cervino le montagne che più aveva nel cuore, molto presenti nelle sue poesie. Ecco Acqua alpina, scritta a Pasturo il 12 agosto del 1933:
«Gioia di cantare come te, torrente,
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d’esser nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo;
d’aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci».
Poesie, ma… anche canti; quando ero ragazza si facevano spesso cori di montagna, quando si raggiungeva la meta qualcuno con la bella voce intonava La Montanara, La Visaille, Sul Monte Bianco e molti altri canti ancora; che nostalgia! Oggi non si usa più cantare e, nel giro di una generazione, si è perso un patrimonio culturale, anche se marginale.

Molto impegnativo è il viaggio come reporter che alcuni giornalisti e alcune giornaliste hanno il coraggio di intraprendere per mandare i loro reportage alle testate dei loro giornali, benché l’andare in prima linea era una modalità più diffusa qualche decennio fa rispetto a oggi. Il pensiero corre subito a Tiziano Terzani, giornalista e fotografo capace di andare sempre lontano, ben oltre la realtà di uno specifico momento. Ha dimostrato grandi capacità mosse dalla curiosità di raggiungere luoghi dove si svolgevano sanguinose guerre, come per la guerra in Vietnam e altre situazioni terribili. Tra i tanti luoghi dove si è trovato, voglio solo ricordarlo sul confine cambogiano alla fine del 1979 dove assiste, prima incredulo, poi amaramente consapevole, alla tragedia compiuta dai Khmer Rossi di Pol Pot. È sul confine con la Tailandia, tra i pochissimi testimoni dell’uccisione di un milione e mezzo di cambogiani, e cerca di portare in salvo, tra i molti profughi, quelli che potrebbero salvarsi. Nei molti libri da lui scritti, parla dei suoi viaggi in tutti i continenti dove esorta ad amare anche chi vive al di là dalla frontiera; ha amato l’Oriente e del Laos, paese poco noto, ma ricco di fascino dice, ad esempio, che «non è un posto geografico, ma uno stato d’animo». Ha amato la Cina che ha faticato a farlo entrare nel 1979 e poi lo ha scacciato cinque anni dopo perché era… troppo curioso.
Validi i suoi suggerimenti sul viaggiare, ci dice, infatti, che per essere viaggiatori bisogna darsi tempo. Chi pensa di fare tutto in tre giorni, visitando a ogni ora qualcosa, ha finito di vivere il viaggio, perché non può mai lasciarsi andare. Si dovrebbe, dice Terzani, viaggiare alla ricerca di qualcosa di bello, trovare la poesia del viaggio. Il turista consuma, il viaggiatore è come un pellegrino che ha rispetto, che venera il posto in cui va. Ci suggerisce che il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta, ci dice che il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare, la propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose. Terzani terminerà il suo viaggio all’Orsigna, zona di montagna vicino alla sua Firenze e ci conforta dicendo che non è necessario andare lontano per scoprire dei tesori perché la nostra stessa memoria è una miniera; tutto può aiutarci a trovare la strada che da qualche parte abbiamo perso, non si deve andar lontano come è andato lui.

Angela e Tiziano Terzani entrano in Cina, dicembre 1979

Queste considerazioni ci avvicinano al viaggio metaforico, quello che il sommo poeta, Dante, ci fa compiere dallo smarrimento nella selva oscura fino alla salvezza, il viaggio che porta al Paradiso è il viaggio nel dramma della vita umana e del suo significato più profondo. Il viaggio, quindi, può essere inteso non solo in senso fisico, in un contesto spazio temporale, ma anche in senso metaforico come espressione di abbandono, di ricerca interiore. L’imbuto dell’inferno con nove cerchi allude alla vita intrauterina e allo stretto passaggio della nascita che è un processo traumatico e liberatore. Tutta l’esistenza è una riproduzione simbolica e una rielaborazione della nascita, è una sequenza di continue nascite.

Stretta connessione può esserci tra il viaggio metaforico della Divina Commedia e quel particolare viaggio interiore che è il percorso psicologico di un’analisi. Attraverso il viaggio interiore si può far ritorno a casa, in quel luogo dove si trova il vero Sé e dove si possono scoprire le dimensioni nascoste della propria forza e della propria ricchezza. L’approccio è psicologico, ma può presentare i contorni anche di quello filosofico o mistico. Possiamo considerare questo lavoro un processo per rendere la nostra vita più piena e soddisfacente. Sigmund Freud, fondatore della psicanalisi con Carl Gustav Jung, ebbero anche alcune donne come allieve tra cui, le più impegnate, furono Lou Von Salomè, Anna Freud, Sabina Spielrein e via via poi le molte altre che seguirono e che anche oggi accompagnano i pazienti e le pazienti che desiderano compiere il viaggio dentro se stesse. Accade che un malessere possa esplodere, oppure serpeggiare da tempo finché si ritiene giunto il momento di iniziare quel viaggio. Non si sa mai quanto sarà lungo perché il tempo e lo spazio assumono, in quel contesto, altri connotati. Ci si affida a chi accompagna, come Dante si affidò a Virgilio, e si lascia che tutto emerga in forma spontanea, si rivedono i piccoli e grandi traumi del passato che vengono affrontati ed elaborati e si assiste così alla propria metamorfosi, al proprio cambiamento. Il viaggio poi continua anche dopo essersi accomiatati dalla guida, si cammina… sulle proprie gambe, un po’ più sicure.

Infine desidero parlare di un tipo di viaggio spirituale che alcune persone intraprendono; in particolare mi riferisco agli studi di Annick de Souzenelle, una francese nata negli anni ’20, vicina al cristianesimo ortodosso e grande conoscitrice dell’ebraismo. Lei, nei suoi numerosi studi, elabora un’antropologia che rimette l’essere umano nella dinamica del suo compimento divino. Rivede la Bibbia con il testo in lingua originaria e coglie l’imperativo che Dio dà ad Abramo «Va verso di te» come un’indicazione per tutti noi per condurci fuori dall’esilio in cui ci troviamo. Per far ciò dobbiamo decifrare i simboli che abitano dentro di noi, nel nostro corpo, attraverso la rilettura delle principali figure bibliche. È un viaggio mistico che ci conduce nelle nostre energie più profonde, per penetrarle e renderle fertili (in ebraico la conoscenza è intesa come penetrazione).

Moltissimi sono i tipi di viaggio, una cosa vi è in comune: ogni viaggio è un separarsi, per poi ricongiungersi di nuovo e ogni viaggio ha sempre un ritorno: l’approdo a sé stessi e a sé stesse!

In copertina: Labirinto Spirale, Valcamonica.

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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