Editoriale. Quanto dista la terra che le nutriva, quanto la terra che le nutrirà?

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

l’anno scorso, già dal mese di giugno, il problema maggiore era la validità dell’acquisto e dell’uso dei banchi a rotelle. Oggi, dopo praticamente due anni di dad, la didattica a distanza, e di insegnamento ibrido tra lezioni in presenza e da computer (la famigerata ddi, didattica digitale integrata) incombe lo spettro delle proteste dei no vax, la messa in discussione dell’obbligo dei vaccini per tutto il personale scolastico, l’introduzione o meno del green pass e l’uso preventivo dei tamponi e altri simili strumenti atti a contenere e, secondo noi, non controllare il mortale virus pandemico. 

La scuola, come luogo di aggregazione, è sicuramente tra i più popolosi: coinvolge praticamente tutti i ragazzi e le ragazze (seppure purtroppo l’indice di abbandono è ancora alto in Italia) dall’infanzia all’adolescenza inoltrata, oltre ai e alle docenti (la scuola è ancora un luogo lavorativo molto al femminile) e al personale cosiddetto non docente. Perciò si può dire che il problema e il sistema siano essenziali da esaminare e lo siano ancora di più dall’arrivo di questo ulteriore problema dell’infezione pandemica. 

La scuola sta per iniziare in tutta Italia e non certo nel modo sereno in cui dovrebbe trovare d’accordo tutti gli attori/attrici coinvolti/e, genitori compresi. La cronaca ci parla anche di recenti episodi violenti che ancora di più evidenziano l’urgenza di parlarne e di rivederne i principi portanti.  

I problemi sono tanti e non facili, spesso incancreniti dal non adeguamento di tutte le sue parti ai tempi che cambiano. Non sono un’esperta e molte/i delle persone che mi leggono sono sicuramente più addentro di me alle problematiche di cui si parla. Mi sono allora voluta far aiutare da una collaboratrice di Toponomastica femminile, del gruppo di Melegnano, appena andata in pensione dopo una vita di “insegnamento appassionato”. 

«Oggi non si può fare più lezione come la si faceva dieci, venti o trenta anni fa. Occorre un maggior protagonismo delle e degli studenti, un collegamento con la realtà, un atteggiamento, un approccio esperienziale che riesca a coinvolgere le allieve e gli allievi e a rendere attuale la scuola – dice la nostra collaboratrice Sara Marsico, alla quale tutte e tutti noi facciamo i migliori auguri di buon pensionamento –. I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di sentirsi protagoniste/i nella classe come succede, per dirla con una battuta, con i loro videogiochi. I problemi da affrontare non sono né semplici né pochi – continua Marsico -. Ma è il momento di cominciare a risolverli. Le criticità si sono evidenziate proprio con la pandemia. Si è capito – spiega – che né la dad, la didattica a distanza, né la didattica in presenza possono reggersi sulla cosiddetta lezione frontale, ormai completamente desueta. Si è arrivati all’assurdo della lezione durante la quale l’insegnante era costretto, con metà classe a casa, a fare lezione dando le spalle a chi era collegato da casa! Questo – sottolinea la professoressa – è anche dovuto alle cosiddette classi pollaio, classi strapiene (si è arrivati anche a oltre trenta alunni) che rendono difficile, inutile il distanziamento, l’effetto dei famosi banchi a rotelle, ma anche la trasmissione della cultura». 

L’elevato numero di discenti nelle classi, e, soprattutto, la fatiscenza degli edifici scolastici sono problematiche urgenti che vanno assolutamente risolte: «Le classi strapiene sono sempre state negative, anche in tempi non sospetti, lontani dal timore del virus – sottolinea ancora Marsico -.  Troppe persone in un luogo angusto non vivevano e non vivono in un ambiente salubre, ma soprattutto l’insegnante lavorerebbe meglio con un numero minore di alunni e alunne, potendo dedicarsi con la dovuta cura a ciascuno di essi/e saprebbe scoprire in loro le qualità e le capacità, indicandogliele e aiutando ogni persona a scoprire le proprie inclinazioni e a conoscersi. Dalla scuola sarebbero uscite/i ragazze e ragazzi più preparati con classi meno numerose, approfittando anche del calo demografico. In più – osserva – una scuola, un edificio brutto (e spesso pure pericoloso) non indirizza chi sta crescendo verso la bellezza che è alla base di un’educazione civile. Ho sempre pensato che i nostri alunni e le nostre alunne dimostrano molta forza per adattarsi a frequentare scuole così poco attraenti e fatiscenti, coi muri scrostati, con le scritte, con i banchi rovinati. Comunque la scuola è il luogo in cui vai ad apprendere a cercare bellezza! Invece troppo spesso i nostri luoghi scolastici, salvo rarissime eccezioni, sono pessimi, brutti, costruiti in economia, grigi e con pochissimi spazi per la ricreazione, con il verde assente o ridotto al minimo e malcurato. É difficile sentire come proprio un luogo così».  

«Bisogna dire che la scuola è stata trattata molto male in tutti questi anni – continua Marsico – con tagli al personale e stipendi tra i più bassi dell’Unione Europea. Ma ciò che è più grave è la mancanza di formazione obbligatoria per i docenti, facoltativa per moltissimi anni, indispensabile per acquisire capacità sempre migliori e aggiornate di condurre una classe. Bisogna lavorare sulla capacità di chi insegna a gestire la relazione e l’ascolto, oltre che gli strumenti digitali, pure molto utili, ma meno importanti rispetto alla cura della relazione e alla gestione della classe e dei conflitti. La formazione deve essere permanente e diffusa. C’è una frase di Hebbel che mi ha molto colpita e che ritrae la situazione del corpo docente italiano: «Le persone che si trovano nello stesso cammino, ma in stadi diversi, sono quelle più lontane tra loro». Norma Rangeri ha paragonato il lavoro dell’insegnante a quello di chi lavora nella giustizia, che richiede tutta una serie di capacità, di competenze, di virtù, di qualità che non si improvvisano. Quando si dice, come si diceva un tempo, che la docenza è una missione (ma forse è meglio dire: una passione) si vuole intendere qualcosa per cui bisogna sentirsi portato/a ed essere messo/a in condizione di prepararsi, di aggiornarsi. L’aggiornamento professionale degli e delle insegnanti deve essere obbligatorio non soltanto sulla propria materia, ma soprattutto sulla relazione e sulla conduzione del gruppo classe, sulla capacità di interagire negli organi collegiali e sulla progettazione. Tutto ciò non può essere lasciato all’iniziativa delle singole persone. Si dovevano fare cambiamenti in passato, primi fra tutti l’alleggerimento numerico delle classi. Si poteva approfittare del periodo attuale e costruire scuole da campo, tipo quelle allestite dopo i terremoti. Si sarebbe avuta sempre una scuola in presenza e si sarebbero evitate le disastrose conseguenze della didattica digitale integrata!» 

Quest’anno, il secondo della pandemia, è stato anche l’anno che ci ha fatto vedere e ci ha insegnato il coraggio e la capacità di lavorare con tenacia e costanza e lo ha insegnato a tante e tanti ragazzi, spesso giovanissimi.  

Sono i/le partecipanti alle gare delle Olimpiadi di Tokyo che, pur continuando nei loro doveri quotidiani, come le loro e i loro coetanei, hanno saputo prepararsi con impegno e alla fine (questa la bellezza delle ultime Olimpiadi, che abbiamo raccontato anche qui) hanno avuto anche il coraggio di mostrare le proprie debolezze e i propri limiti dando, al contempo, più di una dimostrazione di solidarietà e di capacità di condividere e donare.  

Alle Olimpiadi ufficiali sono seguite, come sempre, le Paralimpiadi, riservate a chi è in qualche modo portatore o portatrice di una disfunzione fisica che non permette la partecipazione alle gare della manifestazione principale che le precede. Le Paralimpiadi sono viste un po’ come sorelle minori, ma vale la pena seguirle come un’autentica scuola di vita. Perché gli atleti e le atlete che le frequentano traducono costantemente in resilienza la loro… mancanza di completa salute fisica e questa mancanza la fanno diventare un punto di forza.  

Sicuramente la più famosa tra questi e queste atlete (ma meriterebbero ciascuno una citazione) è Bebe Vio che oggi, con la sua storia legata ai vaccini, ci dà saggi suggerimenti di riflessione. Di persone come Bebe Vio ce ne vorrebbero di più! Con il suo coraggio (e ripetiamo questa parola) e il suo sorriso, con la capacità di sognare, innamorata, praticamente senza riserve, della vita e del suo valore. Bebe Vio ha saputo anche questa volta vincere. In 119 giorni è riuscita a puntare e a ottenere la vittoria superando alla grande l’operazione al gomito fatta per evitare una setticemia e probabilmente la morte. Ma insieme al suo nome vengono quelli di tutte e tutti gli altri atleti che ci insegnano a non fermarsi al dolore. 

Il dramma del popolo afgano ancora ci attanaglia. Purtroppo ci appare sempre più grave e solo l’inizio di un disastro umano che darà agli afgani sofferenza e tanta voglia (repressa nei peggiori dei modi) di fuggire lontano. Soprattutto alle donne e alle ragazze che vedono la loro vita schiacciata, anzi, annullata. Noi insistiamo perché almeno il gruppo di ragazze, ragazzi e insegnanti attesi all’università romana de La Sapienza, possano lasciare il cielo, oggi oscurantista, di Kabul e venire qui per uno scambio culturale e umano. Che prendano il volo!

In questi tempi di guerre e governi inesorabilmente liberticidi. In un momento tra i più difficili per chi è costretto a emigrare dalle proprie terre. Nel mondo dove, soprattutto in Europa e nel cosiddetto occidente (che non è sempre sinonimo di libertà, di democrazia e di fratellanza/sorellanza) si legge l’umanità come una cifra sofferente, bisogna insistere. Anche appoggiando iniziative stupende come quella del famoso Tom Morello, il chitarrista dei Range Against The Machine che ha invitato anche i suoi colleghi, da Nick Cave a Brian Wilson a favorire l’espatrio delle ragazze allieve della scuola di chitarra da lui creata proprio in Afghanistan. La parola d’ordine deve insomma essere non bisogna abbandonare la speranza, perché è urgente e necessaria. 

Parlando di musica, di arte e di grandi maestri, prima di chiudere vorrei ricordare Mikis Teodorakis un grande musicista, ma anche un coraggioso attivista politico, scomparso, a 96 anni, giovedì scorso.

La canzone di Guccini, che oggi ho scelto di farvi leggere e ascoltare, è un ulteriore omaggio alla speranza e alla responsabilità, seppure difficile da seguire, quasi impossibile, che ci deve indurre a credere che è un dovere naturale arrivare alle mete previste dal cosmo. Le donne e gli uomini devono sapere che è così. Come nel testo del cantautore di Pavana: dobbiamo assecondare la tenacia propria dell’intero universo per ubbidienza alle sue laiche leggi.  

Non posso poi esimermi, e sarete d’accordo con me, dal rendere omaggio all’arte dell’ultraottantenne Francesco Guccini che ha accompagnato con i suoi versi, come una colonna sonora, la mia/nostra generazione (ma non solo la nostra) e si è fatto nostro compagno fondamentale. Vorrei celebrare insieme anche Bologna, città per tanti versi amatissima: un’occasione per ricordare i suoi stupendi portici che si arrampicano fino a San Luca, annoverati da poco tra le bellezze dell’Unesco. 

CINQUE ANATRE  

Cinque anatre volano a sud 
Molto prima del tempo l’inverno è arrivato 
Cinque anatre in volo vedrai 
Contro il sole velato 
Contro il sole velato 

Nessun rumore sulla taiga 
Solo un lampo un istante ed un morso crudele 
Quattro anatre in volo vedrai 
Ed una preda cadere 
Ed una preda cadere 

Quattro anatre volano a sud 
Quanto dista la terra che le nutriva 
Quanto la terra che le nutrirà 
E l’inverno già arriva 
E l’inverno già arriva 

Il giorno sembra non finire mai 
Bianca fischia ed acceca nel vento la neve 
Solo tre anatre in volo vedrai 
E con un volo ormai greve 
E con un volo ormai greve 

A cosa pensan nessuno lo saprà 
Nulla pensan all’inverno e la grande pianura 
E a nulla il gelo che il suolo spaccherà 
Con un gridare che dura 
Con un gridare che dura 

E il branco vola, vola verso sud 
Nulla esiste più attorno se non sonno e fame 
Solo due anatre in volo vedrai 
Verso il sud che ora appare 
Verso il sud che ora appare 

Cinque anatre andavano a sud 
Forse una soltanto vedremo arrivare 
Ma quel suo volo certo vuole dire 
Che bisognava volare 
Che bisognava volare 
Che bisognava volare 
Che bisognava volare 

In questo numero della nostra rivista non possiamo non partire dalla storia di una donna, Meena Keshwar Kamal. Madre della RAWA, l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, un’instancabile attivista che ha pagato con la vita il suo impegno pacifico per l’emancipazione femminile. Per Calendaria incontreremo una pioniera dell’aeronautica olandese, Beatrix de Rijk, di cui ci è particolarmente piaciuto il motto che le è stato attribuito: «Ridi e dimentica!». Un’altra candidata alla Presidenza della Repubblica è presentata nel bell’articolo Una donna al Quirinale. L’opinione di Elisabetta. 

La donna greca. L’amore saffico è la seconda parte di un approfondimento interessante sulla donna nell’antica Grecia. Per Le Mille oggi incontriamo Gianna Manzini, prima scrittrice a vincere il Premio Campiello, ne Il primato di Gianna, in cui l’autrice che ce la descrive riflette sulle ragioni dell’oblio che oggi la circonda. 

Due voci meravigliose ci accompagnano: Giuni Russo, stella luminosa nel nostro cielo musicale è un tributo a una delle compositrici ed esecutrici più grandi e rimpiante della musica italiana, che ci avvicina a questa donna dalla voce unica e indimenticabile anche attraverso il suo percorso spirituale; l’altra voce è quella di MANU CHAO, il cantore dell’allegria, cui è dedicato un articolo che ricorda la vita e il percorso musicale di questo autore cittadino del mondo, la sua partecipazione al G8 di Genova del 2001 e la rivoluzionaria amicizia con Don Andrea Gallo. Ci piace ricordare qui la citazione dall’album Sibérie m’était contée: «Ho bisogno di mio padre per sapere da dove vengo, tanto bisogno di mia madre per mostrarmi il cammino». 

Le donne di Toulouse-Lautrec è una passeggiata in ottica di genere tra i quadri del grande pittore «osservatore attento del mondo parigino in cui viveva e che frequentava», mentre Le macchine del progresso nella brughiera di Montichiari è un interessante excursus sulle gare automobilistiche e l’aviazione nel bresciano, pieno di riferimenti a personaggi che sono stati protagonisti e protagoniste della nostra storia. 

Che cos’è l’identità femminile? Ce ne parlano l’articolo della rubrica Sensi, Il senso dell’identità femminile, attraverso i pensieri, le riflessioni, le scelte di due donne appartenenti a culture diverse che si confrontano con la nostra e Riflessioni di genere, dal sindacato alla politica, in cui l’autrice indaga con lucidità sulla scarsa rappresentanza delle donne in ruoli pubblici. 

Nella sezione Iuvenilia presentiamo il lavoro della classe 5 B del Liceo Economico sociale Maffeo Vegio di Lodi, che ha ottenuto un grande successo nella sezione Giornalismo di inchiesta dell’VIII Concorso Sulle vie della parità. Ce ne parla l’articolo della redazione Storia di donne della comunità lodigiana. Nel frattempo è stato pubblicato il Bando della nuova edizione e vi invitiamo a consultarlo, leggendo l’articolo che lo sintetizza e presenta: Sulle vie della parità: un concorso di cittadinanza attiva

Puntuale a fine mese per Iniziative Toponomastiche arriva il Report sulle attività e sugli eventi della nostra associazione. Un altro bilancio in attivo è quello delle medaglie vinte dai nostri e dalle nostre atlete in Paralimpiadi. 

Non abbandoniamo lo sguardo sulle questioni geopolitiche con Il Limes di agosto. Parte Prima, che si occupa de Il Regno disunito, quello britannico, affrontando la questione scozzese. 

Chiudiamo come sempre con una nota gastronomica, Il curry e il risotto alla mela e curry, in cui scopriremo che questa miscela di spezie è nata a Birmingham, anche se da immigrati indiani e bengalesi (seppure non ci troviamo completamente d’accordo!) e potremo divertirci a sperimentare una ricetta sfiziosa! 

Buona lettura e ben tornate/i a tutte e a tutti. 

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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