Il Piemonte di Giulia Negri, la prima “Barologirl”

I primi a portare vini di qualità in Piemonte furono senz’altro i mercanti greci, i quali utilizzarono i porti liguri come approdo per scaricare le loro navi ricolme di anfore di vino e poi impiantarono le barbatelle dando vita ai primi vigneti. Durante l’epoca romana la viticoltura era già fiorente, come si attesta nella Naturalis Historia, celebre opera di Plinio il Vecchio, il quale aveva profilato l’odierna area viticola in quella zona chiamata circa Alpes, ossia nei pressi delle Alpi. Dopo la caduta dell’Impero romano, la viticoltura sopravvisse alla devastazione causata dalle invasioni dei popoli barbari e continuò a espandersi nel Medioevo, come si legge nel Codex Astiensis, dal quale si apprende che la città di Asti è «fornita di vino buono e ottimo». All’inizio del Millennio si registrano l’esistenza di quello che diverrà il vitigno princeps della regione: il nebbiolo, e la bontà della coltura della vite praticata dai contadini nel Monferrato. Proprio in questo periodo, infatti, si afferma l’allevamento cosiddetto “a spanna”, ossia «vite maritata a palo secco e potatura corta», tipologia che nel novarese diventerà sinonimo del vitigno nebbiolo così coltivato. Con il trascorrere degli anni, emergono sempre più numerosi i documenti attestanti la vitalità del settore vitivinicolo, ad oggi baluardo dell’economia piemontese, i quali annoverano di volta in volta nuovi vitigni come pignole, labrusche e moscatelli, affiancati da regolamenti comunali volti a tutelare le pratiche di vendemmia e i vigneti. Nel Cinquecento i documenti pullulano di informazioni relative a vini e viticoltura: il bottigliere di papa Paolo III, Sante Lancerio, scrive che «Voghera fa buon vino», che «buoni vini sono ad Alessandria», e ancora a Cassine, Acqui, Saluzzo, Cairo Montenotte, per citarne alcuni. L’eco della qualità dei vini piemontesi raggiunge la vicina Francia, tanto che persino Luigi XIV, il re Sole, li aveva trovati eccellenti. L’Illuminismo innesca una serie di rinnovamenti agricoli e conseguentemente anche sotto il profilo vitivinicolo: la vite si insedia in collina, e dai chiaretti di ispirazione francese, nati nel 1500, si passa agli avi dei vini di oggi, su tutti il Barolo. I primi studi ampelografici risalgono al 1843, condotti con passione dal conte di Cavour, il quale era solito dedicarsi alla viticoltura e alla ricerca di nuove varietà di vitigni durante il suo tempo libero. A questa florida stagione per il settore, seguirono anni di profonda crisi, prima a causa della fillossera e poi del secondo conflitto mondiale, per poi rifiorire e raggiungere i numeri attuali, in termini di qualità e varietà. 

La produzione regionale è infatti ricchissima: si contano nove Docg e oltre quaranta Doc. I vitigni più coltivati sono senz’altro quelli a bacca rossa, uno su tutti il nebbiolo, con cui si realizzano il Barolo e il Barbaresco, quando vinificato in purezza, vere gemme nel panorama vitivinicolo italiano e mondiale, e componente di numerosi altri vini. Fra gli altri vitigni tipici: barbera, bonarda, dolcetto — da non confondere con un vino dolce, il nome riferisce le caratteristiche intriseche delle uve, meno acide delle altre, quindi ‘più dolci’, ma che danno origine a vini comunque secchi — , freisa, grignolino, pelaverga, ruchè, Vespolina. Tra i bianchi si annoverano: arneis, chardonnay, cortese, erbaluce, favorita, timorasso, anche se il più diffuso e il più noto — in modo particolare nella versione spumantizzata — è il moscato bianco. Fra gli altri spumanti, non si può non ricordare il piacevole Brachetto e quelli ottenuti dalle malvasie rosse di Casorzo e Schierano. 

I vigneti

Le principali zone vitivinicole sono: Langhe, in provincia di Cuneo, una delle aree più vocate e note in tutto il mondo, dove nascono i celebri Barolo e Barbaresco; Roero, ove alla coltivazione del nebbiolo si affianca quella dell’arneis che dà vita a vini bianchi; Monferrato, situato tra Asti e Alessandria, comprendente il basso Monferrato a nord (Astigiano, Canavese) e l’Alto Monferrato (Acqui Terme, Ovada e Gavi), la culla dei vini a base barbera, freisa e grignolino; Astigiano, compreso nel Monferrato, tra le province di Asti, Alessandria e Cuneo, produce un terzo dello spumante nazionale; non ultime Colline Novaresi, Colline Vercellesi e Gattinara, dove il nebbiolo prende il nome di “spanna”, per le suddette caratteristiche.  

In tale panorama vitivinicolo, nell’immaginario collettivo dominato da aziende a conduzione maschile, non è stato facile scegliere la storia da raccontare, tuttavia ce n’è una che colpisce in modo particolare e che inizia così: «Io non dimenticherò mai che all’inizio fui solo quel nome: “Barologirl”».  

Giulia Negri

La “Barologirl” in questione è Giulia Negri, una giovane vignaiola di La Morra, che discende da una famiglia dedita alla produzione di vino da oltre centocinquanta anni e che vanta alcuni tra i vigneti più alti all’interno dell’area di produzione del Barolo Docg, in località Serradenari: ai piedi le Langhe, di fronte le Alpi che uniscono la Liguria al Cervino, con il Monviso che domina al centro, insomma una cornice fiabesca!  

Pur potendo portare avanti l’antica tradizione nell’azienda di famiglia, Giulia Negri decide di creare un proprio marchio, realizzando una piccola cantina e puntando su varietà come il nebbiolo, il pinot nero e lo chardonnay, impiantati su terreni molto particolari, nei pressi di un bosco — dove è ancora possibile solo in un fazzoletto di ore trovare e gustare il pregiato tartufo bianco d’Alba — con i cloni provenienti dalla Borgogna, mentre il nebbiolo è stato collocato su un terreno più caldo e sabbioso. Le vigne impiantate oltre i cinquecento metri di altitudine beneficiano di forti escursioni termiche che consentono di ottenere vini freschi ed eleganti, speculari al territorio, dotati di una decisa mineralità, tanto da risultare unici nel panorama di questa storica denominazione: «Adesso tocca a me e alle mie bottiglie. Poche, meno di quarantamila, e ciascuna — dalla prima all’ultima — dovrà saper raccontare tutta Serradenari».  

 L’appellativo “garagista” — «Qualcuno mi battezzò così perché volevo fare il vino a modo mio. Adoravo i miei amici garagistes con i loro vini eretici, senza dogmi. Poche bottiglie da sogno, figlie di artigiani della vigna» — arriva dalla Francia ed è riferito a coloro che producono vino all’interno di una cantina di piccole dimensioni, proprio come quella di Giulia, in ossequio ad alcuni punti essenziali della sua filosofia, e cioè pulizia, semplicità e passione: «Ho fatto una cantina piccola, dove all’inizio c’era solo la ghiaia per terra. Il mio garage è minuscolo.  

Per curare la vigna, fare i vini e girare il mondo per venderli, in tutto siamo quattro, una piccola squadra: Alessia che è la colonna della cantina, dagli importatori alle fiere, e Arianna che è l’anima della Tartufaia, con le sue cacce nell’ultimo bosco del tartufo bianco. Serradenari non è più solo Barologirl: è Barologirls».  

Le barologirls

 Insomma, la capacità di fare rete, tratto distintivo del modo di essere e stare al mondo delle donne, è alla base di una storia che assume le forme creative del “coraggio delle donne”, per parafrasare un titolo di Anna Banti. L’operato di Giulia ha ottenuto premi e riconoscimenti dalla critica enologica, ma soprattutto ci consegna un grande insegnamento: «Gli avversari non mancano, ma il più temibile è sempre in sé stessi. Perché una buona garagista sa di non sapere, sa che l’arte del vino sta nel continuare a cercare. Cercare e cercare ancora, anche a costo di sbagliare, sino a quando farò il vino più buono del mondo». L’arte di cercare, di superare i propri limiti, di credere nelle proprie passioni, farne delle professioni e raggiungere la vetta, proprio come Giulia. Proprio come fanno le donne che non si arrendono. Proprio come quello che auguriamo a noi stesse! 

***

Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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