Editoriale. Auguri a noi per i tre anni insieme

Carissime lettrici e carissimi lettori,

sotto questo cielo che già odora di primavera voglio raccontare le storie di tanti uomini e donne che abbiamo il dovere di celebrare, nati/e in questi giorni di tanti (o pochi) anni fa o che in essi ci hanno lasciato. Perciò prima che finisca marzo dobbiamo ricordarli e ricordarle. Tutti e tutte. Pier Paolo Pasolini, Jack Kerouac, il padre della beat generation, Miriam Makeba, che tutti e tutte noi conoscevamo come Mama Africa, Lucio Dalla, Piera Degli Esposti, Carmelo Bene, l’indimenticabile John Belushi morto, a soli 33 anni, il 5 marzo di quaranta anni fa, distrutto da una vita di droghe e sregolatezze.
Non si possono assolutamente dimenticare il filosofo tedesco Friedrich Schlegel, a 250 anni dalla nascita, né il nostro Giuseppe Mazzini, nato a marzo di 150 anni fa.
Ricordiamo anche il grande Murolo, (indimenticabile il suo duetto con Mia Martini) che è stato interprete raffinato della canzone popolare napoletana, fino al segno che rimanda ai trenta anni compiuti da Telefono donna nato a Milano l’8 marzo 1992. Gli stessi giorni di marzo che ricordano (il 10 marzo 1946) il primo voto al femminile, con le donne escluse fino ad allora dalla gestione della politica, problema acuto ancora oggi in tante Regioni italiane.

Se per Lucio Dalla marzo evoca sia la data di nascita, che ha dato anche il titolo ad una sua famosa canzone (4 marzo 1943), che quella della scomparsa, avvenuta il primo del mese di dieci anni fa, per la sua grande amica, Piera Degli Esposti, di Bologna come lui, abbiamo vissuto, amiche e amici, il primo compleanno (era nata il 12 marzo) senza di lei, senza il suo teatro, la sua unicità di parola, la capacità di esprimere emozioni di grande arte in qualsiasi situazione.
Perché Piera non era solo una immensa attrice tragica, ma aveva dato il meglio anche nel repertorio comico, come raffinata interprete di Campanile.
Si è poi mostrata in tutta la sua bravura anche nel silenzio della sua recitazione da interprete della madre muta e ferma su una sedia a rotelle, magnifica, nella fiction tv Nessuno è perfetto o con i serpentelli del tubo dell’ossigeno, come purtroppo era accaduto nella parte finale della sua vita, mentre recitava, ultima sua apparizione, in Corro da te, il divertente film di Riccardo Milani, appena uscito nelle sale.
Sicuramente un anniversario importante è quello che ricorda la nascita del poliedrico Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista, sceneggiatore e tanto altro ancora. Un uomo di quelli che per ricordare le parole di uno dei suoi più cari amici, Alberto Moravia, era un poeta quasi irripetibile:

«Poi abbiamo perduto anche il simile – dice accorato Moravia durante l’orazione funebre, il 5 novembre del 1975 (Pasolini era stato ucciso, massacrato, all’idroscalo di Ostia il 2 novembre) –. Cosa intendo per simile – spiega – : intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società. Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta – ci dice Moravia –. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro».

Moravia enumera i tanti campi di eccellenza del suo carissimo amico con il quale discuteva e costruiva discorsi tra gli innumerevoli viaggi fatti e la casa acquistata insieme a Sabaudia. Con loro due c’è Dacia Maraini, che lo ricorda nel suo bel libro di lettere (sì, proprio nel senso di missive, di dialogo) Caro Pier Paolo, compagna di vita di Alberto Moravia e amica appassionata di Pier Paolo Pasolini. «Mi viene in mente la tua felice sorpresa nello scoprire l’arcaica e bellissima città di Sana’a – scrive Maraini in una delle tante lettere fatte di ricordi e di sogni e di commenti all’amico con il quale ancora sente di dialogare al di là del corporale, di quel corpo ucciso e martoriato – che era rimasta intatta come un piccolo paradiso prima della caduta, ricca, come dicevi tu, della sua innocenza primordiale, dei suoi piccoli rituali quotidiani, della sua ariosità architettonica.

Il ricordo di Maraini rimanda ai viaggi tutti fatti insieme, in questo piccolo gruppo composto da una grande scrittrice e due altrettanto grandi scrittori, viaggi in Africa, in Asia, come questo nello splendido, ma martoriato Yemen. Sono lettere “calde” di affetto, di riflessione, anche (o soprattutto) postuma, di capacità, a volte, di porsi tra i due amici, Alberto e Pier Paolo, e capire le ragioni del poeta bolognese, il perché del suo amore per la povertà, ma soprattutto del suo rancore verso il pensiero borghese che mercifica anche la cultura. Ci racconta tanto Dacia Maraini con la sua scrittura delicata e incisiva, quella di sempre (ricordo il libro, anche questo dialogante con il figlio non nato più, Corpo felice, a me piaciuto moltissimo). Ci fa sentire ancora più vicino un amico che oggi, non è così inusuale, avrebbe potuto compiere cento anni di vita, di Scritti corsari, per dirla con il titolo della raccolta dei suoi interventi sul Corriere e altri giornali e riviste del tempo. Maraini ci fa amare un uomo dolce, riservato, ma forte nel difendere il suo pensiero, tradito dal mondo e, soprattutto, da un’Italia bacchettona che, in fondo, ha tirato un sospiro di sollievo quando la sua parola non si è più sentita. Una parola bloccata da una violenza inaudita e da una giustizia che ridicolmente, c’è da ribadirlo, insieme a Maraini, non si è preoccupata di non aver trovato una goccia di sangue sul famoso reo confesso, mentre il corpo del poeta ne era tragicamente coperto.

Questa settimana, che si chiude oggi, comprende in sé altri delitti, brutti, atroci: il 16 marzo 1978, alle 9:28 un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro e uccide i cinque agenti della scorta. Venti anni fa moriva, il 19 marzo, proprio oggi, Marco Biagi, colpito sotto casa, a Bologna, mentre tornava in bicicletta, privato della scorta.

Torniamo a sorridere, anzi, a festeggiare! Non possiamo infatti dimenticare di darci gli auguri. Auguri, semplicemente tanti auguri! Un soffio di vitalità da parte di tutte e tutti noi verso le tre candeline accese sulla torta che festeggia Vitaminevaganti! La nostra rivista ha compiuto ufficialmente tre anni, giovedì 16 marzo! Entra, così, con questo numero odierno, nel suo quarto anno di pubblicazione a cui tutta la redazione l’ha portata con successo. Lettrici, lettori e tante collaborazioni sempre vivaci e nuove.

Siamo nate, ormai l’abbiamo detto tante volte, una settimana dopo l’8 marzo, giorno dedicato alla celebrazione della donna, per uscire, come si dice e si è detto, con tutte le carte in regola. Siamo da tre anni e due giorni una rivista settimanale online, iscritta al Tribunale di Roma. Cosa che ci ha permesso di essere una rivista vera e di contribuire a creare anche tanti e tante giovani, avviandoli/e alla pubblicistica.

Ormai ogni nostro lettore e lettrice sa che usciamo il sabato e, per essere precisa, entro la prima mezz’ora dall’inizio della giornata, appena dopo la mezzanotte.

Quel primo numero di tre anni fa si interessava di Greta Thunberg, di grammatica sessista, di strade, di targhe e di monumenti dedicati alle donne, sempre troppo poche in presenza. Parlavamo di ragazze e ragazzi di una scuola di Catania, in difficoltà a distinguere l’amore autentico da quello che “pare”, che non è quello vero, autentico, ma inganna e può diventare pericoloso. Abbiamo saputo di ottimi biscotti toponomastici confezionati nel laboratorio di pasticceria del carcere maschile di Padova e diventati poi originalissimi e gustosi cadeau di tutti i nostri Natali, fino a moltiplicarsi in torroncini o cioccolatini guide dolci alle strade e alle storie femminili. Abbiamo raccontato di giornaliste un po’ sui generis, come Claudia Cannella, direttora della rivista di teatro Hystrio e, insieme, nella redazione del Corriere della Sera.

Presentavo così l’editoriale numero uno: «La rivista che oggi si presenta a voi e che comincio a dirigere – scrivevo – è una nuova avventura di un’associazione nata per stimolare un’attenzione più decisa e precisa sulle intitolazioni di strade, piazze, ma anche su altre forme di valorizzazione della memoria femminile come la realizzazione di monumenti ed epigrafi, che possano far conoscere le donne che hanno contribuito a costruire e migliorare la vita di tutte le persone, in Italia e non solo. Si è scoperto, proprio attraverso questo sguardo più attento che solo qualche unità percentuale delle strade e delle piazze dei comuni italiani è intitolata a donne. E le cose non vanno meglio oltre confine».

Ma soprattutto già da quel primo numero di centocinquantasette settimane fa prendevano il via le Serie. Ne abbiamo fatte tante e tante ne seguiranno. Ma già quel 16 marzo dell’anno che viene prima di quello in cui il Virus coronato ha iniziato il suo regno, sono cominciate due Serie molto importanti. La prima riguardava un alfabeto degli stereotipi soprattutto per le donne, ma vi sono compresi anche quelli verso i maschi (la lettera B di Bambola o la D di Danza per dirne alcune che li implicano). Da questo Alfabetiere è uscito un libro in distribuzione a tante scuole che ne hanno fatto richiesta. Lo ha affiancato Pillole di Storia che ha raccontato ai ragazzi e alle ragazze in piccole tappe la Storia del mondo. E poi già da allora abbiamo riservato uno sguardo in cucina, con una crema di piselli dal colore benaugurante. Ben sappiamo, a questo proposito, che se la cucina, come focolare domestico, è stato lo stereotipo del luogo femminile per eccellenza, la cucina quale arte del preparare i cibi è stato sempre appannaggio dei maschi. Le grandi cuoche chef ci sono e sono bravissime e di alto livello, ma rimangono praticamente sconosciute. C’è sempre in redazione il desiderio di raccontarle, di rendere note queste regine dei fornelli e prima o poi lo realizzeremo! Questo era il primo numero di Vitaminevaganti. In mezzo tutta la nostra storia con voi!

Non abbiamo fin qui parlato di guerra perché le parole, le immagini dei luoghi degli uomini e delle donne, dei tanti, troppi bambini vittime di questa sofferenza ci inondano in un vortice burrascoso e ci annientano. Preferirei allora parlarvi della poesia di oggi per cancellare quell’inutile flusso di odio sempre sbagliato, non rivolto verso un capo politico, bensì verso una Cultura intera che è russa, ma è anche ucraina.

Durante il mio percorso universitario per me era semplicemente russo il grande autore de Le anime morte, quell’immenso scrittore che ci ha regalato racconti di infinita bellezza e complessità come il diario di un pazzo, Roma, Il Naso e soprattutto quello di cui proprio Fëdor Michajlovič Dostoevskij durante l’orazione funebre disse: «Siamo tutti usciti da Il Cappotto di Gogol’». Nikolaj Vasil’evič Gogol’ era nato infatti, il 20 marzo 1809, a Soročincy, da una famiglia di possidenti terrieri, nel distretto di Mirgorod nel governatorato di Poltava zona oggi interessata dalla guerra.

Ma era ucraino, addirittura di Kiev, un altro grande della letteratura, Michail Afanas’evič Bulgàkov (15 maggio 1891) che ha deliziato migliaia di lettori e lettrici con il suo Il maestro e Margherita, ma anche con lo sfiziosissimo Cuore di cane o Le uova fatali. Lui che nel 1918 disse di aver assistito a Kiev, dove aveva aperto uno studio medico di dermosifilopatologia, «almeno a quattordici sovvertimenti politici di cui almeno dieci vissuti in prima persona». 

Così ha avuto i suoi natali ucraini il ballerino Vaclav Fomič Nižinskij passato alla storia per le sue straordinarie performance. Era nato a Kiev il 12 marzo del 1889. Anche il pittore Kazimir Severinovič Malevič nasce vicino alla capitale, il 23 febbraio 1878. Sia lui che Nižinskij si sono formati nella loro arte tra San Pietroburgo e Mosca!

Due poeti nati a Mosca, con i versi, Boris Leonidovič Pasternak e il ricordo di Vladimir Vladimirovič Majakovskij, vengono magnificamente recitati da Carmelo Bene, nato come si è detto di marzo e la cui performance rimando in questo link

La prima poesia è In morte di un poeta, Vladimir Vladimirovič Majakovskij, suicidatosi il 14 aprile del 1930. La seconda mi è particolarmente cara. L’ho ascoltata da Angelo Maria Ripellino nella sua ultima visita/lezione all’istituto di Slavistica alla Sapienza. Era aprile, Ripellino sarebbe morto qualche giorno dopo, il 21 aprile 1978. Vi allego questa ultima poesia che nel video, diretto da Bene, mostra i funerali di Boris Boris Leonidovič Pasternak.

Oh, s’io avessi allora presagito,
quando mi avventuravo nel debutto,
che le righe con il sangue uccidono,
mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.

Mi sarei nettamente rifiutato
di scherzare con siffatto intrigo. Il principio fu così lontano, così timido il primo interesse.

Ma la vecchiezza è una Roma che, invece di ciarle e di ciance, non prove esige dall’attore,
ma una completa autentica rovina

Quando detta una riga, il sentimento manda uno schiavo sulla scena,
e qui l’arte vien meno,
qui respirano la terra e il fato.

*Boris Leonidovič Pasternak, Poesie, introduzione e versione di Angelo Maria Ripellino, Torino 1959, Einaudi.

Buona lettura a tutte e a tutti!

Cominciamo insieme la lettura della rivista e come sempre iniziamo con la donna di Calendaria, che questa settimana è Maria Montessori, medica, neuropsichiatra, filosofa, pedagogista, che ha dedicato la sua vita all’educazione dell’infanzia. Continuiamo con le nostre serie. Per Fantascienza, un genere (femminile). Nora Jemisin incontriamo una scrittrice di opere la cui «lettura – come ci ricorda l’autrice dell’articolo – lascia un senso di sgomento e pienezza che richiedono decantazione e meditazione». Per Viaggiatrici del Grande Nord Oltre il sentiero battuto: ladies vittoriane nel Grande Nord leggeremo i resoconti di viaggio di autrici «in equilibrio fra il ruolo assegnato dalla retorica vittoriana e il loro desiderio inconfessabile di autonomia». Per le passeggiate tra le vie di Pavia. Via Bona di Savoia, o sul timore di associare qualcosa di amato a un avvenimento tragico affronteremo un nuovo racconto suggerito all’autore dalle sue riflessioni sulle vite dei personaggi femminili ricordati dall’odonomastica.
La République. 2. Cinque anni di macronismo è un’analisi accurata della politica neoliberista di Macron in Francia, utile per riflettere sulle ragioni che hanno dato luogo a continue proteste.

Nella sezione Architettura e Arti visive in questo numero abbiamo due articoli: Aino Marsio, pioniera del design, che ci racconterà dell’architetta e designer finlandese famosa soprattutto i suoi capolavori in vetro, ma attratta dall’architettura, dall’arte e dalla fotografia; e Lina Bo Bardi, architetta con la passione dell’impegno sociale, combattiva e rivoluzionaria, di cui ricorre in questa settimana l’anniversario della morte. Una donna che in Brasile ebbe la sua seconda patria e in cui ha lasciato opere memorabili, testimonianza di un’architettura «moderna e antica allo stesso tempo, popolare e colta, artigianale e non industriale, rispettosa delle tradizioni ma anche innovativa, razionale e poetica». Tra pochi giorni ricorrerà l’anniversario della strage delle Fosse Ardeatine. Per la Rubrica Le storie Voci di donne dalle Fosse Ardeatine è la commovente rievocazione delle testimonianze di alcune donne, «vedove e orfane, senza figli e senza fratelli, disperate e straziate», che hanno vissuto in prima persona l’eccidio del 24 marzo del 1944.
L’intervista di questa settimana, L’importanza delle mappature per lavorare sui dati ci fa conoscere la percezione e la gestione delle pari opportunità in Friuli Venezia Giulia, attraverso le considerazioni della Presidente della Crpo Dusy Marcolin.
In Torneo letterario di Robinson- seconda partita avremo modo di gustare due belle recensioni su due classici russi, Oblomov e Sonata a Kreutzer, di una lettrice del gruppo di Vitaminevaganti che partecipa al Torneo letterario di Repubblica.

Z- Una faccia una razza è la recensione del libro di Mietta Timi, La scelta migliore, che ci mostra la Grecia attraverso gli occhi di due donne, ripercorrendone le vicende dell’ultimo mezzo secolo e penetrando nei legami che accomunano la Grecia e noi.
Gli inviti alla lettura continuano con un’ulteriore recensione del libro We are all humans: un’interessante trattazione delle «quindici parole che non fanno rima con razzismo».

Nella sezione Tesi vaganti, Seconde generazioni e produzione musicale è la presentazione del lavoro di ricerca sulla produzione sterminata dei musicisti e delle musiciste di seconda generazione, che ci fa incontrare personaggi famosi e fortunati come Mahmood ed altri meno noti, ma ugualmente interessanti. Chiudiamo, come sempre, con una ricetta cucinata con gli avanzi ma estremamente appetitosa, Terrina di lesso o arrosto, un modo per essere creative e sostenibili in cucina.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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