Il pane canadese

«Mia cara, carissima, amica.
Ti scrivo dalla provincia di Alberta, nello Stato del Canada, quella terra dispettosa che sembra franata dall’alto, dall’angolo settentrionale dell’Europa, e che sta ancora aspettando che tutti i pezzi vadano al loro posto. Un continente indisponente, che ha deciso di mettersi di vedetta a dividere il ghiaccio dalle rocce, gli Stati Uniti dalla sua appendice alaskana, e voi, abitanti di un mondo vecchio e colmo, da noi, che ancora riusciamo a sentirci pionieri e pioniere di chissà quale avventura.
E nel frattempo che aspettiamo che le maglie di questo uncinetto si riempiano di foresta e montagna, ci godiamo i laghi e la natura che in essi si specchia e disseta.
Il mio nome è Olivia. Un nome semplice e brutto come il frutto a cui è ispirato. Però, e alzo subito le mani in mia difesa, a differenza di quelle piccole sfere rinsecchite e ormai stinte che una volta ho visto macerare in un barattolo di spirito, io, il colore, come il buon umore, non lo perdo mai, tantomeno quando c’è di mezzo l’alcol. E non è che me ne serva molto, in realtà.
Quando cresci con una madre inglese, vittoriana dalla punta del cappellino fino al pizzo dei mutandoni, la sobrietà è una dote che ti cala addosso dalla nascita: l’unica trasgressione al tè senza latte che ti è concessa è un piccolo goccio di sherry, “a bagnarti appena le labbra, mia cara Oly, ché non vogliamo mica somigliare a vecchi osti annacquati”. Mi sembra ancora di sentirla. Dio!
Meno male, mia cara amica, che il baule con l’eredità materna è stato accidentalmente dimenticato sulla banchina del porto inglese…
E così, un bicchiere di whisky d’acero e una buona e corposa tirata di sigaro bastano a farmi divenire succosa come una ciliegia matura: “un’oliva che par buona per la confettura”, mi ripetono tutti e tutte.
Come al mio solito, però, mi sto dilungando. E un liquore allungato non è poi così piacevole da bere, giusto?
Ti confesso che, quando ho saputo della tua richiesta, sono saltata dalla sedia! Ero così felice ed eccitata! Perché io avevo capito a cos’è che aspiravi. Certo, la ricetta: certo, il pane. Ma entrambe sappiamo, mia cara amica, che quando una donna scrive ad altre donne, quando le chiama, le interpella, le cerca, quello che vuole è ben più profondo di un procedimento o di un consiglio. Gli uomini, che amano fare guerre per dimostrar quanto incalzante e dirompente e indomabile sia la loro virilità, la chiamano alleanza. Per noi, invece, credo sia meglio parlare di comunione. E al bando religione e sacramenti. Quello che intendo io, e che son sicura intendi anche tu, è un partecipare insieme, un mettere in comune sogni, paure e aspirazioni, per poterli portare a una dimensione tale che ci permetta di affrontarli e realizzarli. So che è così.

Ecco perché, quando ho visto il tuo annuncio, mi sono fiondata in casa, ho raccolto le gonne sopra le ginocchia, e mi sono seduta al vecchio tavolaccio scheggiato rubato da un cantiere dismesso di una miniera ormai esaurita.
Vicino a me, su un piatto solitario, ho gli avanzi di pane di qualche giorno fa.
È il pane di cui voglio dirti. Si chiama bannock ed è stato, molto probabilmente, introdotto in Canada dai commercianti di pellicce scozzesi. Pare, infatti, che il suo nome derivi dall’antico gaelico e che significhi boccone. Gli scozzesi, poi, lo hanno tramandato alle popolazioni native di qui che, a loro volta, lo hanno adattato agli ingredienti che conoscevano, chiamandolo con termini differenti a seconda della lingua di origine. Non pensi anche tu che tutto questo sia straordinario? Riflettici bene. Non c’è niente di fisso, niente. Persino gli alberi si muovono a cercare il sole. E ogni essere umano, quando si incammina, porta con sé il fagotto delle proprie tradizioni. E queste, proprio come chi le ha portate, hanno imparato ad arrangiarsi alla nuova vita. Così, a scavare nella profondità, uscirà sicuramente fuori che tutti e tutte noi siamo la stessa identica anima, come mille e mille miniere che attingono allo stesso filone di oro. Farci saltare in aria non conviene, penso io, perché poi alla fine quello che c’è di prezioso rimarrà nascosto e dimenticato per sempre. Ma sto di nuovo dilungandomi. E di nuovo mi sembra di sentire mia madre: “Mi raccomando, Oly cara, poche parole, pesate, sussurrate e strettamente necessarie. Nessuno vuole ascoltare più di ciò che vuol sentirsi dire”. Non credo che me ne libererò mai.
Tornando alla ricetta del pane, il bannock, nella sua forma più antica, è fatto di farina d’avena, orzo cotto, acqua e grasso o strutto, ai quali sono stati aggiunti latte, sale e zucchero. Viene tradizionalmente cotto o su una piastra o in una padella. È uno di quei pani di viaggio, senza convenevoli né capricci, uguale in ogni terra che è stata frontiera e carovana. Spero possa essere una ricetta di tuo gradimento.
Ora, finalmente, posso dirti ciò che volevo scriverti fin dall’inizio. Posso renderti partecipe della mia comunione, e raccontarti di fatti recenti, avvenuti pochi anni fa, ma che ancora oggi, a distanza di tempo, ci fanno alzare in alto i bicchieri, i pugni e gli sguardi.

Nel 1916, Emily Murphy, un’attivista di questa provincia, mentre assisteva, insieme ad altre donne, a un processo per prostituzione, venne cacciata via dal giudice che ritenne che le testimonianze non fossero adatte a un “pubblico misto”. Emily Murphy, forte delle sue precedenti battaglie, si indignò e fece ricorso e appello al procuratore generale, Charles Wilson Cross, sostenendo che “se le prove non sono adatte per essere ascoltate in una compagnia mista, allora il governo deve istituire un tribunale speciale presieduto da donne per processare altre donne”.
Con grande stupore, suo e di tutta la comunità, il procuratore non solo acconsentì alla richiesta, ma la nominò addirittura magistrata, la prima nella storia del Canada.
Eppure, già durante il primo giorno di lavoro, la consuetudine che ci voleva fuori dai posti di comando, tornò ad alzare la voce. Un avvocato, infatti, rifacendosi al British North American Act, contestò il suo lavoro e la sua autorità, affermando che le donne non potevano essere considerate persone e, per questo, dovevano essere escluse da certe cariche. E se pure nel 1917 la Corte Suprema dell’Alberta le diede ragione, quando provò a portare la questione al di fuori dei confini provinciali, la realtà contro cui andò a scontrarsi fu decisamente amara. Emily Murphy, infatti, decise di presentare il proprio nome al Primo Ministro Robert Borden come candidata al senato canadese, ma venne respinta con la medesima motivazione avanzata l’anno precedente. Borden, che si dichiarò apparentemente favorevole alla candidatura di Murphy, si disse costretto a sottostare a una sentenza della Common law britannica del 1876, nella quale, all’articolo 24, si stabilivano le caratteristiche che sarebbe dovute appartenere a chi sceglieva di sedere in Senato: almeno 30 anni di età, sudditi britannici, un patrimonio netto di almeno 4000 sterline, residenza nella provincia nella quale si vuole essere eletti. La questione era che in tale articolo si utilizzava esclusivamente il pronome he. Le donne, dunque, erano ammissibili per pene e doveri, ma non per privilegi e diritti. Due volte su due. Due volte di troppo.

Trascorso qualche anno, nel 1927, Emily invitò a casa propria, a prendere il tè, quattro importanti donne dell’Alberta: Irene Marryat Parlby, leader delle contadine, attivista politica e prima ministra del governo dell’Alberta; Nellie Mooney McClung, suffragetta, autrice e membro dell’Assemblea Legislativa; Louise Crummy McKinney, prima donna eletta nella stessa Assemblea Legislativa; Henrietta Muir Edwards, avvocata per le donne lavoratrici. Ve le immaginate, mia cara amica, queste cinque donne, i loro piattini, le tazzine, il bricco del latte e della panna, i pasticcini, che – con la massima competenza possibile – disquisiscono di leggi e petizioni e azioni concrete? Ebbene, io me le sono figurate tante volte e, altrettante, ho brindato alla loro salute, alla loro caparbietà e alla loro preparazione.
Nel 1927, infatti, le Favolose Cinque lanciarono una petizione, conosciuta come Persons Case, che prevedeva che le donne potessero essere considerate persone qualificate e idonee per ricoprire la carica di senatrici. La loro richiesta arrivò fino alla Corte Suprema del Canada, che fermamente la bocciò. Però, amica mia, una buona annata non può essere stabilita solo dal primo bicchiere. E infatti, il 18 ottobre 1929, dopo il ricorso fatto al Comitato Giudiziario del British Privy Council, la corte di ultima istanza per l’Impero britannico, la sentenza venne ribaltata. Il Lord Cancelliere, Lord Sankey, affermò che il significato di “persone qualificate” poteva essere letto in senso ampio per includere le donne: “l’esclusione delle donne da tutti gli uffici pubblici è una reliquia di giorni più barbari dei nostri», e che «a coloro che chiedono perché la parola persona dovrebbe includere le donne, la risposta ovvia è perché non dovrebbe”.
Capisci? È sempre stato tutto così chiaro e lineare che solo la volontà perversa, celata da un timore atavico, ha potuto costringerci e relegarci ai margini. Il problema è che questa perversione è stata fatta passare per buon costume, tradizione, saggezza, fondamenti imprescindibili.
Piedi di argilla, ecco cosa sono le basi sopra le quali gli uomini si sono sentiti autorizzati a tapparci la bocca e farci chinare la testa. Stramaledettissimi piedi di argilla.
“Ricorda, cara Oly, non c’è niente che una buona tazza di tè non possa risolvere”.
Questa volta credo che anche mia madre abbia avuto ragione.
Ti saluto, mia cara amica. Ti saluto con il pugno stretto, un sigaro tra le dita e il calice levato.
Che tu possa parlare, urlare, bere, fumare, decidere e far politica come e quanto ti pare. Semplicemente perché ti va.
Viva le persone. Viva le donne».

***

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpg

Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...