Fantascienza, un genere (femminile). Italia, XXI secolo. Franci Conforti e Francesca Cavallero

Quattro romanzi, quattro premi, e in soli cinque anni: l’affermazione di Franci Conforti in ambito science fiction è indiscussa e testimonia – come si dice – apprezzamento sia di critica sia di pubblico. Conforti esordisce nel 2016 con Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde. Omaggio al fu Buzzati, per Delos Digital, vincitore del Premio Odissea; il secondo romanzo, Carnivori, vince il premio Kipple nel 2017 (ed è pubblicato da Kipple Officina Libraria); Stormachine. La macchina della tempesta, per Delos Digital, è finalista al premio Urania e ottiene il Premio Vegetti nel 2019; l’ultimo romanzo dato alle stampe, Eden, pure per Delos Digital, è ancora una volta finalista al Premio Urania (con il titolo Eresia) e vince nel 2020 il Premio Odissea.

Conforti, da sempre amante della scrittura e della fantascienza, inizia a pubblicare opere di letteratura dell’immaginazione piuttosto tardi, quasi sessantenne, «nel miglior momento storico per la diffusione della fantascienza femminile» (così il curatore di Urania Franco Forte), dando prova di eclettismo e capacità di incontrare il gusto di lettori e lettrici: Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde è infatti un riuscito romanzo fantastico, un omaggio al grande Dino Buzzati, «una storia con scrittori perduti, cani fantasma e altra gente strana», come recita il lancio in copertina; Carnivori è una vicenda ben costruita tra ambientazioni militari e paradossi new age, in un futuro instabile e precario; Stormachine è una space opera collocata nello scenario di un impero decadente e tirannico, tra oppressi e oppressori; Eden è invece, a posteriori, il primo romanzo delle Cronache di Jahàr, dunque di una serie che si annuncia corposa sul modello in voga negli Stati Uniti.

Copertine di Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde. Omaggio al fu Buzzati (Delos Digital, 2016) e di Carnivori (Kipple Officina Libraria, 2017), rispettivamente primo
e secondo romanzo di Franci Conforti

Nata a Milano il 17 luglio 1957, Francesca ‘Franci’ Conforti, italiana con ascendenti iberici e ucraini, trascorre al Cairo, in Egitto i primi anni di vita («ho assorbito gli odori, la luce e le voci di quella terra», dice in un’intervista rilasciata il 19 ottobre 2020 a Filippo Radogna di World SF Italia); nei primi anni Sessanta si trasferisce a Milano, dove compie gli studi in scienze biologiche, diviene giornalista professionista, si perfeziona in comunicazione, ottiene le cattedre di Tecniche dei Nuovi Media Integrati e di Copyrighting presso l’Accademia di Belle Arti e Media Acme di Milano e, naturalmente, scrive romanzi e racconti di fantascienza.

«Legge di tutto e adora i manuali e i saggi scientifici, – così la descrive Radogna – colleziona libri e conchiglie, ama la conversazione e le uscite notturne, i giochi di ruolo e gli animali (ha passato la vita tra gli husky), sogna di viaggiare anche se è sempre in giro per lavoro, è sposata, ha un figlio, ascolta musica di vario genere, ha praticato vari sport dal nuoto, alla vela, allo sci sino all’equitazione e oggi quando ha tempo trae giovamento da lunghe e riflessive camminate».

Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde è un bel testo supernatural ambientato a Milano (non poteva essere altrimenti, trattandosi di un «omaggio al fu Buzzati»), dal ritmo indiavolato – con qualche passaggio più disteso – che tiene fino alla conbclusione e allo scioglimento della vicenda, annodata e dipanata nell’arco di un anno esatto, da un Natale all’altro, con una decisa accelerazione tra il Giorno dei Morti e la Natività. «È uno degli scrittori che porto sempre con me. Anzi, è l’unico che vive con me. – dichiara Franci, con il consueto humor, a proposito di Dino Buzzati – Anni fa scoprii che la casa in cui abito è stata sua […] e il suo fantasma infesta la mia cucina. Una presenza critica, sia chiaro». È questa l’idea di partenza del romanzo, che prosegue lungo un itinerario tra vie e luoghi cari al grande narratore e cronista del Corriere, che le tre protagoniste, personaggi estremi ma credibili e raccontati con empatia, percorrono: Greta, io narrante e proprietaria dell’appartamento in via Canonica nel quale fu scritto Il deserto dei tartari, che un contratto di due anni come «consulente aiuto vice co-sceneggiatore» porta in volo a New York; Matilde, cugina di questa, bella e fragile, in fuga da una disastrosa convivenza («gli uomini erano la parte vulnerabile e dolente della sua vita»); Anastasia, «la pertica russa che abitava al quinto [piano]», forte e pragmatica.

Intorno, e accanto, alle tre amiche (che comunicano incessantemente in presenza o da remoto grazie a Skype) agiscono coprotagonisti più o meno improbabili, più o meno regolari: Carlo, giovane tanto «esperto» in fantasmi da innamorarsene; Jim, fidanzato americano di Greta; Arturo, il fratello di lei, affidabile e «posato»; e poi cani, maschi e femmine: Thelma e Luisa, le «due cagnoline tipo yorkshire terrier, però bastardissime»; Blanco, il dogo argentino; Napo, ovvero Napoleone, che fu tanto amato da Buzzati, animale fantasma al pari del suo antico umano, il quale però è ancora in grado di parlare con i vivi, perché le due dimensioni, quella di qua e quella di là, talvolta si incontrano, talvolta si accavallano. Non solo spettri familiari popolano Milano, ma anche predatori malvagi, mastini infernali, nonché la leggendaria Dama Nera del Parco Sempione, «entità d’ombra» che si manifestano dall’altrove attraverso connessioni temporali generate da telefoni analogici e parabole dismesse (esilarante la radiocronaca del derby Inter-Milan – finito 2-0 per i neroazzurri – del 7 marzo 1971 letteralmente attraversata da Carlo e Dino). Tutti, davvero tutti, insieme in una «nuova (assurda) (meravigliosa) (amata) famiglia», in una fiaba natalizia di gusto noir, spiritosa e godibilissima.

Dino Buzzati con il fedele Napoleone nella sua casa milanese di via Canonica (dal volume Dino Buzzati pittore, a cura di Raffaele De Grada, Giorgio Mondadori e associati,
Milano 1991, p. 137)

Virata decisa con il secondo romanzo, Carnivori: dedicato A questo pianeta che chiamo Terra presenta un esergo significativo: «Siamo ciò che mangiamo. Quello che sta dietro al contrasto tra carnivori e vegetariani è un abisso che a me sta molto a cuore». L’idea centrale è bella, originale, presentata con coerente profondità speculativa: «Noi mangiamo la vita, mangiamo solo roba viva – dice Stana Hannson, che nella vicenda ha un ruolo determinante – […] uccidere è una prerogativa umana», e d’altra parte «noi siamo animali. E io adoro essere un animale» controbatte a distanza Asia, portatrice della saggezza di una cultura nativa. Uccidere, scuoiare, fare a pezzi, cuocere, addentare: orrore e dolore o istinto e sopravvivenza? E qual è la vera natura umana? Saggiamente, Conforti non prende posizione (non è interessata a farlo), mostrando però gli eccessi dell’una e dell’altra parte: gli etici (per i quali anche nutrirsi di vegetali è uccidere la vita), dopo aver sintetizzato il mulk, cibo artificiale e versatile che ha permesso di risolvere il problema mondiale dell’alimentazione, vorrebbero trasformare i carnivori (amanti della carne rossa e fumatori di sigarette non pentiti) in piante in grado di nutrirsi di luce; per ottenere questo risultato sono disposti a tutto, anche a sacrificare vite umane, e non soltanto degli irriducibili alla loro volontà.

Quando muore una persona «non stai perdendo una vita che si è accesa trent’anni fa, no. Si sta spegnendo per sempre qualcosa che si trasforma da quattro miliardi di anni. Vita dalla vita. Siamo un tizzone ardente che ha risalito il tempo e ora, in un ultimo arco, in un ultimo lampo, diventa carbone e cenere. Fuori dal flusso, esclusi dall’ardore; morti dopo aver divorato un numero incalcolabile di vite»: la riflessione è di John Smith, la protagonista dell’opera, già ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti d’America, dall’integrità morale ineccepibile («sono finita dentro per insubordinazione e divulgazione ma per loro è tradimento»), eppure umanissima nei dubbi che coltiva (ricorda in questo Gunner Cade di Judith Merril e Cyril Kornbluth), alla quale è offerta una possibilità di riabilitazione attraverso il «coinvolgimento nella guerra trofica dei sunmen».

L’antagonista e amico (il rapporto tra i due oscilla dall’uno all’altro) è Marcus Poch Righeira detto Cus, simpatica canaglia maschilista e trasgressiva quanto basta; del ruolo, pure ambivalente, di Stana Hannson si è detto: da portavoce di «correttezza ed eticità» assolute a nemica del genere umano la via è breve. E, ancora, un insieme di personaggi, uomini e donne, che abitano i luoghi dell’azione, dalle basi militari, alla comunità scientifica chiusa e implacabile degli etici, al deserto attraverso il quale si compie un esodo di dimensioni bibliche, alla dimensione ipogea, allo spazio esterno, lungo un tempo scandito in sei fasi di progressivo avvicinamento alla guerra totale, in un romanzo in cui al tema centrale dell’alimentazione ne sono accostati molti altri (tutti interessanti, certo: ambiente e globalizzazione, migrazioni e pandemie…) e in cui si trovano fin troppi elementi, con eccessi splatter (non sempre funzionali) e luoghi comuni della letteratura fantascientifica.

Stormachine è dato alle stampe nel 2018 da Delos Digital, di cui Franci Conforti è evidentemente tra gli autori e autrici di punta, ma il ritmo serrato di pubblicazione non giova alla sua scrittura. Il terzo romanzo presenta spunti interessanti, ma i personaggi risultano più convenzionali: l’agente di polizia Buldoc, ruvido e a tratti ottuso ma di buon cuore; la ribelle misteriosa e letteralmente senza nome NoNome; il fratello e la sorella Ulo e Nira, al centro di una agnizione clamorosa ma prevedibile; l’irregolare Blatta; le persone anziane ormai inservibili e ‘condizionate’; le donne e gli uomini che nell’anno 5128 popolano il pianuroide Granspica, tessera 924, frazione Ponteprincipe, coloni rurali reietti e asserviti all’Impero, ma portatori di dignità e capaci di scatenare tempeste sottraendosi al Geom√, «il metaprogramma scritto dai quadronti in un subspazio del subuniverso geometrico vibrazionale».

Franci Conforti fotografata a Marina di Pietrasanta il 2 maggio 2021 (Archivio Franci Conforti)

Un quadro d’insieme che coniuga un possibile mondo contadino medioevale con una tecnologia avanzatissima e capace di manipolare la realtà, nella più classica delle antinomie, quella tra servi e padroni, popolo e governo. Elemento di spicco, di ascendenza Le Guin, è che, «indipendentemente dalle preferenze sessuali individuali e dagli organi riproduttivi posseduti, si poteva scegliere chi essere.
Chi sceglieva la funzione sociale uomo doveva lavorare per Produzione mantenendo e proteggendo eventuali figli e mogli; chi sceglieva lo status sociale di donna poteva farsi mantenere e proteggere dai propri mariti, in cambio si sarebbe presa cura di loro e dei figli»: libere scelte che, pur nell’ambito di famiglie queer, riproducono stereotipi antichi e codificati.

Anche in questo caso, la mole (per altro non eccessiva) non sostiene l’intreccio, che appare costruito più per accumulazione di soggetti, situazioni, eventi, che per reale sviluppo narrativo.

Nel 2019 i primi due racconti di Conforti: Come concime (in Strani Mondi, Urania Millemondi 84 del luglio 2019), che coniuga azione e riflessione sulla natura umana e sulla possibilità di scelta data al nostro genere; e Il giorno della doppia elica (in Fanta-scienza, a cura di Marco Passarello, Delos Digital) che ipotizza la risoluzione dei problemi ambientali relativi a deforestazione e consumo di suolo grazie alla scienza ‘biomica’, in grado di creare edifici vegetali viventi in felice simbiosi con gli esseri umani; tema quest’ultimo che si legge, in prequel, in Giochi di luce (pubblicato nel 2020 in Assalto al sole. La prima antologia solarpunk di autori italiani, a cura di Franco Ricciardiello, pure Delos Digital). L’impronta del passato presente si trova, invece, in Temponauti (in Urania Millemondi 90 del luglio 2021) ed è un nuovo testo che unisce molti tratti differenti accomunati dal tema dell’alterazione e ibridazione dei piani temporali.

Copertine di Stormachine. La macchina della tempesta (Delos Digital, 2018) e di Eden (Delos Digital, 2021), rispettivamente terzo e quarto romanzo di Franci Conforti

Pure nel 2021 esce Eden, romanzo che nella prima stesura contava un milione e ottocentomila battute (forse mille pagine), dei quattro finora dati alle stampe il primo a essere composto e l’ultimo a essere pubblicato, sostanzialmente nella sua prima parte. A parere di chi scrive il titolo definitivo di questa terza redazione (rispetto a quello della seconda, Eresia) è deviante, e non solo sotto il profilo teologico. Sul pianeta Jahareden «tutto è fuori scala. È più grande, più luminoso, più vigoroso, più profondo della nostra Terra. Persino i colori hanno un’intensità maggiore», il cibo si offre spontaneo e abbondante agli esseri umani, che, in teoria, non sono soggetti a morte e dolore e che – alcuni almeno – entrano in contatto diretto con Dio («oppure – come scrive Franci Conforti – dio, vedete voi»). Non è così, in realtà: alcune creature, umane e animali, sembrano essere dimenticate da Illillah, dio imperscrutabile, talvolta dispettoso, a tratti diabolico, che, di norma, porta via con sé, in una nuova dimensione (non altrimenti definita), quanti concludono il proprio ciclo vitale sul pianeta: donne e uomini imperfetti e fragili, capaci sia di bene sia di male, disposti a essere fedeli a sé stessi e ad aiutare il prossimo, percependolo come fratello o sorella, ma anche avidi di delitti e di assassinii, ebbri di potere e di violenza.

Quale differenza rispetto a Terra? Nessuna, se non il particolare che qui il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non è stato colto né assaggiato (come già in A case of conscience di James Blish, 1958 e The three stigmata of Palmer Eldritch di Philip Dick, 1964) e che astenersi dal peccato originale non ha reso l’umanità migliore e Jahareden un luogo più accogliente. Molti i personaggi, a partire da Rur Almuhallam, himman della Seconda Moschea Minore di Warda, illuminato a cui Dio si rivela, Dio che pure non fa «nulla, ma proprio nulla per mettere fine alle contorsioni mentali delle proprie creature», per arrivare al primo antagonista, il governatore Al Cleziano, e poi al secondo, l’inquisitor Kufiri Ufir-kratzi, e alla folla di figure ben caratterizzate che li contornano: la guardia Hasan, l’amico Dennay, la bambina Mela, la pilota Azzulen, la madre di Rur (nonché comandante dei popoli del deserto) Shaiara, che emergono da paesaggi di sapore mediorientale e alieno, con sfumature alla Leight Brackett. L’impianto narrativo è avventuroso e capace di tensione, presenta sottotraccia grandi tematiche quali libertà e morte, tuttavia, anche in questo caso, l’accumulo e il diversivo – per quanto gradito a lettori e lettrici intorno ai trent’anni, target della scrittrice – non pagano: alcuni personaggi e filoni della narrazione si perdono o quasi scompaiono nel corso della vicenda, alcune situazioni risultano prevedibili, forse proprio perché incontrano il gusto di un certo pubblico, l’insieme risulta dispersivo. Un dettaglio tipografico: l’alto numero di refusi non aiuta chi legge.

In questo 2022, Franci Conforti è ancora una volta finalista al Premio Urania con Spine, romanzo di ambientazione solarpunk; lavora ora ad altre due opere di narrativa, che, come sempre, saranno sottoposte in anteprima al figlio Brian, il lettore per il quale l’autrice ha iniziato, molti anni fa, a scrivere di fantascienza.

«I vagoni, accatastati, giacciono sui binari invasi da vegetazione infestante e lamiere contorte in architetture al tetano. Sotto, gli scogli. Il mare ha lingua di schiuma e lecca rotaie arrugginite. Tralicci abbattuti graffiano di nero il cielo grigiocorneo, mentre nebbia densa, organica, sfilaccia l’orizzonte in cumuli lattiginosi. Gli squarci nelle carrozze traboccano di buio e cespugli rossastri. Mi avvicino, lentamente. L’avambraccio, il polso e la mano destra vibrano del calore che lo scythe-glove, artiglio superstite della tuta wetware da combattimento, emana interfacciandosi con il nervo mediano, irrorato dai vasi sanguigni di supporto. Lunghe falci di mercurio scivolano fuori fra le dita, come se colassero da vene aperte: si coagulano in rasoi mentre cerco di penetrare nella carcassa del treno. Tengo stretta la paura tra i denti perché, nonostante l’artiglio in modalità wired, la mia figura sottile in jeans e maglietta è per fragilità più grottesca che temibile. Un riflesso sbiadito di… ciò che ero. Qualunque cosa fosse. I miei ricordi sono polvere in una clessidra rotta».

Questo incipit segna l’esordio di una grande scrittrice, Francesca Cavallero, che ha scelto di donare il proprio talento alla fantascienza, distillandolo in alcuni pochi racconti, uno più bello dell’altro, e in un solo, straordinario romanzo edito (un secondo lo sarà a breve).
Il primo testo pubblicato da Francesca è Come polvere in una clessidra rotta, nel 2012 finalista al concorso letterario Stella doppia, indetto da Urania e Fantascienza.com (leggibile in rete con data 14 aprile 2013): un io narrante giovane donna, con innesti cyborg, attraversa «una selva di incubi» in apparenza scollegati, destinati però a ricomporsi e a ritrovare senso nel finale, «incubi fatti di lame e fuoco e filo spinato», tra passato presente futuro («il tempo si annoda»), in luoghi fradici «di spazzatura e liquami». Si tratta di una prova ancora acerba, dalla trama esile, con echi dalla migliore science fiction (per esempio lo sconvolgente Bloodchild di Octavia Butler, del 1984), che tuttavia già colpisce per la suntuosa capacità descrittiva degli scenari visivi, degradati e claustrofobici, in cui muove i suoi passi la protagonista.
Poi, per diversi anni, Francesca Cavallero resta in silenzio, fino a quando, nel 2018, vince il Premio Urania con Le ombre di Morjegrad, pubblicato, come prevede il Premio, l’anno successivo (Urania 1672 del novembre 2019): «Per anni ho raccolto frammenti di impressioni, dialoghi, atmosfere sui quaderni che ho avuto sempre l’abitudine di tenere in borsa. – così Cavallero in un’intervista, ascrivibile alla primavera 2020, rilasciata a Filippo Radogna di lazonamorta.it – Mi sono accorta che i vari personaggi stavano assumendo profili più netti e corposi perché stavano letteralmente crescendo con me».

Copertina di Le ombre di Morjegrad
di Francesca Cavallero
(Urania 1672 del novembre 2019)

Quando vince il Premio Urania, affermandosi su autrici e autori di consolidata notorietà, Francesca ha trentacinque anni. Nata a Genova il 27 dicembre 1982, vive da sempre in Val Bormida; risiede ora a Dego, piccolo centro sul versante settentrionale dell’Appennino ligure, in «allegro branco» con il marito Luca e le due gatte Miss F (Faina) e Miss B (Bigia): «per via dei colori e perché è furbina» la prima, «perché è grigia e ha un carattere temporalesco» la seconda.
Giovanissima, incontra la fantascienza attraverso un albo di Tex, di cui il padre è lettore (Il fiore della morte, in cui l’iconico cowboy affronta un predatore alieno); frequenta il liceo classico e, grazie a una docente di lettere appassionata e comunicativa, impara ad amare la Commedia di Dante («l’affresco nero» della prima cantica in particolare) e i Promessi sposi di Manzoni (la toccano il dolore della madre di Cecilia e l’incombere diffuso della morte durante la peste), ma anche Baudelaire e Rimbaud, Poe e Lovecraft (nonché, in tempi più recenti, la grande Irène Némirovski). Si iscrive a scienze giuridiche («per una scelta razionale, pensavo fosse la cosa giusta; l’ho conclusa, ma ho sofferto!», dichiara il 30 marzo scorso a chi scrive) e, subito dopo aver conseguito la laurea nel 2005, inizia la frequenza di scienze dello spettacolo: «un periodo complesso, – ricorda in una scheda biografica pubblicata il 19 aprile 2020 da Romina Braggion in La Metà del Mondo – ma ricco di stimoli: cinema, storia, sociologia, teatro, storia dell’arte, fotografia». Seconda laurea nel 2008 e conseguimento del dottorato di ricerca in Arti, Spettacolo e Tecnologie Multimediali nel 2012, quindi la professione di grafico freelance, che, come ancora afferma, le permette di conciliare «la passione per l’arte e la comunicazione visiva» con la propria creatività.
Negli anni di silenzio tra il 2012 e il 2018 Francesca elabora e trasforma la tanta cultura che ha assorbito, finalizzandola a una personalissima scrittura dell’immaginazione, in cui inferno dantesco e diritto penale, nuove tecnologie e pittura simbolista si sciolgono in una sintesi di emozionante musicalità.

Francesca Cavallero in Val Bormida
il 23 agosto 2021
(Archivio Francesca Cavallero)

È proprio la scrittura – evocativa e immaginifica, eppure equilibrata e senza sbavature – la cifra più originale di Le ombre di Morjegrad: aggettivi di senso connotativo, gusto pittorico, risemantizzazione di vocaboli in funzione espressiva; e una prosa nitida, dalla sintassi consequenziale, con monologhi interiori e dialoghi efficacissimi, che procede limpida e lineare, nella quale le parole si convertono in immagini e sequenze tanto vivide da scorrere senza interruzione di continuità nella mente di chi legge (e il cuore di filologa di chi scrive gioisce nel poter applicare a un testo science fiction le categorie della letteratura ‘alta’). Sotto il profilo formale, il modello di riferimento è la poesia simbolista di Giovanni Pascoli, ove il significante (il suono delle parole) ha valore quanto il significato (il concetto a cui queste rinviano), in un intreccio sinestetico, che richiama percezioni ascrivibili ai diversi sensi – colori, note musicali, odori… – sovrapposte e intercambiabili; e ove ogni registro linguistico ha diritto di cittadinanza, se ben calibrato e funzionale al testo: per questo non turbano né la malinconia di momenti lirici né la brutalità di dettagli splatter, perché levitas e gravitas, leggerezza e pesantezza, nella prosa di Cavallero risultano sapientemente in equilibrio.

Eccone un esempio: «Un locale elegante alla periferia di un basso pizzicato da dita anonime, disperso nel fumo di una sigaretta accesa da qualche parte, nel ventre di una città troppo vasta per avere un sogno. Troppo vecchia o troppo malata. Ma questa è Morjegrad. Dove nemmeno il mio nome ha importanza. Contano i miei occhi rossi e le labbra che appoggio al cristallo. Conta il rossetto sulla superficie fredda del bicchiere, una traccia scarlatta del mio passare fra polvere e sogni, senza aspettarmi che qualcuno se ne accorga».
Una prosa come questa non si improvvisa: è frutto di un inesausto lavoro di studio e revisione, che richiede tempo e competenza, passione e rigore.
La trama non è da meno: sei movimenti (da 0 a 5), il primo e l’ultimo brevi, di Connessione e di Disconnessione, all’interno dei quali si snodano quattro vicende ancora una volta apparentemente scollegate, che hanno tutte per scenario Morjegrad, e che con un’impennata di genio si ricompongono nel finale («Mi piace quel meccanismo che ti induce a chiederti “ma questo dove vuole arrivare?” – dice ancora Francesca nell’intervista a Romina – e poi ti porta a esclamare “aaaah ecco!”»).

Morjegrad è una città eretta su un pianeta altro rispetto alla Terra da un’umanità in fuga, che tuttavia sembra condannata a ripetere lo stesso peccato originale, quello di fondare comunità e convivenza su disuguaglianza e ingiustizia: la parte centrale dell’agglomerato urbano è l’Acropoli, luogo del privilegio (per quanto nessuno a Morjegrad possa dirsi sicuro) circondato da mura di «metallo blindato»; al di fuori di queste, la Mid-Town «plebea e piccolo borghese»; alla periferia estrema i Bowels, «dove l’UR [Unione Rivoluzionaria] raccoglie reclute tra i disperati: in mezzo a nodi intricati di edifici decrepiti e collassati eretti a dormitori per gli operai, si ergono concrezioni di cemento canceroso più simili a termitai che ad abitazioni vere e proprie»; infine, verso Nord, lo spaventoso «Distretto detentivo» di Antenora, che mutua il proprio nome dalla seconda zona del nono cerchio dell’Inferno di Dante, assegnata ai traditori della patria. In tutti e quattro i quartieri si utilizzano varianti più o meno evolute del SO.K.A.R., «parassita nanotecnologico di matrice biologica, un organismo ibrido, bio-metallico e senziente, che si stabilisce come una tenia dentro di te, scorrazzando nel tuo corpo e riparando i danni ai tessuti in tempo reale».

Ed ecco i quattro episodi centrali (che si incontrano scorrendo le pagine: il volumetto Urania 1672 non fa eccezione alla pessima, ormai imperante consuetudine di non includere l’indice). Il primo, Antenora, ha come protagoniste Sarah, medico reclusa condannata alla detenzione, e Alex, ribelle divergente e coraggiosa: il loro incontro è casuale ma destinico, le rende capaci di aprirsi alla reciproca comprensione e solidarietà, di svelare l’una all’altra la propria vita devastata dal dolore, dalla malattia, dalla morte; Sarah in una narrazione in terza persona, con registro referenziale ma empatico, Alex, invece, in soggettiva ravvicinata e includente (che a chi scrive ha ricordato Il figlio di Saul, film d’esordio di László Nemes, del 2015). Il riferimento al Sonderkommando e ad Auschwitz non è casuale: Antenora è luogo di orrore assoluto, un pozzo a sua volta diviso in piani sovrapposti, fino al famigerato Livello 9; qui operano (presunti) scienziati e (sedicenti) medici epigoni di Joseph Mengele, da qui, e non solo, i «Monatti» (omaggio all’opera manzoniana) fanno sparire i cadaveri in sacchi neri, come «nero e sordo» è il dolore delle vittime. Altro riferimento visivo ben presente a Cavallero sono le Carceri d’invenzione, serie di acqueforti realizzata da Giovan Battista Piranesi tra 1760 e 1761, nelle quali incombe il gigantismo cupo di colonne e archi, scalinate e corridoi che sembrano diramarsi all’infinito.

Giovan Battista Piranesi, Carceri d’invenzione, 1760-61, III. Le tavole piranesiane costituiscono fonte d’ispirazione per Antenora, il luogo di detenzione ipogeo presente in Le ombre di Morjegrad
di Francesca Cavallero

Nel secondo episodio, Il cinque per cento, emerge dolente Ártemis, agente membro degli Hunters, compagine incursiva di Mojegrad, già moglie di Zakk e madre di Daphne (il rapporto madre-figlia è tra i più cari a Francesca); la giovane donna porta in sé un «baratro di dolore» e di rabbia, e nelle forze armate della città impara «a silenziare la coscienza, a uccidere, senza rimorsi, disperati come me»: la narrazione è infatti in prima persona, un lungo memoir con aperture a scenari di allucinazioni, incubi, deliri, immerso in una buia apnea – «(volevo aria) (volevo luce)» –, ma non senza riscatto, non senza la possibilità di riappropriarsi del futuro trasformando un sentimento di sconfitta in una condizione che apre al sogno e lo rende legittimo. Una possibilità che risiede nella scelta di agire e non subire (come nota Romina Braggion), di continuare a lottare, perché è giusto, per sé e per gli altri, le altre.
Il terzo, Crisalidi, vede ancora una volta una relazione di apertura e complicità tra due donne, Chloe, creatura violata che ha vissuto una doppia vita (la prima conclusa a ventitré anni, dodici anni prima rispetto al presente della vicenda) e Jayde, ambigua eppure sincera, mentore, amica, amante: entrambe, in modo diverso, sono chiamate a una mission impossible, tesa a rovesciare il governo dispotico di Morjegrad grazie a un clamoroso attentato al Palazzo d’Estate. La narrazione procede in terza persona al presente, in prima persona al passato, intrecciando le due vite della protagonista Chloe: «una bambola, un pupazzo […] un bellissimo giocattolo» nella prima vita, alla quale è sopravvissuta a stento, con il rischio di diventare «un’assassina a sangue freddo […] una cazzo di macellaia» nella seconda.

Nel quarto episodio, Jensen Avenue, si incontra un personaggio maschile, Scott, agente allontanato dalla Divisione investigativa con la falsa accusa di aver inquinato le prove di un omicidio, uomo privo di certezze, ruvido ma positivo (come positivo è Viktor, che appare nella prima e nella terza sequenza); e una adolescente di sedici o diciassette anni, Michelle – che il lettore o lettrice di buona memoria sa di incontrare per la seconda volta – che ha «sul capo, fra i capelli tagliati corti e brutalmente, una lunga cicatrice lucida, metallica» ed è quasi priva di parola. Anche in questa parte si alternano narrazioni in oggettiva e soggettiva e punti di vista differenti, si intrecciano i piani temporali e, ora, si inizia a ricomporre il quadro finale, richiamando in scena le «creature della vita e del dolore» (il riferimento alla poesia di Umberto Saba è quanto mai appropriato) che popolano la città maledetta.

Francesca Cavallero con Davide Del Popolo Riolo, vincitore del Premio Urania 2019 con Il pugno dell’uomo (Urania 1684 del novembre 2020), il 16 luglio 2021 (Archivio Francesca Cavallero)

«Le ombre di Morjegrad è un libro sulla necessità e sull’importanza di non arrendersi. –dichiara Cavallero a Braggion – In un mondo duro, pieno di cicatrici come le anime di chi lo abita, rimanere in contatto con la propria umanità è difficile, quasi impossibile: ma guardando negli occhi sé stessi e chi si ama si capisce subito per che cosa vale la pena combattere».Scritto con intento apotropaico (esorcizzare l’incubo dell’autodistruzione umana), giocato sull’opposizione tra sopraffazione e indifferenza, il romanzo lascia un segno durevole: una volta conclusa la lettura, continua a lievitare nella psiche l’emozione della sua bellezza sconvolgente.

Le ‘ombre’ di Morjegrad, ovvero le sue donne e i suoi uomini, agiscono ancora in due racconti entrambi all’altezza del libro maggiore, dati alle stampe nel 2020: Ninfe sbranate (in Distòpia, Urania Millemondi 87, del luglio 2020) e Dimenticare gli uragani (in Urania Collezione 214, del novembre 2020). Nel primo ricompaiono Ártemis e Scott, uniti in un’indagine che ha per fil rouge il dolore di giovani donne (le «ninfe sbranate»), vittime sacrificali, la cui sofferenza è tanto grande da non poter essere cancellata neppure dalla morte, e ancora permane: solo gesto di pietas possibile è, dunque, serbare memoria dell’offesa, proteggerne il ricordo, non dimenticare. Il secondo è un dialogo a distanza tra passato e presente: da una parte Ariel, sensibile alla musica e alla vita, perché «l’arte è la parte più preziosa di noi»; dall’altra William, esperto di pittura antica, che fa ritorno alla vecchia Terra abbandonata e desolata, ove il silenzio «è pastoso come il fango che la ricopre». Le loro vicende, lontanissime nel tempo, si uniscono in un istante, unico per entrambi, in cui il passato di lei diventa l’avvenire di lui, a dire (con Carlo Dossi) che «l’anima non è in noi solamente ma intorno a noi, e amore non sa confini».

Johann Heinrich Füssli, The Shepher’s Dream
(Il sogno del pastore), 1793. La tela, ispirata a Paradise Lost di John Milton, è menzionata nel racconto
Ninfe sbranate di Francesca Cavallero

Nel silenzio dei cuori è l’ultimo racconto, edito nel 2020 sul n. 28 di Fondazione Science Fiction Magazine: un dialogo carcerario tra una prigioniera e il suo custode robot, che ne ascolta il racconto cupissimo, con rovesciamento di voce narrante e punto di vista tra la prima e la seconda metà e con uno straordinario colpo di teatro nel finale.
Nel prossimo maggio, in Urania Jumbo, apparirà il secondo romanzo di Francesca Cavallero, Il sangue delle madri. Già il titolo è un’emozione.

In copertina. Gino Andrea Carosini, Franci Conforti e Francesca Cavallero.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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