Alva Reimer Myrdal, Premio Nobel per la Pace

Diplomatica, sociologa, femminista e autrice svedese (nel periodo 1932-61 scrisse ben 471 pubblicazioni) impegnata nelle politiche sociali e nel disarmo, Alva Reimer Myrdal ha ricoperto posizioni importanti all’Onu e nel 1982 ha ricevuto il Nobel per la Pace. È stata una delle personalità più rilevanti di quella generazione pionieristica di donne del XX secolo che sono state in grado di perseguire una brillante carriera internazionale, pur essendo madre di tre figli.

Alva Reimer nacque a Uppsala il 31 gennaio 1902 in una famiglia della classe media. Nel 1919 incontrò Karl Gunnar Myrdal (1898-1987) che stava compiendo il giro della Svezia in sella alla sua bicicletta per conoscere la reale situazione economica del Paese: lo sposò nel 1924, lo stesso anno della laurea, ottenuta nonostante il parere contrario di sua madre. Si dedicò poi all’insegnamento presso le Università di Ginevra e di Stoccolma.

A partire dagli anni Trenta fu al servizio del Governo svedese come segretaria della Commissione per il lavoro delle donne e più tardi come componente di una serie di commissioni e comitati per la riforma dell’educazione e i diritti delle donne: voleva che queste non sostituissero le istituzioni create dall’uomo, ma piuttosto che vi entrassero e le riformassero potendo ricevere la stessa istruzione, perseguendo carriere professionali e sostenendo l’attivismo politico. A tal proposito, i suoi viaggi negli Stati Uniti tra il 1929 e il 1930 furono fondamentali per il rafforzamento delle sue posizioni democratiche in favore di donne e bambini/e. Infatti, avendo studiato scienze sociali, filosofia e psicologia, Alva credeva fortemente in una politica delle riforme sociali basata sullo spirito della scienza.

Insieme al marito pubblicò quella che divenne la guida dello Stato assistenziale ovvero il piano di sviluppo del sistema welfare svedese: La crisi nella questione demografica (Crisis in the population question, 1934). Nella Svezia degli anni Trenta l’affannosa corsa alla modernità e la smania all’igiene pubblica avevano portato a considerare la casa un tema centrale del dibattito socio-politico: a cambiare dovevano essere innanzitutto le condizioni delle famiglie con prole. Per la prima volta nella storia svedese lo Stato investì delle risorse per migliorare le condizioni abitative dei nuclei meno abbienti, dando il via alla costruzione di 12.000 «case per famiglie numerose». Il saggio accese poi l’attenzione sulla diminuzione delle nascite e il preoccupante invecchiamento della società svedese. Secondo i Myrdal, infatti, la causa principale della riluttanza delle persone nel mettere al mondo figli era dovuta alle difficili condizioni di vita. Per questo avanzarono richieste concrete: assegni familiari e sussidi statali, soluzioni abitative agevolate, istruzione gratuita e miglioramento del rapporto tra educatori/trici e bambini/e.

In contemporanea, prendendo spunto dal concetto ideale di “donna istruita autosufficiente” sviluppato da Elin Wägner ed Ellen Key, Alva si impegnava a sottolineare un punto centrale di disparità sociale: la (in)compatibilità tra la vita familiare e l’attività lavorativa delle donne. Da qui derivò il testo scritto insieme a Viola Klein: Il doppio ruolo della donna nella famiglia e nel lavoro (Women’s two roles: home and work, 1956), uno studio che intendeva rafforzare il ruolo tradizionale delle donne come procreatrici ed educatrici della prole, rivendicando per loro allo stesso tempo la possibilità di lavorare fuori casa, usufruire di orari adatti e aiuto organizzato per l’assistenza di figli e figlie. Secondo il suo ragionamento anche le donne che avevano bambini da crescere non dovevano rinunciare a una vita professionale dedicandosi a famiglia e lavoro (per esempio, Alva lanciò l’idea di ospitare bambini/e tra i due e i sette anni in «grandi camerette» in cui avrebbero avuto opportunità ludiche e formative mentre le madri erano al lavoro). Fu così che da nazione sottosviluppata, autoritaria e agricola la Svezia divenne progressivamente un Paese sviluppato, apripista e moderno con uno Stato sociale maturo, una cultura della parità sessuale e del rispetto per la maternità, introducendo come primo in Europa un sistema completo di assistenza all’infanzia che permise alle madri di trovare e mantenere un impiego.

Alva era entrata in politica nel 1932 come esponente del Partito Socialdemocratico svedese con un programma incentrato per l’appunto sul welfare e le questioni internazionali: mise al centro dell’agenda politica le questioni di genere, si occupò dei programmi di ricostruzione postbellica in favore di bambini/e e rifugiate/i in qualità di direttrice del Dipartimento degli Affari Sociali dell’Onu (prima donna a ricoprirvi posizioni tanto importanti) e delle Scienze sociali dell’Unesco. Fu anche membro del Parlamento e del Governo svedese. Tra il 1950 e il 1955 fu presidente della sezione scientifica Unesco, intraprese poi la carriera diplomatica come ambasciatrice della Svezia in India, Birmania e Ceylon: la prima donna in oltre trecento anni di storia.

Dal 1962 al 1973 fu dapprima senatrice e poi ministra per il disarmo e delegata del suo Paese alla Conferenza delle Nazioni Unite per il disarmo a Ginevra. Insieme ai membri di altre nazioni sostenne fermamente che dovessero essere proprio le due superpotenze, Stati Uniti ed ex Unione Sovietica, a dare i primi segnali di politiche di disarmo. Unica donna nell’arena internazionale, dimostrò eccellenti capacità di leadership femminile in un ambito tecnicamente complesso e cruciale come quello della diplomazia della guerra fredda.

Nel 1966 divenne ministra con portafoglio per il disarmo e gli affari della chiesa, ricoprendo quel posto e quello di Ginevra fino al 1973. Raccolse le esperienze di quegli anni nel libro Il gioco del disarmo (The game of disarmament: how the United States and Russia run the arms race, 1976). Il suo messaggio era chiaro e univoco: «La guerra è morte. E i preparativi militari che oggi vengono adottati per un grande scontro hanno come obiettivo un eccidio».

Questo suo impegno nel disarmo nucleare e per la comprensione reciproca fra i popoli le procurò numerosi riconoscimenti: il German Peace Prize (1970) insieme al marito, l’Albert Einstein Peace Prize (1980) e il Jawaharlal Nehru Award for International Understanding (1981). E, infine, nel 1982, all’età di ottant’anni, il Premio Nobel per la Pace insieme al diplomatico messicano Alfonso Garcia Robles (da ricordare che anche il marito Gunnar era stato insignito del Premio Nobel nel 1974, ma per l’Economia) «per aver contribuito ad aprire gli occhi del mondo sulla minaccia all’umanità rappresentata dal continuo armamento nucleare».

Alva Reimer Myrdal morì vicino a Stoccolma nel 1986 dopo una lunga malattia lasciandoci un ultimo messaggio nel testamento: «Ci sono solo due cose di cui sono completamente certa. La prima è che non otteniamo nulla se aggiriamo le difficoltà. L’altra è che c’è sempre qualcosa che si può fare da soli: si può studiare, si può cercare di elaborare proposte anche se sono solo soluzioni parziali. Se non ci crediamo, non dovremmo far altro che rinunciare. E non è degno di un essere umano rinunciare».

Alva è tuttora ricordata per la sua combinazione di eleganza, fascino, grinta, determinazione e per la fede integerrima nell’importanza della missione internazionale. La sua figura continua a essere fondamentale per la cultura e i valori svedesi ma non solo: in alcuni Paesi europei le sono state intitolate strade (a Eskilstuna in Svezia, a Gottinga e a Lemgo in Germania, a Rubì in Spagna) e viali (a Trappes in Francia e a Getafe in Spagna). In Messico, invece, una scuola porta il suo nome.

Qui le traduzioni in francese, inglese, spagnolo.

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Articolo di Sara Cavatton

Laureata in Beni culturali e Scienze storiche a Verona, è stata redattrice dell’associazione Parentesi Storiche e ha contribuito al Dizionario dei tipografi e degli editori italiani. Il Cinquecento. Volume secondo: G-K (2020). Adora leggere, scrivere, fare ricerche storiche, viaggiare, praticare yoga. Lavora come Ufficiale di stato civile del Comune di Merano.

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