Editoriale. “Facevo azioni concrete di bellezza”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

voglio cominciare con lei. Voglio iniziare questo settimanale colloquio con voi da Letizia Battaglia perché è stata una donna che ci ha dato lustro, facendo splendidamente onore al suo cognome. Ha combattuto per la bellezza, non quella stereotipata e ben confezionata, ma la bellezza della strada, da grande cronista quale è sempre stata, della bellezza della sua Palermo «quella che puzza», amava dire, perché era quella che cercava ed amava, appunto.

Letizia Battaglia se ne è andata mercoledì sera. Aveva 87 anni e aveva cominciato a fotografare “da grande”, a quarant’anni, prima con un giornale di Milano, poi, ritornata nella sua Sicilia, con L’Ora di Palermo, prima ed unica donna tra tanti maschi che «mi schiacciavano da tutte le parti».

Battaglia sa fare il suo mestiere, sa farsi avanti: «il capo della polizia Boris Giuliano, che poi verrà anche lui ucciso dalla mafia, avvertì che dovevano farmi passare. Così potei fotografare tutti quei morti illustri». Ma rifiutò, e a ragione, sempre l’etichetta di fotografa della mafia perché le stava stretta. Fotografava i morti per mafia perché era una fotoreporter di un quotidiano legato al territorio in un momento di fuoco reale a cui era sottoposta Palermo, alla quale i Corleonesi avevano dichiarato una guerra senza scampo.

Su un quotidiano, il giorno dopo la sua morte, l’arte di Letizia Battaglia è stata affiancata a quella di un altro grande fotografo siciliano, Ferdinando Scianna, di cui ho potuto vedere una mostra stupenda nella bellissima sede di Tre Ocia Venezia, alla Giudecca, che ospitò anche le fotografie di Battaglia:«Aveva capito- scrive il quotidiano parlando di Battaglia – che gli anni durissimi della Sicilia andavano raccontati, metaforicamente, in bianco e nero, la stessa lezione di Ferdinando Scianna, che è poi la stessa di Leonardo Sciascia: partire dall’ombra per cercare la chiarezza e dunque la risposta ai tanti misteri. E Letizia Battaglia ha cercato proprio questo, risposte alla mafia, chiarezza nella condizione delle donne, a volte durissime in certi posti».

Letizia Battaglia è stata la fotografa che ha amato di più le donne. Le ha fotografate, ha cercato di ritrarle, tutte quelle che glielo chiedevano, le giudicava, ci giudicava tutte belle. «Oggi le donne studiano di più, hanno più coraggio, sono più brillanti, hanno voglia di andare oltre e non hanno paura di osare. L’uomo invece è mediamente più spaventato, anche dalle donne stesse», ha detto in un’intervista. Ma notava la loro esigua presenza nel sociale: «Le donne hanno poco spazio – spiegava – perché le donne spesso si limitano a chiederlo. Non hanno coscienza piena del proprio valore. Le donne sono la meraviglia della metà del mondo, ma gli uomini sono più presenti nella direzione delle cose».

Il suo amore per il mondo femminile lo spiega e lo collega alla sua infanzia, a una lotta iniziata da giovanissima, a dieci anni, precisava.«Non è stato nulla di pianificato o teorizzato. Ho sempre voluto essere persona. All’epoca, le donne erano solo la madre. Ecco, a me questo non bastava. Con tutti i miei limiti, sono stata anche una madre, ma ho sentito il bisogno e il dovere di essere anche altro. Questo l’ho capito a 39 anni».

Si era sposata giovanissima per sfuggire all’ingerenza eccessiva del padre, ma il matrimonio era durato poco per la sua voglia di indipendenza e libertà, voglia di arte e di lavoro. Battaglia ha vinto molti premi come il Premio Smith, nel 1985 a New York, intitolato all’altrettanto grande fotografo americano. É stata fortemente impegnata nel sociale fino ad essere assessora della sua città: «Il più bel periodo della mia vita. Essere utile a Palermo, facevo azioni concrete di bellezza», spiegava entusiasta di quellasuaesperienza al Comune.

Qualche tempo fa Letizia Battaglia ha scritto un libro, un’autobiografia, insieme a Sabrina Pisu, giornalista romana che del loro rapporto disse «un’alchimia, una grande amicizia»: Mi prendo il mondo ovunque sia (https://www.youtube.com/watch?v=z4cl2t9kd7E). Raccontala vita intera di Letizia Battaglia e ci fa vedere le sue foto più belle. Tra queste sicuramente la ragazzina con il pallone, tra le sue più note, ma una, disse, era la sua preferita. L’aveva scattata in Svezia a un bambino che abbracciava una scatola sulla quale aveva disegnato un altro bambino: «aveva una scatola per amico», scrisse meravigliata. Il libro lo presentò a febbraio di un anno fa, via internet, per il virus ancora troppo predominante. Con lei era ospite Piera Degli Esposti, che ne lesse alcuni brani e le regalò due poesie di Lawrence Ferlighetti che commossero tanto la grande fotografa. Fu una serata meravigliosa, che io ricordo e porto viva nel cuore, oggi, per due grandi donne che non ci sono più, ma che ci hanno lasciato una grandissima eredità artistica e umana.

Oggi è sabato santo, di rito il giorno del silenzio. Il Cristo morto, secondo la tradizione e i testi sacri, ieri, all’ora sesta, dorme il sonno della morte nel sepolcro dove le donne lo hanno messo a giacere, deponendolo dalla croce, dalla quale non si era voluto salvare. Resusciterà domani dando il via ai festeggiamenti della Pasqua, che per gli ortodossi, seguaci di un altro calendario, si sposta a domenica prossima. Dopo due anni di fermo per la pandemia, ieri è tornata al Colosseo la Via Crucis, la strada fatta dal Cristo verso la crocifissione. Alla tredicesima stazione, quella che simbolicamente grida: «Dio, Dio perché mi hai abbandonato?», sono state due donne, “scandalosamente,” a portare la croce: Irina, un’infermiera ucraina e Albina, specializzanda che proviene dalla Russia, insieme nella professione della cura al Campus biomedico di Tor Vergata e insieme, simbolicamente, sotto la croce del Cristo che muore per quel «piccolo segno di pace» indicato nel loro invito e molto contestato.

La guerra, si sa, è alimentata dall’odio. Ma sono necessari, se si vuole che non duri in eterno o finisca solo nel binomio contrapposto del vincitore/vinto, dei passi per una mediazione.

Sicuramente il rifiuto, lo stacco dalla cultura a cui stiamo assistendo non giova al conflitto, anzi lo inasprisce e lo rende ancora più feroce. Si sono chiusi corsi di russo, perché potevano sembrare inopportuni, si sono tolti finanziamenti al teatro se si occupava di argomenti del mondo in guerra. L’Ucraina è arrivata a proibire ai propri artisti di danzare sulle note del grande e ottocentesco Petr Cajkovskij: è successo a Ferrara, a Vicenza, a Napoli e a Trieste. Così i no di Valery Gergiev, impegnato sul prestigioso palco della Scala proprio con un’opera del compositore romantico: la Dama di Picche, e poi dopo il forfait della soprano Anna Netrebko, che nelle scorse settimane ha cancellato tutti i suoi spettacoli.

Eppure proprio il contestato Fedor Michailovic Dostoevskij, l’indagatore della mente umana, «io se fossi Dio l’uomo lo avrei fatto un pochettino più semplice», l’autore contrastato e eliminato (seppure poi riabilitato) dal calendario delle lezioni accademiche per un discorso che doveva rimanere equidistante, è stato portato in causa da papa Francesco che, durante l’udienza di mercoledì scorso ha citato alcune parti de La leggenda del Grande Inquisitore, l’idea di romanzo, che credo dei più belli, che un personaggio de I fratelli Karamazov, Ivan, l’intellettuale e vero colpevole/mandante dell’uccisione del padre per mano del servo Smerdiakov, racconta al fratello Alesa: la storia di un Cristo che ai tempi dell’Inquisizione ritorna sulla terra e è osannato e seguito dal popolo, ma – secondo l’opinione del vecchio novantenne Inquisitore che conduce Gesù in carcere – sarà pronto a tradirlo a un suo semplice gesto per amore della comoda sudditanza (il pane terreno) contro la libertà (il pane celeste). É anche la critica alla chiesa di Roma di allora, che attraverso quindici secoli, secondo lo scrittore russo, si è appropriata di un potere che ha gestito come dei Cesari attraverso il miracolo, il mistero e l’autorità, illudendo gli uomini e privandoli della vera libertà di cui hanno timore. «Vai e non tornare», raccomanda l’Inquisitore al Cristo, che, sempre in silenzio, bacia le labbra esangui del vecchio sacerdote e va via. La Leggenda è una meraviglia nella meraviglia che, secondo me, vale la pena di leggere e su cui riflettere, anche separatamente dal grande romanzo che la contiene, nel quinto capitolo del quinto libro.

Oggi voglio dedicare a Letizia Battaglia e a Piera Degli Esposti la poesia che segue di Lawrence Ferlighetti, quella che Piera mi fece conoscere meglio, proprio durante la preparazione dell’incontro per il libro di Letizia Battaglia. Parla della poesia e del poeta. C’è il cielo che ispira il pescatore «la visione di una terra migliore, ed anche se è coperto lo vede per quello che è, una ricarica costante di bellezza infinita che lo rigenera e lo rimette sempre sulla strada della verità e della lotta colorata per una convivenza migliore. Il cielo come un poeta, per sempre faccia a faccia con la vecchia realtà, e che è la migliore vedetta per il pescatore che si sente giardiniere profondo della terra e delle sue creature, e che si adopera nella sua missione, folgorato dal mettere in atto i segnali che da lui riceve nella terra dei vivi».

Invecchiando percepisco
che la vita ha la coda in bocca
e gli altri poeti gli altri pittori
non significano più alcun genere di competizione
È il cielo a lanciare la sfida
il cielo ha bisogno di decifrare
anche se gli astronomi si sforzano di sentirlo
con le loro enormi orecchie elettriche
il cielo che ci sussurra costantemente
gli ultimi segreti dell’universo
il cielo che respira dentro e fuori
come fosse l’interno di una bocca
del cosmo
il cielo che è anche la sponda della terra
e anche quella del mare
il cielo con le sue molte voci e nessun dio
il cielo che racchiude un mare di suoni

e di echi che ci rimanda
come in un’onda contro la parete del mare
Poesie intere dizionari interi
arrotolati in un rombo di tuono
E ogni tramonto un action painting
e ogni nuvola un libro di ombre
attraverso le quali volano selvagge
le vocali degli uccelli che stanno per gridare
E il cielo è chiaro per il pescatore
anche se è coperto
Lo vede per quello che è:
uno specchio del mare sul punto di crollare su di lui
sulla barca di legno al cupo orizzonte
Dobbiamo pensarlo come poeta per sempre faccia a faccia con la vecchia realtà
dove gli uccelli non volano mai prima della tempesta
E lui sa quello che verrà giù
prima dell’alba
e lui è la sua migliore vedetta
ascoltando il suono dell’universo
e cantando le sue visioni
della terra dei vivi.

Il poeta pescatore, Lawrence Ferlinghetti.

Presentiamo gli articoli di questo numero, cominciando, come è ormai consuetudine, dalla donna di Calendaria, Alva Reimer Myrdal, Premio Nobel per la Pace. «La guerra è morte. E i preparativi militari che oggi vengono adottati per un grande scontro hanno come obiettivo un eccidio». Queste le parole che suonano profetiche di una donna straordinaria, da sempre contraria agli armamenti nucleari e coautrice col marito di un moderno Stato sociale. Carolina Michaelis è un’altra interessantissima figura femminile, tedesca innamorata del Portogallo, prima docente in una Università portoghese. Herstory: l’Italia post-unitaria è una nuova puntata della serie Viaggiatrici del Grande Nord, una premessa agli scritti odeporici delle italiane dopo l’Unità d’Italia, interessante carrellata storica del ruolo ancillare e relegato al materno della donna nella storia postunitaria del nostro Paese.
Per la serie Yoga e salute un nuovo articolo ci fa confrontare due discipline diverse che però hanno molto in comune: Yoga e Ayurveda. Fantascienza, un genere (femminile). Italia, XXI secolo – parte seconda. Franci Conforti e Francesca Cavallero racconta di due scrittrici che portano lo stesso nome, la prima pluripremiata da critica e pubblico, la seconda autrice di racconti dagli incipit travolgenti.

C’è stata una fiction italiana, Doc, che ha affrontato il ruolo del personale sanitario durante la pandemia, mettendone in evidenza le difficoltà, gli sforzi sovrumani affrontati e le conseguenze sul loro equilibrio psichico. Le passeggiate meditative di Pavia, con l’articolo Via Maria Cozzi, o sull’umanizzazione di medici e mediche durante le epidemie, va nello stesso senso, ispirandosi a una figura femminile poco conosciuta. Ci possono essere mappe territoriali democratiche e in ottica di genere? Mappe territoriali ed empowerment femminile. L’esperienza di Torino è un articolo che ce lo spiegherà, perché «una mappa non solo descrive la realtà, ma dà forma ad una certa visione che vogliamo avere del mondo».

Alla Tate il surrealismo è anche donna. Questo il titolo della recensione della Mostra, che resterà a Londra fino alla fine di agosto e che ci fa conoscere artiste notevoli ma poco note(il bisticcio è voluto), come spesso accade. Le pettegole di Hollywood Hedda Hopper e Louella Parsons raccontate da Paola Calvetti è la seconda parte di un’altra recensione, quella del libro Le rivali, in cui si esaminano le due “lingue” più feroci e pungenti d’America, che a loro modo sono state due pioniere.
Per non dimenticarci mai che le popolazioni, compresa la nostra, si sono sempre spostate sulla Terra, leggeremo un interessante excursus sugli insediamenti dei nostri connazionali in quello che fu l’Impero Ottomano, dal titolo La più antica comunità italofona in Turchia.
(Ri)-creare il femminile e il maschile. I linguaggi dei mass media e gli stereotipi di genere. Riguarda la Tesi vagante di questo numero, che sottolinea come le donne subiscano «quotidianamente, nei media, una rappresentazione violenta e spesso distorta della loro immagine». Ma la violenza nei confronti delle donne non riguarda solo la loro rappresentazione mediatica. L’autrice di Nice Nailantei Lang’ete ci racconta una storia di lotta contro la pratica della infibulazione in Kenya, contenuta nel libro Sangue. La storia della ragazza Masai che lotta contro le infibulazioni. Una storia di pazienza, saggezza e condivisione.

Una nuova puntata sul pane ci introdurrà a una bellissima storia d’amore al femminile, nell’articolo Il pane galiziano. Chiudiamo, come sempre, con una ricetta gustosa e versatile, che può servirsi come antipasto pasquale o come piatto freddo durante la tradizionale gita fuori porta di Pasquetta: Sformatini ai gambi di carciofo, con l’augurio di buon appetito.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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