Una stanza tutta per te. Trama 

Come si decide di scrivere un romanzo, un racconto, una favola o un qualsiasi altro componimento narrativo? In genere, non ci si sveglia una mattina e si comincia a scrivere di getto quello che la Musa dell’ispirazione sussurra all’orecchio. L’idea di fondo di una storia si manifesta il più delle volte a poco a poco, stimolata da qualche elemento particolare che colpisce la propria sensibilità: un’immagine, un’intuizione, una frase colta al volo, una parola che risuona bene, una musica, un sogno, un ricordo che ritorna con insistenza. Qualsiasi sia il particolare che ha suscitato interesse, in genere poi si ripresenta evocato da nuove situazioni, magari in altri contesti, e inizia così a mettere radici che attecchiscono meglio di tante altre idee passeggere. Le radici continuano a crescere, fino a essere abbastanza consistenti, nel loro pieno e profondo significato, al punto di suggerire ulteriori riflessioni che ci aiutano a focalizzare meglio l’idea della storia. 

Focalizzare la trama 
(esordio, sviluppo, apice e scioglimento) 

A tutti gli/le aspiranti autrici o amanti della scrittura narrativa sarà capitato di scrivere l’attacco di qualche storia mai ultimata, l’abbozzo di una trama verso la quale si è perso gradualmente interesse, perché magari non faceva vibrare abbastanza le proprie corde interiori al punto di continuare a svilupparla. Il consiglio è di rileggere attentamente quel testo, magari apparentemente semplice – la visita a una mostra, una passeggiata al mare, una chiacchierata con qualche vecchia conoscenza – per capire se contiene qualche elemento profondo che vorremmo sviluppare e trasformare in qualcosa di organico come un racconto, una favola, un romanzo. 
L’ispirazione è importante, ma scrivere una storia è anche una complessa attività razionale, sostenuta da una logica narrativa che si basa su un’idea di fondo che ci interessa veramente e su una trama bene articolata. Il tema prescelto determina, almeno in parte, il tipo di lettrici e di lettori cui destinare l’opera. E questa scelta influenza il linguaggio, lo stile, i vocaboli, il tipo di metafore. Il linguaggio di una storia è influenzato anche dal genere in cui è inquadrabile il libro: narrativa letteraria, romanzo rosa, giallo, poliziesco, fantasy, romanzo storico, commedia umoristica, eccetera. 
Normalmente un romanzo è lungo almeno ottantamila parole (circa 320 pagine a doppia spaziatura). La narrativa si divide in opere letterarie – più svincolate dagli schemi, maggiormente colte e attente al significato metaforico espresso nei fatti concreti delle vicende descritte – e nella cosiddetta narrativa di genere, costituita da storie che appartengono a filoni “popolari”, che mirano all’intrattenimento dei lettori, come i romanzi rosa, i gialli, i fantasy, eccetera. Questa distinzione non implica affatto che un romanzo di genere non possa essere considerato anche una grande opera letteraria, in grado di realizzare il doppio obiettivo di puro intrattenimento e di grande “significato”! 
La trama è il risultato di un sapiente intreccio di vicende legate alle figure che compongono la storia e che devono presentare una certa coesione tra loro, all’interno dei vari accadimenti trainanti, che riguardano il/la protagonista, l’antagonista e le altre figure di supporto alla storia. 
Una buona trama è come la vita reale, senza le parti noiose e, soprattutto, risponde alla domanda drammaturgica principale: ovvero, alla motivazione fondamentale che innesca l’insieme delle vicende narrate. La domanda drammaturgica solitamente trova risposta solo alla fine della storia, nella cosiddetta fase di “scioglimento”, che è collegata intrinsecamente all’intera impalcatura narrativa, in quanto scaturisce da elementi basilari che riguardano il/la protagonista, i suoi obiettivi, gli ostacoli, il loro superamento o il fallimento dei propri intenti. 

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, dipinto di Gabriella Maramieri

La trama, soprattutto, dovrebbe mostrare che: 
– il/la protagonista è motivato/a da un desiderio forte e importante che l’induce a fare delle scelte; per realizzare il personale obiettivo il/la protagonista è pronto/a (oppure non ancora) a fare dei cambiamenti e ad accettare delle trasformazioni; 
– tutti gli eventi sono legati tra loro da un rapporto di causa-effetto 
– ogni evento descritto è essenziale. Che cosa significa? Che se quell’evento venisse tolto, crollerebbe l’impalcatura narrativa. Mentre è altrettanto fondamentale che, magari in una successiva revisione, venga eliminato tutto ciò che non è indispensabile, significativo, fondamentale nell’economia generale della trama 
– la successione degli eventi dovrebbe incuriosire, creare suspense (anche se non si tratta di un giallo), per evitare che la narrazione risulti piatta, noiosa o banale. Quest’ultimo accorgimento tecnico, corrisponde in qualche modo al buon montaggio di un film 
– l’elaborazione della trama, qualsiasi tipo di trama, è un “congegno coerente” scandito essenzialmente in quattro fasi: 
1. esordio e ambientazione: in cui vengono forniti al lettore e alla lettrice tutti gli elementi utili per orientarsi. È in questa fase che si stabilisce come la vicenda si colloca in un certo tempo e luogo. Ma può anche avere una collocazione fantastica, al di fuori del tempo e di un luogo definito. Il “c’era una volta” delle favole, ad esempio, allude a un tempo passato generico. La narrativa di fantascienza, invece, è ambientata nel futuro. Inoltre, nell’esordio delle vicende narrate troviamo già l’atmosfera di fondo della storia e, in genere, anche la domanda drammaturgica che coincide con il motore stesso della storia; 
2. sviluppo della vicenda: in questa seconda fase il/la protagonista entra in azione, fa qualcosa di significativo, e in genere succede qualcosa che vale la pena raccontare perché riguarda l’ambiente in cui si muove. Una disposizione attenta e, possibilmente, originale degli accadimenti riesce a creare maggiore interesse nella lettrice e nel lettore. Come dicevo prima, si tratta di accorgimenti che corrispondono un po’ al buon montaggiodi un film. Vale la pena ricordare che una narrazione, indipendentemente dal genere, diventa letteratura anche grazie all’intreccio, cioè al modo di ordinare i fatti secondo una precisa sequenza. Lo schema, a grandi linee, è sempre il medesimo: il/la protagonista persegue un obiettivo e, nonostante incontri ostacoli, contrasti o conflitti interiori, alla fine della storia riesce a raggiungere lo scopo, oppure fallisce nel suo intento. Ogni storia, dunque, acquisisce valore soprattutto dal modo in cui sviluppa questo schema narrativo. Nella disposizione classica del romanzo ottocentesco, all’inizio della storia, si collocavano gli eventi più cruciali. Successivamente sono state adottate tante altre disposizioni, ugualmente efficaci, riassumibili nell’analessi e nella prolessi
Di cosa si tratta? 
L’analessi è il recupero di un fatto passato (corrisponde al flashback della narrazione cinematografica), mentre la prolessi, è l’anticipazione di un evento che deve ancora accadere, ad esempio, attraverso la voce narrante onnisciente, che conosce il futuro del/la protagonista e l’anticipa a chi legge per avvertire degli accadimenti successivi; 
3. apice della vicenda (o climax): il/la protagonista è nel vivo del suo percorso, si impegna al massimo oppure no, per realizzare il proprio obiettivo. Questa fase coincide con il momento di massima tensione narrativa nell’evolversi della vicenda. Tra l’apice e lo scioglimento della quarta fase, c’è spesso un’accelerazione del ritmo narrativo (il respiro del racconto diventa quasi affannoso) e chi legge dovrebbe vivere un coinvolgimento al punto di mettersi a ipotizzare come si concluderà la vicenda. Vale la pena ricordare che tra la fase dell’apice e quella dello scioglimento, possono anche intervenire tanti altri fatti che ostacolano l’epilogo con l’intento di spiazzare le previsioni di chi legge, dopo di che, da questo momento in poi, il racconto procede in discesa verso la sua conclusione; 
4. scioglimento: questa fase riguarda il modo in cui gli ostacoli vengono superati o meno, prima che la storia si concluda. 
Una buona trama, in sostanza, non deve annoiare. Chi legge deve trovare la spinta ad andare avanti, a girare un’altra pagina per sapere che cosa succederà. Nonostante in un romanzo letterario la dimensione di “intrattenimento” sia secondaria, una storia di buon livello, presenta sempre una sequenza di eventi affascinanti che fanno sognare e invitano a riflettere, a man a mano che la narrazione diventa sempre più tesa e chi legge si appassiona a ciò che accade. 
Come si ottiene tutto questo? Sviluppando figure, dialoghi, ambientazioni e un intero mondo attorno a un argomentoscatenante. Non servono, infatti, troppi pretesti per mettere in moto una storia. È sufficiente un solo elemento-chiave, molto sentito dal/la protagonista, per mettere in campo la domanda drammaturgica principale, alla quale si può rispondere in modo secco oppure no, e che troverà risposta alla fine della storia. 

Impazienza, dipinto di Gabriella Maramieri

Non bisogna spaventarsi se, quando si inizia a scrivere, non si ha ancora bene in mente la domanda drammaturgica principale. Forse siete bravi/e a fare la scaletta della trama ancora prima di iniziare, ma se così non fosse, non è il caso di bloccarsi, perché come la trama emerge strada facendo, magari nel corso di diverse revisioni, così emergerà la domanda drammaturgica. Una volta trovata la domanda, potrete iniziare a considerare l’idea di scrivere una scaletta. Per molti aspiranti scrittori e scrittrici, la scaletta può essere vista come qualcosa che soffoca l’impeto creativo. Invece la scaletta permette di suddividere una storia in parti cruciali, di individuare i punti in cui la tensione deve aumentare, in cui avviene la crisi, seguita dal punto di svolta dell’apice. 
È possibile iniziare a scrivere tutti gli eventi che volete includere nella vostra opera, facendo in modo che ognuno contenga in sé il germe del conflitto. In una fase successiva di rilettura, potete mettere in ordine questi eventi, controllando che a ogni passo il conflitto aumenti. L’obiettivo è capire se gli elementi di una storia sono giusti nel contesto che state rappresentando e se hanno una loro coerenza. Tenete presente che la scaletta iniziale può essere cambiata nel corso del lavoro, la scaletta serve solo per darvi delle linee guida. 
Non bisogna neppure spaventarsi se non si ha ben chiara la trama. Sono poche le persone che hanno il dono innato della trama. Un buon sistema per sbloccarsi consiste nel partire dal conflitto. Una volta che avete posto il/la protagonista nel bel mezzo del conflitto, il passo successivo riguarderà le sue decisioni per superare l’ostacolo e per ottenere ciò che desidera. I conflitti più avvincenti sono quelli in cui entrambe le parti – il/la protagonista e il/la rivale – hanno in qualche modo entrambe ragione. Si pensi, ad esempio, a I Miserabili, in particolare al personaggio di Jean Valjean, un uomo in fuga dalla giustizia che all’inizio viene imprigionato solo per avere rubato una pagnotta alla famiglia della sorella ma che, a causa di due successivi tentativi di fuga, rimane in carcere per diciannove anni. Nonostante la durezza della sua vita, dopo essere stato rilasciato, Jean Valjean si redime e conduce una vita onesta, quasi santa; il romanzo finirebbe qui se non ci fosse un problema: mentre era in libertà per buona condotta, aveva commesso un nuovo furto e per questo verrà perseguitato da Javert, un poliziotto integerrimo che pone la legge al di sopra perfino del buonsenso, ed è convinto che la giustizia sia quella scritta nei codici e non nel cuore umano. 

La forza della vita, dipinto di Gabriella Maramieri

Vale la pena comunque ricordare che una serie di conflitti bene congegnati, scelti con cura e disposti in modo da dare senso alla storia, non fanno da soli un buon romanzo. Il senso profondo di un libro è dato principalmente da un’idea potente, che contiene valori, elementi universali o comunque appartenenti a una determinata epoca e cultura in cui chi legge si identifica. Ad esempio, il tema di Peter Pan ruota attorno allo spirito giovanile che non muore mai; quello di Don Chisciotte nasce dall’idea che la totale, assoluta dedizione ai propri sogni espone al rischio di essere considerati folli dal resto del mondo. Il tema di Anna Karenina rispecchia la mentalità di un’epoca fortemente maschilista, in cui si associava l’adulterio a un atto immorale e autolesionistico che conduceva alla morte. Indipendentemente dall’epoca, dalla cultura e dal genere narrativo, più un romanzo ha spessore e maggiormente il tema attorno al quale ruota, si apre a diverse interpretazioni e a differenti livelli di lettura. 
Un altro elemento che aggiunge valore e gradevolezza alla trama, è la cosiddetta “tecnica dell’anticipazione” attraverso la quale si preparano determinati eventi, magari poco credibili, creando il contesto giusto che alimenti l’attesa (la “suspense”) e prepari la risoluzione del conflitto, grazie all’intervento di coincidenze fortunate, dialoghi chiarificatori o l’irrompere improvviso di eventi inaspettati, che mantengono alta l’attenzione di chi legge dalla prima all’ultima pagina. 
In senso psicologico, individuare nessi tra i vari accadimenti di una storia è un’esigenza tipicamente umana. Per mezzo delle storie noi ci integriamo. Quando scriviamo, prendendo spunto da elementi autobiografici o da proiezioni di nostre fantasie, ricostruiamo le nostre parti disperse, represse, negate, distorte e, anche se non ne siamo consapevoli, recuperiamo quella che Jung definiva “ombra”. In fondo, ogni vita è una storia. E anche nella storia più esile è possibile individuare l’ossatura di una trama. Per gli studiosi/e di psicologia, anche quando inventiamo storie di sana pianta che non hanno nulla a che fare con noi e con la nostra vita, in realtà ricordiamo. O meglio “ri-membriamo” – nel senso di rimettere insieme le proprie “membra” sparse – reintegrando le emozioni e le esperienze che il nostro inconscio aveva inconsapevolmente alienato, separato dal livello cosciente e, in tal modo, riusciamo spesso a rivalutare e dare nuovo valore a ciò che magari in passato ci era sembrato inaccettabile. 

Mai più guerra, dipinto di Gabriella Maramieri

Pronta/o per metterti alla prova? Ora tocca a te… 
Esercizio n. 1: trova un oggetto del tutto comune (una matita, un bicchiere, una scatolina, eccetera). Osserva l’oggetto a lungo, sforzandoti di vederlo per quello che è, senza alcun giudizio critico. Quando ti senti pronta/o, prova a cogliere nello stesso oggetto la bellezza con la maiuscola. Per pochi istanti, ricorda come fino a poco prima ti era sembrato un oggetto anonimo, mentre adesso hai deciso di vederlo come indiscutibilmente bello. 
Scrivi a cosa lo hai associato quando hai colto la sua bellezza. Che cosa ha reso l’oggetto non più banale? Dove risiede la sua bellezza? 
Ora elenca tutte le persone, vive o morte, conosciute personalmente o no, che hanno contato per la tua creatività, alimentando fantasie, sogni a occhi aperti e chiusi. Quali sono le doti che queste persone hanno in comune? Che cosa ti hanno insegnato? Se non ti viene in mente nessuno in particolare, prova a immaginare una persona in grado di trasmetterti la spinta a guardarti intorno con occhi ispirati e a sostenerti nelle tue prove creative. 
Esercizio n. 2: descrivi un importante fatto della tua infanzia (la volta che tua madre… Il giorno in cui a scuola… Quando hai scoperto che un’amica/o…) e rileggi ciò che hai scritto, cercando di individuare la trama. Quali erano i conflitti? C’era chi agiva per ottenere quello che desiderava, senza tenere conto delle esigenze delle altre persone? Qualcuno/a si dispiaceva per l’accaduto? Indipendentemente da come sono andate le cose nella realtà, puoi provare a inventare un’evoluzione che ti piace. 
Esercizio n. 3: scrivi un miniracconto partendo da questo incipit: «A casa, dopo la telefonata, lei/lui aveva cambiato idea…». 

***

Articolo di Gabriella Maramieri

Laureata in Lettere a La Sapienza, giornalista dal 1990, si è occupata di critica letteraria per L’Indice, Noi donne, Leggendaria, Minerva, Wimbledon. È autrice di romanzi, racconti, poesie, favole. Dal 2006 affianca alla passione per la scrittura l’attività di Consulente familiare Aiccef (Associazione italiana consulenti coniugali e familiari) e quella di Coach professionista Icf (International coach federation) e Aicp (Associazione italiana coach professionisti).

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