Editoriale. Ti nomino. Ci sei. Se non ti nomino, non ci sei.

Carissime lettrici e carissimi lettori,

«Non si tratta di allargare, ma di dar conto delle trasformazioni avvenute o, se si preferisce, di smettere di tacere, di far cadere divieti non scritti ma profondamente radicati».

Questo scrive Fabrizia Giuliani, allieva dell’indimenticabile Tullio De Mauro (un nome che dà garanzia!) e, come lui, docente di Filosofia del linguaggio a La Sapienza di Roma, nonché esperta di linguaggi di genere. Lo dice, anzi lo scrive, in un articolo di commento alla notizia, tra le più importanti di questi giorni, che riguarda l’uguaglianza linguistica in fatto di genere in Italia.

Il fatto vi è noto sicuramente. Il Vocabolario Treccani, che non a caso ha la supervisione di altri due grandi della ricerca sul linguaggio (Valeria Della Valle e Giuseppe Patota) ha deciso di offrire i termini non come neutri, ma dove occorre, al maschile e al femminile, rispettando l’ordine alfabetico.

Così «le scelte operate dal Dizionario della lingua italiana Treccani per questa edizione 2022 rappresentano, da questo punto di vista, una vera e propria rivoluzione. Per la prima volta verranno lemmatizzate anche le forme femminili di nomi e aggettivi – non solo amico, ma amica, non solo buono, ma buona – e sarà restituita piena autonomia lessicale a nomi identificativi di professione presenti cancellati dalla tradizione androcentrica come “notaia” o “soldata”».

Insomma sarà assurdo dire che architetta o sindaca «suonano male», come spesso succede commentando questi termini, perché ormai sono sanciti dal vocabolario, un autorevole dizionario della lingua. Nessuno/a direbbe, solo per fare degli esempi, che la parola “finestra” suona male perché è femminile o il termine “orto” lo è, di più o di meno, perché è maschile: la lingua stabilisce così, nomina e li rende concreti, reali entrambi.

Per questo Giuliani mette in campo un nome importante, quello di Ferdinand De Saussure, il più celebre e il padre della linguistica moderna. Lo nomina per la fondamentale distinzione che lo studioso fa tra langue e parole che è unica ad esistere nella realtà, perché evolve con questa. Mi piace dare largo spazio al testo di Fabrizia Giuliani perché, secondo la mia opinione, spiega e definisce questo aspetto della lingua che purtroppo qui da noi fatica ad essere accettato. «Sosteneva Saussure, padre della linguistica novecentesca – scrive Giuliani – che per capire a fondo come funziona una lingua dobbiamo saper distinguere l’uso – individuale e collettivo – dei parlanti, dal sistema, che lui chiamava langue. Quest’ultima è un’astrazione, c’è ma non si vede, come non si vedono molte altre cose che regolano la nostra esistenza, a cominciare da meridiani e paralleli. Le parole ci sono ben presenti, invece, nella loro concretezza: dette o scritte, alte o basse, corrette o scorrette. Il dizionario, che rappresenta il tentativo di dar conto del lessico di una lingua, è il fermo immagine indispensabile per comprendere a che punto siamo: cosa cambia, cosa entra e cosa esce, e soprattutto come si aggiornano gli stessi criteri di descrizione e selezione… Da tempo esistono notaie, soldate, avvocate e sindache, dovrebbe essere naturale dar conto della loro presenza come la si è data di maestre e infermiere, dato che la lingua – il sistema – lo consente. Chiediamoci, piuttosto, perché non è avvenuto, perché le resistenze a rappresentare linguisticamente il cambiamento, ossia la presenza delle donne nella vita pubblica, siano state così tenaci. E forse possiamo risponderci che sì, qui è precipitata tutta l’ostilità a un processo tanto irreversibile quanto temuto, come l’ultimo voto contro l’uso del femminile istituzionale in Senato ha mostrato. Ma è un’ostilità che pesa, perché, come scrive la linguista Cecilia Robustelli «ciò che non si dice non esiste»: se la lingua nega e cancella i fatti si è costrette ogni volta a ricominciare. Con la saggia scelta di Treccani mettiamo finalmente un punto fermo: consentiamo alla lingua di riaccostarsi al mondo e alla forbice di chiudersi».
Questa non accettazione della parità tra i generi è importante e tragica. Fa dell’Italia non certo un paese per donne. Non è esagerato dire – e lo fa Giuliani in un altro suo articolo – che non c’è contraddizione, ma consequenzialità tra la bagarre che si è svolta sui social per la fotografia (per altro attinente al suo sport) postata da Linda Cerruti, che ha portato gloria e medaglie all’Italia, proprio con l’abilità del suo corpo danzante in acqua e il femminicidio. L’accostamento non è assurdo. Il femminicidio che – dice – è una vera e propria guerra contro le donne perché cadono sul campo di questa indifferenza intollerabile verso di loro, e ne muore una ogni tre giorni. Il contatto stretto più di quanto non appaia nell’ipocrisia dei commenti, è un filo che lega la mentalità di oggi, del XXI secolo, al codice Rocco di stampo fascista: «È intollerabile – commenta la professoressa Giuliani – che una giovane atleta esibisca con fierezza il corpo che le ha consentito di conquistare tutte quelle medaglie, è intollerabile quell’immagine fatta di gioia e consapevolezza di sé. Nello stesso paradigma risultano intollerabili l’abbandono, il rifiuto, la fine di una relazione che sono dietro ogni femminicidio. Se a parole la condanna sembra unanime, a un secondo sguardo vediamo bene come sia forte la complicità silenziosa che sostiene un ordine che davamo per tramontato. Al contrario delle norme, che hanno una data precisa quando vengono superate, le leggi non scritte di cui è fatta la cultura, resistono molto più a lungo. Il codice Rocco viene cancellato nel 1981, ma il rapporto tra uomini e donne che stava dietro quelle norme ancora vive nelle sentenze, nelle arringhe degli avvocati, nelle deposizioni dei testimoni e nei titoli di giornale».

Intanto si continuano a contare i morti nel Mediterraneo, nel mare in mezzo alle terre, sepolti nelle acque di quel mare nostrum dal quale sentiamo poco la pietas che urla. Le vittime sono sempre più indifese, spesso giovanissime, sole, con la speranza di vivere che svanisce da un momento all’altro. Ci impaurisce e ci fa temere il peggio il ritorno del problema migratorio come pretesto di scontro elettorale, in una campagna per il voto ridotta, se non addirittura nulla. Invece il problema è importante e fa parte di una consapevolezza e di una presa di coscienza collettiva delle responsabilità. Gli ultimi, tutti siriani e afgani, erano partiti il 30 agosto dalla Turchia e sono morti in tanti di sete e di fame a causa della fine del carburante che ha mandato alla deriva il barchino. «Sembravano sopravvissuti ai lager nazisti» ha detto il sindaco di Pozzallo vedendoli, e resta nel cuore una bimba di soli tre mesi che è andata via da questo mondo per sete, oggi, nel ventunesimo secolo! Anche questo sembra un bollettino di guerra: sono 1280 le vittime inghiottite dal mare dall’inizio dell’anno e molte ancora mancano all’appello tra i nomi di chi si è imbarcato verso questo viaggio che diventa per troppe persone senza speranza, senza arrivo.
Mercoledì scorso è morta, a 96 anni, Irene Papas. La sua scomparsa dal mondo ci addolora anche per il significato che l’immaginario collettivo aveva di lei e che lei offriva. Di una donna che ricordava fisicamente, proprio con il suo corpo, le tragedie greche.  Nella sua carriera ha interpretato importanti ruoli femminili nel teatro e nel cinema, incarnando appieno il potere della tragedia antica. Tra le sue interpretazioni più celebri quella di Penelope ne L’Odissea e nei celebri film I cannoni di Navarone e Zorba il Greco.
Ho incontrato in rete questo scritto sull’attrice della giornalista e blogger Anna Mallamo e ve lo vorrei riproporre interamente per lo sguardo al femminile nell’interpretare questa stupenda donna e artista attrice che ci ha appena lasciato. Ragionando tra Penelope e Ulisse. «Io ho sempre pensato che Penelope doveva regnare. Ma la storia delle donne è questa: una casa piena di maschi avvinazzati e violenti pieni di pretese (anche al trono), un marito così lontano da diventare una leggenda, un figlio fragile ossessionato dal padre assente. E lei, Penelope, alle prese col problema millenario delle donne: difendersi, proteggersi, sopravvivere. Nel luogo in cui è la regina della casa e non conta nulla, è la moglie del re e la madre del principe e non conta se non come merce aggiunta ai beni, alle terre, al trono. E lei cosa fa? S’inventa uno stratagemma, tesse e scuce, tesse e disfa, fa di giorno e distrugge di notte. Però polytropon chiamano lui, Odisseo piedelungo, girèro e femminaro. Lei la chiamano perifron. Lui è astuto e dal multiforme ingegno, lei è solo saggia. Non sia mai. Lei che era nata femmina, ed era stata buttata via, per ordine del padre, e salvata dalle anatre. Solo dopo i genitori l’avevano ripresa, hai visto mai che ci fosse lo zampino di qualche dio (maschio). Quando ho visto Penelope di Irene Papas (quando ero piccola io gli sceneggiati duravano interi decenni, si mescolavano alla vita con una forza mai più sperimentata) ho capito che era lei. Erano anni di bionde, di donne spumose e leggere, lei era bistrata, corvina, densa come vino nero. Con una bellezza talmente antica da uscire dal tempo, farsi perenne, ancestrale. Qualunque cosa facesse, quell’anima mediterranea, piena di demoni meridiani, di luci accecanti come buio, splendeva. Ieri è morta, aveva 96 anni (come la regina Elisabetta: pensate che coppia regale e opposta, l’inglese rimpicciolita e tosta nei suoi colori pastello, la greca ieratica (di origini albanesi-epiriote aggiungo io) e severa nei suoi costumi dorici, pensate se ci fosse un aldilà che ingresso trionfale, che coincidenza di estremi). Per me è lei Odisseo, è lei la regina che doveva regnare. É lei il mito».
Poi una serie di notizie belle. Sicuramente la prima viene dal Festival del cinema di Venezia ed è il Leone d’oro per il miglior film alla regista Laura Poitras (Usa) per il film All the beauty and the bloodshed seguito dal Leone d’argento gran premio della giuria ad Alice Diop (Francia) per il suo Saint Omer. Non sono mancati tanti altri premi tutti al femminile oltre alla Biennale d’arte diretta da una donna e con un’altissima presenza di artiste. Per me è una bella notizia anche quella che si è sviluppata intorno al cartoon di Peppa Pig andato in onda, si badi bene, non in Italia ma, lo scorso martedì, nel Regno Unito. In tempo di elezioni la cosa ha sollevato un polverone che poi cadrebbe per ora nel nulla, ma usato ha messo a nudo un grande nodo da sbrogliare, non solo della politica italiana, ma di certi modi di pensare omofobi. Mostra per la prima volta nella storia del cartone una coppia omosessuale: si tratta delle due madri di un personaggio da poco introdotto nella serie, Penny Polar Bear, amico della protagonista. Diversi politici italiani hanno criticato l’episodio di Peppa Pig e hanno chiesto preventivamente alla RAI – sulle cui reti va in onda la versione italiana della serie – di non trasmetterlo.
La poesia che vi propongo è di Federico Garcìa Lorca (1898-1936) nato a Granada, da lui amatissima come tutta l’Andalusia e ucciso con una fucilazione «ingiusta e volgare», come è stata definita, dai seguaci di Franco. Una poesia sul corpo della donna. Casida della donna distesa è statapubblicata nel 1934, il corpo della donna amata diventa un ideale, un simbolo fatto di carne e sensualità che proietta il poeta nelle terre selvagge, nel culto della Grande Madre Terra, nel mistero della vita che si rinnova. La Terra è una creatura selvaggia e indomabile, a volte burrascosa come un terremoto e altre dolce e gentile come un prato fiorito; il suo fascino, evocativo e concreto allo stesso tempo, ci lascia costantemente senza fiato, poiché il mistero della vita trova, nel mondo naturale, una forma reale e tangibile. Ho aggiunto un video, un racconto interessante della vita di questo grande poeta morto fucilato una mattina d’agosto vicino a Granada.

V.

Vederti nuda è ricordare la terra.
La terra liscia, sgombra di cavalli.
La terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: confine d’argento.

Vederti nuda è capire l’ansia
della pioggia che cerca debole fianco,
o la febbre del mare dal viso immenso
senza incontrare la luce della sua guancia.

Il sangue risuonerà nelle alcove
e verrà con spada folgorante,
ma tu non saprai dove si nascondono
il cuore di rospo o la viola.

Il tuo ventre è una lotta di radici,
le tue labbra sono un’alba senza contorno,
sotto le rose tiepide del letto
gemono i morti nell’attesa del turno.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Divano del Tamarit”, 1927/1934, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Newton, Roma, 1993

V. Casida de la mujer tendida

Verte desnuda es recordar la tierra.
La tierra lisa, limpia de caballos.
La tierra sin un junco, forma pura
cerrada al porvenir: confín de plata.

Verte desnuda es comprender el ansia
de la lluvia que busca débil talle,
o la fiebre del mar de inmenso rostro
sin encontrar la luz de su mejilla.

La sangre sonará por las alcobas
y vendrá con espada fulgurante,
pero tú no sabrás dónde se ocultan
el corazón de sapo o la violeta.

Tu vientre es una lucha de raíces,
tus labios son un alba sin contorno,
bajo las rosas tibias de la cama
los muertos gimen esperando turno.

Eccoci con gli articoli che leggerete in questo numero. Cominciamo da María de los Ángeles Alvariño González, solcando mari e oceani, che ci racconta la vita e le scoperte di una donna studiosissima e intellettualmente curiosa che univa l’amore per la scienza a quello per la letteratura. La metà dell’arte. Biglieri e La Rocca è la sesta puntata della serie che illustra altre due artiste le cui opere sono ospitate a Tivoli nel Palazzo della Procura della Repubblica in una Mostra a cura di Toponomastica femminile. Ancora di arte si parla in Un’iris a Trebecco. Fiori, acquerelli e libri per ricordare Paola, la storia di rinascita e bellezza dopo un immenso dolore che ci viene raccontata dalla nostra direttora responsabile Giusi Sammartino.
Proseguiamo con le nostre serie: per Viaggiatrici del Grande Nord Una giovane reporter in viaggio. Ester Lombardo descrive il modo in cui la giornalista che stiamo seguendo si rapporta ai popoli nativi, con giudizi contrastanti; in luoghi sicuramente più vicini e meno impervi Sulle vie di Prato. Iva Pacetti, soprano lirico, vi farà scoprire una cantante di grande qualità per le vostre passeggiate toponomastiche, mentre Itinerario nell’Oristanese, fra nobili, sante, madonne e popolane vi guiderà alla scoperta di interessanti figure femminili. Cambiamo discorso. Migranti: parliamo di donne è l’intervista alle due prossime protagoniste del webinar organizzato dall’associazione Reti culturali. Passiamo a parlare di attualità con l’interessante articolo Bolle e bollette che, in modo leggero ed arguto, ci fa riflettere sullo strapotere della finanza nel nostro sistema economico e sulle sue conseguenze sui nostri bilanci familiari, e con Opinioni. Gorbaciov, un uomo diverso, il ritratto di un grande uomo politico visto attraverso gli occhi di una donna. «La discriminazione dell’aspetto fisico va sempre contrastata perché porta, inevitabilmente, a discriminazioni di genere, mentre l’obiettivo principale dello sport deve essere l’inclusione di persone senza differenze». Ce lo ricorda l’autrice di Sport e Body Shaming. Parte seconda, con riflessioni di cui fare tesoro. Il 20 settembre prossimo segna l’anniversario della nascita di una grandissima e sfortunata interprete della canzone italiana, una voce indimenticabile. Ce lo ricorda l’autrice di Mimì, il soprannome con cui la grande artista era chiamata in famiglia.

Ed ecco i nostri immancabili consigli di lettura: La guerra cambia tutto, una storia di sorellanza tra due «straniere» a Londra che ci ricorda come la guerra sia la più grande tragedia dell’umanità e Soltanto una vita, la storia di Laura Lombardo Radice, moglie di Pietro Ingrao, raccontata da lei stessa e da Chiara Ingrao, in un bellissimo scambio tra generazioni.

Chiudiamo, come sempre, augurandovi buon appetito, con la nostra ricetta: Caponata di verdure in agrodolce, «un piatto estivo, profumato, da consumarsi caldo o freddo, da preparare comodamente in anticipo, e da godere in questo ultimo scampolo d’estate, stagione ufficiale delle melanzane».
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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