Editoriale. Basta!

Carissime lettrici e carissimi lettori,

bisogna cominciare dal nome. Solo nominando si rispetta. Dovrebbe essere questo il pensiero che deve trasmetterci una giornata come quella di ieri quando abbiamo concordato il nostro comune ricordo annuale che riguarda la condanna della violenza rivolta troppo spesso verso le donne. Una giornata che deve essa stessa essere nominata correttamente: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne.
Bisogna cominciare dal nome. Perché è necessario che chi è vittima di violenza trovi, nella sua sofferenza e, purtroppo, nella sua morte, nella nominazione il riscatto dal dolore che ha dovuto subire.
Delle tre donne uccise la scorsa settimana in un quartiere di Roma, solo di una delle vittime, una colombiana di sessantacinque anni, si conosce il nome. Delle altre due, uccise brutalmente in via Ribody, entrambe di origine cinese, non si sa molto e soprattutto non è stato subito dichiarato il loro nome. Sono apparse come due ectoplasmi, già da vive, come da morte. Un segno di esclusione, il contrario dell’inclusione in una società che non le ha accolte, le ha emarginate e ha finito per vederle solo nei loro corpi violati. Una violenza duplicata all’infinito, che inizia da quella subita dai clienti di turno, dall’anonimato della loro esistenza, da questa morte feroce, ingiustificata.

Il killer di Prati, è stato scritto, «voleva ripulire il mondo dalle prostitute… Giandavide De Pau (il presunto assassino delle tre donne n.d.r) è un sadico che nei giorni precedenti ai tre femminicidi aveva probabilmente già colpito altre vittime senza necessariamente averle uccise. Questo è quello che vede nella mente dell’assassino il criminologo e psichiatra Massimo Picozzi, che di killer seriali si era già occupato nelle varie inchieste giudiziarie a cui ha preso parte, come quella sul mostro di Padova, Michele Profeta…Potrebbe essere un missionario, cioè uno che ha deciso di ripulire il mondo da una determinata categoria, in questo caso quella delle escort. Le ha scelte perché sono donne vulnerabili. È un sadico». Questo potrebbe essere esplicativo del fatto, in senso criminologico, ma non deve in nessun modo essere inteso come giustificativo.

La violenza maschile contro la donna deve essere eliminata come detta la nominazione di questa giornata che, qui suona una sorta di ritornello dedicato anche alla ricorrenza dell’8 marzo, deve estendersi, nel suo spirito, all’intero anno. Perché è troppo presente nel tessuto sociale. Le donne la subiscono in senso fisico, morale, psicologico e soprattutto economico. La violenza economica è la più subdola, ma la più coinvolgente e costringe tante donne a rimanere sottomesse al partner. Non dimentichiamo che il gap tra uomini e donne è molto importante dal lato del guadagno. Neppure è da dimenticare il fatto che l’occupazione femminile è drasticamente diminuita dopo il lockdown lasciando tante donne ancora più sottomesse economicamente ai loro compagni.

Violenza è: «Con riferimento a persona, la caratteristica, il fatto di essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i propri moti istintivi e passionali». Questa è la prima definizione, da vocabolario. E poi: «Ogni atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi di offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei suoi beni o diritti, quindi anche per imprese delittuose». Già queste due definizioni della parola indicano che chi scrive o, peggio, chi pensa che la violenza di un uomo verso una donna sia solo amore malato o finanche amore criminale sbaglia e perpetra a sua volta un’ulteriore violenza: le vittime sono vittime e i carnefici rimangono carnefici. Semmai da rieducare, non sanno l’amore, ma solo il possesso di un oggetto. Intanto la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato all’unanimità il testo unificato per istituire una commissione bicamerale di inchiesta sul Femminicidio e su ogni forma di violenza di genere (Ansa). Ora rimane la speranza che cambi qualcosa, a favore delle donne, delle vittime e dei loro figli e figlie, vittime a loro volta, purtroppo non solo in senso psicologico.

Violenza. È anche quella a cui stiamo assistendo (ma non è solo ora, a campionati mondiali aperti) e che proviene dal Qatar. È la ventiduesima edizione della massima competizione per le rappresentative di calcio maschile, affiliata alla Fifa, in francese la Fédération Internationale de Football Association. Il goal di inizio è stato il 20 novembre (finirà il 18 dicembre) ed è la prima volta che un Campionato mondiale di calcio si svolge alle soglie dell’inverno invece che in estate. Ma soprattutto è la prima volta che sono state tante le polemiche e gli scandali.
Cominciando da quelle seimilacinquecento persone che sembra siano morte in Qatar durante la costruzione degli impianti sportivi e dei servizi utili per questo mondiale. Morti di schiavitù, di troppo lavoro in un clima torrido, di poco cibo e in condizioni di vita inumane. La triste constatazione di tutto questo ha reso ancora più pesante l’inizio del gioco in un Paese che certo non brilla per il riconoscimento dei diritti civili. Per una volta ci associamo con chi è contento/a che l’Italia non ci sia, che però certamente non è lì per aver portato avanti una protesta, ma perché ancora una volta la nostra nazionale è stata esclusa. Sinceramente, stando alle tante polemiche precedenti dei Paesi partecipanti, bisogna dire ci si aspettava di più. Invece la partecipazione delle squadre è stata compatta e le polemiche sono tutte cadute nel vuoto.

«Un mondiale che già dalla sua assegnazione ha suscitato forti polemiche – ha scritto un giornale –. Il primo Mondiale in pieno autunno, il primo Mondiale in un Paese arabo. Tante prime volte che rendono questa Coppa del Mondo a suo modo un fatto storico, ma con tanti dubbi e perplessità su questa scelta e su come si è arrivati a disputare in Qatar un evento così seguito. Dai sospetti di corruzione all’arretratezza del Paese sui diritti civili, in primis quelli delle donne e della comunità Lgbt. Passando poi alle condizioni di sfruttamento dei lavoratori per costruire i modernissimi stadi di questo torneo, per i quali sarebbero morti circa 6500 operai. Questi alcuni dei principali motivi per cui si protesta per i Mondiali in Qatar, iniziati il 20 novembre 2022. Una scelta – ribadisce il giornale – che ha fatto storcere il naso già 12 anni fa, al momento della sua assegnazione da parte dell’allora presidente della Fifa Sepp Blatter, ai danni degli Stati Uniti. Forti i sospetti di corruzione, con lo stesso Blatter che oggi ammette che si sia trattato di un errore. Inoltre la giustizia francese sta indagando sulle pressioni che l’ex presidente Sarkozy — attraverso Michel Platini — avrebbe esercitato in favore dell’Emiro del Qatar, nel frattempo entrato prepotentemente nel calcio europeo attraverso l’acquisizione del Psg (Paris Saint Germain Calcio)».

Più di una voce però si è levata o ha tentato di farlo trovando opposizione e censura. Come la scelta, scandalosa perché soffocata proprio dalla stessa Fifa, dei capitani delle squadre di scendere in campo con la fascia arcobaleno al braccio per protestare e sostenere la comunità Lgbt+ mai accettata in Qatar. La squadra tedesca ha protestato, sola a farlo, di fatto: ogni giocatore ha posto la mano sulla bocca, in segno dello essere stati azzittiti alla ribellione dalla Federazione internazionale del calcio. Hanno protestato anche i giocatori iraniani non cantando l’inno nazionale per solidarietà con chi viene perseguitato e soprattutto per le donne uccise dal regime molto simile a quello del Qatar, e tra i tifosi dell’Iran non sono mancati fischi, cartelli e cori tutti in ricordo di Masha Amini, la ragazza malmenata fino alla morte per una ciocca di capelli uscita dal velo.

Torniamo in Italia. Lo Stato è libero e laico, luogo di convivenza di tutti e tutte. Questo è il concetto moderno di democrazia. Allora certe notizie più che farci sorridere (perché la prima reazione, essendo cariche di ridicolo, è questa!) ci turbano. Soprattutto perché ci accorgiamo che dietro al fanatismo, che non è certo una buona sensazione, c’è l’odio e il razzismo. «Lega, casa e chiesa», titola un giornale sulla notizia che stiamo trattando e purtroppo ricalca anche il pessimo slogan razzista e non inclusivo che insiste su Prima gli italiani!  Alcuni deputati della Lega hanno depositato a Montecitorio, a governo insediato, una proposta di legge che favorisce i matrimoni (e già qui è un assurdo), ma soprattutto (o meglio: esclusivamente!) quelli celebrati in Chiesa davanti a un prete e a un altare! Insomma, chi deciderebbe per il al cospetto di Dio e non di un sindaco avrebbe in premio (Ahinoi! Si riparla di merito anche qui?!) un rimborso/contributo del 20% delle spese complessive (fino a 20.000 euro), abiti degli sposi e banchetto compresi. Una precisazione: la proposta include solo le coppie italiane doc. Per il resto è allargata (si fa per dire) a coloro che risiedono da almeno dieci anni in Italia. Un dietrofront, molto labile alle più che ragionevoli proteste c’è stato dal firmatario capofila Domenico Furgiuele: «La proposta di legge a mia prima firma per questioni di oneri prevedeva un bonus destinato ai soli matrimoni religiosi, durante il dibattito parlamentare sarà naturalmente allargata a tutti i matrimoni, indipendentemente che vengano celebrati in chiesa oppure no». Una vera… frittata! Aggiungiamo ridicolo al ridicolo: la proposta istituisce una detrazione ad hoc per le spese in parrucchieri, tappeti, fiori e quant’altro. «Un bonus – è stato invece commentato – che costerà ai contribuenti tutti – vale a dire laici, atei, buddisti e credenti di altre fedi – la bellezza di 716 milioni di euro. Con buona pace di tutti i precetti di laicità dello Stato, anche di rango costituzionale, e di non discriminazione religiosa, nonché di papiri di sentenze con i quali la Corte Costituzionale si è pronunciata in materia». Sembra di quelle cose da non farsi neppure venire in mente come idea e invece c’è chi la rende, come era successo per la trasfigurazione oscena della legge 194, una proposta parlamentare. Triste per uno Stato che, ripetiamolo, deve rimanere laico proprio per essere democratico, di tutti e tutte.

Che dire, poi, della proposta, altrettanto assurda per noi, di far usare il dialetto come lingua veicolare nella scuola, nel caso specifico quella veneta? Immaginiamo… i ragazzi e le ragazze figli/e di genitori che si trasferiscono in più regioni cosa dovrebbero fare? Frequentare corsi accelerati di dialetti locali di volta in volta? Ma sorge spontanea una domanda: la Scuola non è pubblica e italiana?  Se questa affermazione è vera vuol dire, e lo detta la stessa Costituzione (art.37) che la Scuola deve essere aperta a tutti e a tutte come diritto allo studio! Non ci possono essere impedimenti lungo tutto il territorio dello Stato. Perciò il dialetto è importante, ma va inteso come lo valutava il grande linguista Tullio De Mauro: una seconda lingua per ciascuno/a di noi: una ricchezza aggiunta alla lingua madre che ha contribuito anche alla nostra unificazione e comprensione culturale.

Per le donne, per ciascuna di noi e per Tutte le donne è la poesia che ho scelto di donarvi oggi. L’autrice è una delle grandi donne della cultura contemporanea, Alda Merini, poeta delicata e libera sempre. «La sua poetica è così vasta, profonda, intima – è stato scritto – tanto che ha saputo raccontare dell’amore, dell’essere donna, degli uomini, della sua città, della pazzia. Da sempre anticonvenzionale, lontana dal voler essere imprigionata da etichette e da qualsiasi status sociale, Alda Merini si è prefissata di essere libera. Forse è questo il dono più bello che le poesie ci hanno lasciato: il desiderio di libertà».

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.
(Alda Merini)

Presentiamo gli articoli di questa settimana. Si è chiuso il 20 novembre scorso a Padova l’XI Convegno nazionale di Toponomastica femminile, ricco di spunti e suggestioni che porteremo con noi, nelle nostre scuole e nelle nostre associazioni. Ce lo racconta la nostra vicepresidente, in Genere. Cura. Città. Pianeta.
La violenza maschile contro le donne non si contrasta un giorno all’anno e quattro autrici in questo numero la analizzano da vicino, con La narrazione tossica del femminicidio, che riflette sul linguaggio fuorviante che alimenta la cultura solidale dello stupro e Educazione alla cittadinanza europea in ottica di genere. Parte quinta, che descrive i tipi di violenza di genere, presentando un decalogo sulla violenza maschile contro le donne. Anche l’intervista a Norma Stramucci, in Cambiamo discorso. Racconti di ordinaria violenza sulle donne affronta questo tema, non solo con riferimento all’ultimo libro della scrittrice, Se mi lasci ti uccido. Il 18 novembre 1910: il Black Friday delle suffragette racconta la violenza esercitata contro le donne inglesi che chiedevano il diritto di voto. Un ricordo necessario, in un’epoca in cui si associa l’espressione “venerdì nero” all’invito a consumare a prezzi ribassati.

Per la serie Viaggiatrici del Grande Nord accompagniamo le Flaneuses italiane a Stoccolma: dal regno delle fate alla moderna capitale, in viaggi in cui scopriranno un popolo vivace, allegro e desideroso di divertirsi. In Da cuoche a chef I secoli dell’anonimato. Parte seconda lo sguardo è sulla pasticceria di cui scopriremo cose molto interessanti. Le sportive che incontriamo questa settimana nell’omonima serie sono Le indimenticabili del nuoto. Per la serie Calendaria faremo la conoscenza di una donna lettone, Mall Vaasma, botanica e micologa, grande classificatrice di funghi, docente e divulgatrice. La sesta lezione del corso di eco-teologia del Cti, raccontata in Pneumatologia, ci presenterà lo studio della dottrina dello Spirito Santo, che, grazie alle teologhe femministe, rivaluta questo elemento della Trinità, la cui natura e azione liberanti sono state travisate e obliate a causa di un’interpretazione in chiave patriarcale delle Scritture.
Le persone molto giovani sanno scrivere racconti molto belli. Ne è la prova, nella sezione Juvenilia, La mia storia è quella di tutte noi, l’opera vincitrice,  scritta da due ragazze, del Premio Classi Prime della sezione Narrazioni del X Concorso “Sulle vie della parità” di Toponomastica femminile.

Anche questa settimana andiamo per mostre con Le donne di Van Gogh, la recensione della mostra inaugurata a ottobre a Roma al Palazzo Buonaparte e che durerà fino a marzo del prossimo anno. Il libro che recensiamo è quello che consigliamo a tutte e tutti nella settimana che vede fiorire tante iniziative per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne: Sette peccati necessari. Manifesto contro il patriarcato di Mona Elthahawy. Una recensione non omologata, non allineata, non riconciliata, che invita alla vera sorellanza.
Chiudiamo, come sempre, augurandovi buon appetito, con la ricetta creativa e antispreco: Pasta con crema di fagioli cannellini, un piatto gustoso e veloce da preparare e da degustare con persone che amano la cucina buona e sostenibile.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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