Via Corsini n° 12. La casa di Maria Signorelli

«Penso che questa bambina diventerà qualcuno. Mi faccia il piacere: mi mandi ogni anno una di queste bambolette perché mi piacerebbe seguire come si svolge un talento così originale e vedere cosa diventerà». A parlare così a Olga Resnevič Signorelli, nei mesi fra il 1916 e il 1917, fu Sergej Djagilev che più volte frequentò l’abitazione di via XX Settembre e conobbe tutta la famiglia Signorelli, scoprendo nella primogenita Maria un talento innato. La vita e la carriera di quella bambina hanno poi confermato l’intuizione di Djagilev, che di novità artistiche se ne intendeva.

Maria Signorelli

Maria Signorelli, soprannominata affettuosamente in casa «il pittorino», era nata nel 1908. Le sue bambolette, sagomate, costruite e decorate per gioco fin dall’età di quattro o cinque anni, furono effettivamente spedite per un po’ all’impresario russo.
Anche se ancora piccola, Maria aveva conosciuto il magico mondo dei Balletti Russi di Djagilev durante la prima tournée italiana del 1911. Aveva assistito a uno spettacolo del ballerino Vaslav Nijinski e lo aveva immortalato con tratto nero mentre ringraziava il pubblico fra due tendaggi rossi. Ne era nato un piccolo quadro, appeso su una parete accanto a opere d’autore e a fotografie di amici dei genitori. Nel 1916, grazie a sua madre diventata medica della compagnia di ballo, Maria ebbe l’opportunità di osservare da vicino il lavoro di Natalia Goncharova e Michail Larionov, impegnati nelle scenografie e nella realizzazione dei costumi. Poté quindi seguirli, chissà con quanta meraviglia, mentre dipingevano le scene dei balletti. «Ciò che più mi colpì ‒ ha poi scritto Maria ‒ oltre al fatto che, dipingendo, camminavano sui coloratissimi tappeti delle loro scenografie, furono gli enormi pennelli che a me piccina sembravano scope».

Natalia Goncharova e Michail Larionov, 1913

Per incoraggiarla nelle prove di pittura, Natalia e Michail le donarono alcuni barattoletti di colore, gli stessi che usavano per dipingere, in modo che si cimentasse con materiali migliori rispetto a quelli per l’infanzia. Maria li conservò gelosamente per anni.
Anche i genitori credevano nelle sue capacità e assecondarono la scelta di frequentare l’Accademia di Belle Arti. Guardando però al futuro, Olga manifestò ad Angelo qualche preoccupazione: «Ha certamente talento e senso del colore e osservazione originale, e se non fosse una donna, spererei grandi cose in lei».
Verso la fine degli anni Venti Maria cominciò a creare i fantocci, un mix tra il suo interesse per la figura umana e le novità delle avanguardie artistiche, dai manichini di De Chirico alle marionette dell’artista russa Alexandra Exter o del futurista Depero.

Alexandra Exter nel suo atelier di Parigi

Per realizzarli si ispirava a personaggi di romanzi e commedie o a figure della vita reale; utilizzava qualsiasi materiale, compresi gli objets trouvés, e dava pari importanza a valori tattili e cromatici. Queste creazioni piacquero ad Anton Giulio Bragaglia che le offrì, nel 1929, la possibilità di esporli nella sua Casa d’arte in via degli Avignonesi e per l’occasione i fantocci furono chiamati “figurini plastici”.

Maria Signorelli, I ballerini di tango, 1929 (sn.); Maria Signorelli, Bagnante moderna, 1929 (dx.)

Mamma Olga poteva cominciare a stare tranquilla: anche se donna, era possibile sperare cose grandi per Maria.
A questa prima mostra ne seguirono altre: prima a Parigi, con presentazione di Giorgio De Chirico, poi a Berlino, nel 1932, quindi l’anno successivo a Firenze, presentata da Giuseppe Ungaretti, nel ’33 a Torino e nel ’34 a Buenos Aires.

Maria Signorelli, Il violinista, 1930 (sn.); Maria Signorelli con i suoi fantocci esposti alla Galerie Gurlitt a Berlino, 1932 (dx.)

Con lei sempre Olga che, divenuta la principale confidente delle ricerche artistiche della figlia, la ispirava e consigliava mettendo in campo tutta la sua fitta rete di relazioni culturali nazionali e internazionali.
Maria aveva talento e cominciava a essere famosa. Nel ’34 quando partecipò alla realizzazione del Pluriscenio M, un progetto di palcoscenico in grado di presentare sette ambienti contemporaneamente, ricevette i lusinghieri apprezzamenti di Marinetti e Bragaglia.

Maria Signorelli, La leggenda dell’uomo
per il Pluriscenio M., 1934

Esordì come costumista e scenografa con il Teatro della Scuola d’arte drammatica di Santa Cecilia e col Teatro degli Indipendenti a Roma; poi, tra il ’38 e il ‘42, fu impegnata negli allestimenti per il Teatro dell’Università di Roma, nelle messinscene per il Teatro delle Arti, sempre nella Capitale, e negli allestimenti in altri teatri italiani, dalla Scala di Milano al Teatro Regio di Torino, dall’Opera di Roma a quello sperimentale del GUF (Gruppo Universitario Fascista) di Messina.

Maria Signorelli realizza i burattini per il coro
dell’Antigone, 1931

Il suo grande amore rimasero però i burattini. A partire dagli anni ’40 cominciò a realizzarli con forme e caratteristiche diverse a seconda dei movimenti e delle funzioni che dovevano avere in scena. C’erano quelli a bastone, con le gambe libere di volteggiare ed eseguire passi di danza, oppure quelli a guanto, perfetti per la narrazione delle fiabe e capaci di trasmettere forza espressiva; altri burattini combinavano entrambe le strutture, garantendo contemporaneamente il volteggio delle gambe e il movimento delle braccia, con ben cinque persone a manovrarli. Per la creazione venivano utilizzati molti materiali, privilegiando spesso la cartapesta o la stoffa rispetto al legno considerato troppo rigido; tutto poteva servire per dar vita all’illusione, anche le pagliette per la cucina, che si trasformavano in luccicanti parrucche ricce, o i bottoni che diventavano occhi. Maria realizzò sempre e solo burattini, e non marionette rette da fili, perché quest’ultime, come ha sempre raccontato, erano meno capaci di esprimere le sfumature dei sentimenti e delle emozioni.

Maria Signorelli modella con la cartapesta, 1957

Con l’Opera dei Burattini, fondata nel ’47 e diretta fino al 1973, Maria ebbe modo di avvalersi di personalità prestigiose come Prampolini o Toti Scialoja per i fondalini delle scene, Lina Wertmüller che curò la regia di alcuni spettacoli nei primi anni Cinquanta, Roman Vlad per la composizione delle musiche. Nella sua lunga carriera creò cinquanta spettacoli di danza per burattini, facendosi aiutare da ballerini e coreografi professionisti, utilizzando musiche colte, concentrando le sue ricerche sul rapporto tra colori e ritmo, includendo nel suo pubblico anche le persone adulte e non solo il mondo dell’infanzia.

Maria Signorelli, Ballerine di can can, 1954 (sn.); Maria Signorelli, Romeo e Giulietta, 1957 (dx.)

Trentuno gli spettacoli con testi classici e moderni, dalla trasposizione di Re cervo di Gozzi al poema di Cesare Pascarella La scoperta dell’America, da Arlecchino servo di due padroni di Goldoni all’opera La Tempesta di Shakespeare, all’Antigone di Brecht, a Furori e poesia della Rivoluzione francese di Ceronetti. Per l’infanzia creò e realizzò settantotto spettacoli basati sulle favole, da quelle popolari a quelle d’invenzione, protagonisti sempre i burattini mossi dalla mano umana.

Maria Signorelli, Il valzer di primavera, 1959

Teatro per piccole spettatrici e piccoli spettatori ma non per questo teatro minore: ogni spettacolo era come un vero allestimento teatrale “d’attore”, con la presenza di registe/i, coreografe/i, scenografe/i, musiciste/i. Con le bambine e i bambini si deve fare sul serio!

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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