Jody Williams. Nobel per la pace

Jody Williams ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 1997 ex-aequo con l’International Campaign to Ban Landmines (Icbl) «per la sua azione a favore della messa al bando e dell’eliminazione delle mine antiuomo. Al momento attuale si valuta che almeno cento milioni di mine antiuomo sono sparse in larghe aree di più di un continente. Si tratta di ordigni tali da menomare e uccidere indiscriminatamente e rappresentano non solo una gravissima minaccia per le popolazioni civili, ma anche un ostacolo allo sviluppo economico e sociale di molti dei Paesi coinvolti. L’Icbl e Jody Williams hanno dato inizio a un processo che nello spazio di pochi anni ha fatto diventare la messa al bando delle mine da utopia, quale era, una prospettiva reale. La Convenzione che sarà firmata a Ottawa nel dicembre di quest’anno [1997 n.d.r.] è in gran parte il risultato del loro importante lavoro. Sono oltre mille le organizzazioni piccole e grandi affiliate nell’Icbl, che formano una rete attraverso la quale è stato possibile esprimere e veicolare una vasta e forte ondata di impegno popolare. Quando i governi di molti Paesi piccoli e medi hanno fatto proprie e portato avanti queste istanze, esse si sono trasformate in un concreto ed efficace progetto di pace. Il Comitato norvegese per il Nobel auspica che il processo che prenderà il via a Ottawa acquisisca un sostegno sempre più ampio. In quanto modello per analoghe esperienze future, si rivelerà decisivo per favorire gli impegni internazionali verso il disarmo e la pace». Oslo, October 10, 1997.

Una sintesi efficace della vita e dell’esperienza di Jody Williams la possiamo leggere nella premessa al suo libro autobiograficoMy name is Jody Williams: A Vermont Girl’s Winding Path to the Nobel Peace Prize – scritta con Eve Ensler, la ben nota autrice dei Monologhi della vagina: «Jody Williams è molte cose: una ragazza del Vermont, la sorella di un ragazzo disabile, una moglie amorevole, una donna forte piena di impeto e di cattiveria, una grande stratega, una grande organizzatrice, una coraggiosa e instancabile avvocata, una vincitrice del Premio Nobel per la Pace. Per me è, innanzitutto e principalmente, una militante. Che cos’è una militante? Dice il dizionario: “sostenitrice particolarmente attiva ed energica di una causa, specialmente politica”. Nella mia personale accezione della parola – e credo che questo risalti chiaramente in questa ricca autobiografia – è militante chi non può fare a meno di battersi per una causa. Una persona che solitamente non è attratta dal potere o dal denaro o dalla notorietà, ma che quasi perde il lume della ragione di fronte a un’ingiustizia, a una violenza, a un abuso a tal punto da sentirsi costretta a reagire da una sorta di meccanismo morale interiore. Mi sono spesso chiesta in quale momento una persona diventa militante. Siamo nati con il gene della militanza e poi un evento o un episodio casuale lo attiva?».

Come mai di fronte alle iniquità compiute contro le persone amate, alcuni individui reagiscono e altri, invece, subiscono l’ingiustizia? Lo racconta senza retorica, con un linguaggio asciutto e lineare, la stessa Williams nella sua autobiografia.

Nasce a Poultney nel Vermont (Usa) il 9 ottobre 1950, seconda di cinque figli di una famiglia cattolica di sentimenti democratici: la sua infanzia è fortemente segnata dall’educazione religiosa ricevuta e dalle paure – del comunismo, dell’Unione Sovietica – indotte dal clima della guerra fredda. Una precoce sensibilità contro le ingiustizie viene suscitata in lei dalle condizioni del fratello maggiore sordo dalla nascita a causa della rosolia contratta dalla madre in gravidanza. La menomazione del ragazzo, progressivamente aggravatasi perché la situazione di disagio economico e culturale in cui versava la famiglia aveva impedito che fosse trattata adeguatamente, lo aveva reso vittima di abusi e prevaricazioni da parte di insegnanti e coetanei.

Terminata la scuola superiore, Jody frequenta a Brattelboro – dove nel frattempo si era trasferita con la famiglia – la School for International Training, dedicandosi poi all’insegnamento dell’inglese e dello spagnolo, che la porterà nella primavera del 1976 in Messico, dove lavorerà per due anni. Sarà per Jody l’inizio di un forte interesse per le relazioni internazionali e, in particolare, per la politica degli Stati Uniti verso i Paesi dell’America centrale. Ritorna dal Messico intenzionata a proiettarsi in una dimensione di respiro “internazionale”, pensando che Washington D.C. avrebbe potuto soddisfare le sue aspirazioni. Decide infatti di stabilirvisi e trova un impiego prima come segretaria di un’agenzia di collocamento, poi come insegnante di inglese in una scuola agraria. Si rende ben presto conto che per realizzare le sue ambizioni ha bisogno di studi più qualificati e programma di iscriversi alla prestigiosa Johns Hopkins School of Advanced International Studies. Nel frattempo, entra casualmente in contatto con il Commettee in Solidarity with El Salvador (Cispes), nel periodo in cui nel Paese centroamericano, teatro di aspre lotte civili, viene ucciso l’arcivescovo Romero, che aveva preso aperta posizione contro la crescente ingerenza degli Stati Uniti. Mentre studia al Sais, Jody, contemporaneamente, si impegna nel Cispes che concentra le proprie attività nell’opposizione al coinvolgimento degli Stati Uniti a El Salvador e negli altri Paesi del Centroamerica, in un’escalation che assomiglia sempre più a quella compiuta nel Vietnam.

All’indomani della laurea alla Johns Hopkins School, Williams risponde a un annuncio per la partecipazione al Nicaragua-Honduras Education Project, al quale lavorerà dal 1984 al 1986. Alla chiusura del progetto, assorbito nell’alveo di un altro piano internazionale, Jody passa oltre cinque anni a El Salvador, occupata nel Medical Aid. Se le notizie della guerra del Vietnam erano state all’epoca la finestra sul mondo per la ragazza del Vermont, il soggiorno a El Salvador cambia il corso della vita di Jody e la immette sulla strada dell’impegno umanitario. Il lavoro in quei luoghi consisteva nell’individuare bambine e bambini che avevano subito una mutilazione per fatti bellici e organizzare il trasferimento loro e di un familiare – per lo più la madre – in ospedali statunitensi dove sarebbero stati curati, raccogliendo anche finanziamenti e donazioni per sovvenzionare il viaggio e la permanenza.

All’inizio degli anni Novanta Jody, il cui impegno nella cura dell’infanzia salvadoregna aveva riscosso un ampio apprezzamento nell’ambito delle associazioni umanitarie, viene contattata per allestire con l’organizzazione tedesca Medico International, già sostenitrice di molti dei progetti di Medical Aid, e con la Vietnam Veterans of America Foundation, una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica mondiale finalizzata a impedire l’uso delle mine antiuomo. A partire dal 1992 si uniscono all’iniziativa numerose associazioni di personale sanitario, giuriste/i e altre figure professionali e Jody, coordinatrice della campagna, lavorerà indefessamente per diffondere la consapevolezza della peculiarità di un’arma che agisce e produce effetti devastanti ben oltre la fine dei combattimenti e, a differenza delle altre, non “torna a casa” a guerra finita insieme con gli eserciti, ma continua a colpire, uccidere, mutilare i civili, uomini, donne e bambine/i mentre svolgono le loro attività quotidiane. Jody prenderà parte a numerose conferenze e incontri in ogni parte del mondo e presso le organizzazioni internazionali, il Parlamento Europeo, le Nazioni Unite, le organizzazioni per l’unità africana. Scriverà inoltre molti contributi che approfondiscono gli aspetti sociali e le conseguenze economiche della presenza di mine antiuomo in vari Paesi.

Dalla metà degli anni 2000 Jody Williams si è dedicata in particolare alla Women’s Nobel Initiative, fondata da sei vincitrici di Nobel per la Pace: oltre a lei stessa, Shirin Ebadi, Wangari Maathai, Rigoberta Menchú, Mairead Maguire e Betty Williams. È pure a capo della fondazione della Città della Pace in Basilicata, nata dalla volontà di Betty Williams, scomparsa nel 2020; in occasione del suo soggiorno a Potenza si è espressa sulla situazione politica attuale e sulla guerra in Ucraina. In una intervista a Repubblica (24 maggio 2022) ha affermato: «La Fondazione Città della Pace ha accolto dal 2012 a oggi oltre 900 rifugiati che provengono da 30 Paesi. Di questi, più di 350 sono bambini con le loro famiglie e minori stranieri non accompagnati. Secondo il modello dell’accoglienza diffusa, sono ospitati in piccoli centri della Basilicata, garantendo loro un percorso di integrazione che coinvolge le comunità locali in un processo collettivo di crescita. “Cominciamo a cambiare il futuro dalle nostre comunità, insieme ai rifugiati” è lo slogan della Fondazione». Ha anche ricordato il percorso che la portò al Nobel: «Cominciammo con una persona: me. Siamo arrivati a coinvolgere 19 Paesi e organizzazioni, inclusa l’Italia, che attivò una mobilitazione incredibile. Insieme, la società civile, il comitato internazionale Croce rossa e altre organizzazioni abbiamo raggiunto questo obiettivo. Non significa che abbiamo cambiato il mondo, ma abbiamo fatto vedere come questo sia possibile». Ma ― avverte ― dobbiamo prepararci  perché il cambiamento climatico e le crisi politiche in corso porteranno certamente una crisi alimentare globale e un flusso migratorio enorme; il suo impegno perciò resta più attivo che mai.

Qui le traduzioni in francese, inglese, spagnolo e ucraino.

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Articolo di Eleonora De Longis

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Nata a Roma nel 1987, si è laureata in Filologia, letterature e storia del mondo antico presso l’Università di Roma Sapienza e ha conseguito un dottorato di  ricerca in Scienze documentarie, filologiche e letterarie presso la stessa università. Oltre che di archivistica e letteratura della tarda antichità, oggetto della sua formazione universitaria, si interessa di storia delle donne e di critica teatrale.

2 commenti

  1. Abbiamo partecipato alla battaglia contro le mine x siamo state parte in causa come dipendenti di azienda produttrice la Valsella e ne siamo orgogliose della nostra battaglia

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