Cahiers de doléance

Alla Rivoluzione francese del 1789 presero parte le donne appartenenti a ogni ceto: molte imbracciarono le armi, tantissime organizzarono marce di protesta e in tante furono giustiziate o persero la vita. Furono, al pari degli uomini, il motore della Rivoluzione e fu proprio una donna, Theroigne de Mèricourt, a guidare l’attacco della presa della Bastiglia.
A gran voce, fra altri diritti, le francesi avevano chiesto quello di voto e di rappresentanza ma invano: il suffragio universale fu introdotto solo per gli uomini, le donne lo ottennero solo nel 1945 e lo esercitarono nel 1946. Come sempre, dopo aver dato il loro contributo, furono dimenticate.

Se è nota Olympe de Gouges e la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, meno note sono le richieste delle cittadine francesi di quel turbolento periodo. A milioni si chiedevano: perché un mondo che ha sovvertito leggi e pregiudizi, ha lasciato indietro le donne? Non sono forse parte del popolo? E perché solo gli uomini devono esercitare il potere? Così decisero di prendere la parola redigendo i loro cahiers de doléance.
I cahiers erano “quaderni delle lamentele o delle doglianze” con cui il popolo francese – clero, nobiltà e “terzo stato” – riportava le rimostranze o le proposte da sottoporre al Sovrano.
Di quelli redatti dalle donne, tra il 1789 e il 1804, ne sono rimasti ben pochi e quelli che gli archivi ci hanno restituito appartengono soprattutto alle donne inserite nelle comunità religiose o nel settore del commercio. Nel 1981 sono stati riuniti in un volume dal titolo Cahiers de doléance pubblicato dalla casa editrice La Luna des femmes. Sono quasi sempre le donne che recuperano la memoria di quelle che le hanno precedute. E grazie a quel certosino lavoro possiamo brevemente raccontare una storia conosciuta solo dagli o dalle addette ai lavori.

Nel 1789 durante le Assemblee solo le nobili avevano diritto di rappresentanza, cioè potevano, se in possesso di feudi, delegare il proprio voto. Anche alcune comunità femminili potevano essere rappresentate da un deputato o un procuratore. E tutte le altre? Questa grande Rivoluzione a cosa era servita alle donne che vi avevano partecipato? Avevano l’impressione che per loro era rimasto tutto immutato, ormai non servivano più ed erano escluse dal godimento dei diritti politici.
Così nei loro cahiers iniziarono a chiedere l’abolizione del diritto di primogenitura, il pagamento di dazi e imposte uguali e non superiori a quelli dei commercianti uomini, il diritto di partecipazione e rappresentanza politica diretta e mezzi di sussistenza paritari per i due generi.
Ne La Petizione delle donne del Terzo Stato al Re le loro rivendicazioni denotano la conoscenza dei principi economici e sociali del tempo. Analizzarono e sintetizzarono la loro condizione femminile denunciandone i limiti: o condurre una vita austera in un convento o essere condannate a vegetare come vecchie zitelle oggetto di disprezzo o come mogli di artigiani votate a continue maternità.
Le francesi chiedevano un diritto al lavoro e, nella loro visione, pretendevano che alcuni mestieri fossero esclusivamente di appannaggio femminile. Era una soluzione per garantirsi degli spazi adeguati e vitali. In questa Petizione rivendicarono anche il diritto all’istruzione. Lavoro e istruzione: su questi due punti focalizzarono le loro richieste, convinte che ottenute quelle, conseguenziale sarebbe stata la libertà e l’indipendenza dal giogo maschile.
Queste richieste così ben argomentate, precise e puntuali, frastornarono gli uomini stupiti da tanto ardimento. Alcuni di loro, per denigrare le richieste delle donne, scrissero dei falsi cahiers de doléance firmandoli con nomi femminili. Addirittura ne confezionarono uno in cui esposero le assurde richieste delle prostitute. Ma fu facile smascherarli: la loro ingenuità di espressione, le firme stereotipate, l’amalgama di lamentele senza senso non lasciarono alcun dubbio sulla falsità. I testi redatti dalle donne si esprimevano in maniera differente, la loro indignazione non lasciava spazio al sarcasmo, proponevano soluzioni per riparare alle ingiustizie e discriminazioni subite.

Da alcuni stralci si percepisce come quel pensiero femminile che chiedeva diritti, si esprimesse con una sorta di cautela anche per evitare l’impressione che le loro rivendicazioni potessero stravolgere l’ordine precostituito dagli uomini. «Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi, rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie… Le donne del Terzo stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata, si risolve nel mandarle a scuola… finché non sapranno leggere l’Offizio della Messa in francese… soddisfatti i primi doveri della Religione, si insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare… e molte, per il sol fatto di nascer donne, vengono disdegnate dai genitori che si rifiutano di dar loro una dote per conservare intatto il patrimonio a un figlio destinato a perpetuare il nome… anche noi abbiamo dei nomi da conservare. Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi.
Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, ecc. ecc. che ci lascino almeno l’ago e il fuso…
Chiediamo, Sire, che la vostra bontà ci fornisca i mezzi per far valere i talenti di cui la natura ha voluto provvederci, malgrado gli ostacoli che incessantemente vengono frapposti alla nostra educazione. Che ci assegniate incarichi che possono essere assolti solo da noi… chiediamo occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate… Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter apprendere i principi della nostra lingua, la morale, la religione… noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un’educazione sana e ragionevole, per farne sudditi degni di servivi». Questa Petizione delle donne del Terzo stato al Re, del primo gennaio del 1789, è un capolavoro di diplomazia mirante a ottenere diritti senza esacerbare le differenti posizioni.

Di diverso tono un altro cahier de doléance redatto a Caux sempre nello stesso anno: «Ho osservato con sorpresa e altrettanta ammirazione che per necessità gli uomini permettono alle donne di condividere i loro lavori, le une zappare la terra, tenere il vomere dell’aratro, le altre intraprendere lunghi e faticosi viaggi col freddo più rigido per ragioni di commercio! Possiamo citare parecchie donne che hanno dato al pubblico produzioni utili e illuminanti. Non se ne sono infine viste tenere le redini del governo con maestà e altrettanta saggezza e previgenza? Cosa vogliamo di più per provarci che abbiamo il diritto di protestare contro l’educazione che riceviamo, contro il pregiudizio che ci rende schiave e l’ingiustizia con la quale veniamo defraudate, alla nascita… dei beni che la natura e l’equità sembrano doverci assicurare… si parla di concedere l’affrancamento ai negri; il popolo schiavo quasi quanto loro, sta per riacquistare i propri diritti: e di questi benefici siamo debitori alla filosofia che illumina la Nazione. È mai possibile che essa resti muta nei nostri confronti, o che gli uomini, sordi alla sua voce e insensibili alla sua luce, persistano nel volerci rendere vittime del loro orgoglio o della loro ingiustizia? Io vi invoco, deputati della Nazione, mi rendo conto che la mia richiesta sulle prime pare per lo meno sconsiderata: ammettere le donne agli Stati generali, si dirà, è una pretesa inconcepibilmente ridicola: mai donna è stata ammessa nei consigli del re o della repubblica… i sovrani che hanno governato gli Stati hanno ammesso solo uomini nei loro consigli. Il motto della donna è lavorare, obbedire, tacere. È certo un sistema degno di quei secoli di ignoranza in cui i più forti hanno fatto le leggi e sottomesso i più deboli, ma la cui assurdità, oggi, è stata smascherata dai lumi della ragione… uomini perversi e ingiusti… non fateci crescere come se fossimo destinate a divenire piaceri di un serraglio… non privateci di quelle conoscenze che possono metterci in grado di aiutarvi sia con consigli sia con il lavoro…».

Ed è ancora più accorato l’Appello delle cittadine francesi all’Assemblea nazionale, redatto il 12 giugno 1791, che evidenziano il loro apporto fondamentale alla Rivoluzione e che si vedono negati i diritti per i quali hanno lottato: «Augusti legislatori, incatenereste le mani che vi hanno aiutato con tanto ardore a innalzare l’altare della patria? Renderete schiave quelle che hanno contribuito con zelo a farvi liberi?» Ed ancora le francesi chiedono cambi drastici nella legislazione: «L’autorità coniugale dev’essere conseguenza di un patto sociale. È compito della saggezza della legislazione stabilire un equilibrio tra il dispotismo e l’arbitrio, ma il potere dello sposo e della sposa devono essere uguali e individuali. Le leggi non possono stabilire alcuna differenza tra queste due autorità; esse devono uguale protezione a entrambi e mantenere un equilibrio perfetto tra i due sposi… concedendo alle ragazze un’educazione morale uguale a quella dei loro fratelli… respingete il codice ingiusto e impolitico. Esso sarebbe la tomba della libertà».
Sempre dagli archivi sono stati recuperati altri importanti documenti. In uno di essi, una certa Mademoiselle Jodin indirizzò all’Assemblea nazionale un vero e proprio progetto legislativo per l’uguaglianza tra i sessi. Un altro progetto suggerisce la creazione di un tribunale a Parigi destinato alle sole donne e da loro presieduto. Viene suggerito di crearlo con due sezioni: la Camera di Conciliazione e la Camera Civile, stabilendo pure il numero delle componenti (50 per la Conciliazione e 80 per la Civile) e le modalità e requisiti per farne parte. In otto articoli chiari e concisi si delineano le competenze delle due Camere.

Anche i cahiers de doléances delle piumaie, delle fioriste e delle commercianti di moda, tra cui quello di Madame Marlè, denotano chiarezza di pensiero, conoscenza del mercato e dell’economia, studio delle leggi per proporre modifiche utili e di buon senso. Tutto concentrato sempre in pochi e chiari articoli di proposte legislative. Financo le religiose della città di Aups scrissero un loro cahier per lamentare una rendita insufficiente per provvedere ai loro bisogni, mentre le suore penitenti di Hondtschoote si ribellarono a una tassazione onerosa che toglieva risorse «ad un pensionato per ogni tipo di persona sciocca, lunatica, imbecille o altro». Le religiose sottolineavano come questa loro attività fosse di pubblica utilità: «Che farebbe mai il pubblico, a disagio con persone che hanno la sventura di perdere la ragione, se non esistessero conventi caritatevoli per prendersene cura?». Concludono scrivendo che se loro richieste non fossero state accettate, allora lo Stato doveva farsi carico di questo specifico problema.
Il cahier de doléance da loro esposto è firmato: Suor Seraphine de Caesteker, madre superiora; Suor Marie Dorothèe Van Oudendicke, madre vicaria; Suor Bernardine Annycke e suor Anna Clair Hebben.

La lettura di questi documenti ci dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, di come i popoli si siano privati di intelletti sensibili e preziosi che avrebbero migliorato sicuramente l’esistenza quotidiana di tutti e di tutte.

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Articolo di Ester Rizzo

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Giornalista, laureata in Giurisprudenza, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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