Barbie tra femminismo e patriarcato

La bambola di plastica più controversa e criticata della storia approda al cinema sotto la regia arguta e geniale di Greta Gerwig, già nota per Piccole donne e Lady Bird.

Barbie non ha avuto vita facile e fin dalla sua nascita nel 1959 è stata oggetto di polemiche e giudizi che l’hanno sempre dipinta come un’icona maschilista, colpevole di rappresentare un’ideale di bellezza stereotipato e irraggiungibile: magrezza eccessiva, gambe troppo sottili, vita e fianchi esageratamente stretti sono solo alcune delle caratteristiche di Barbie che farebbero sentire le donne inadatte e sbagliate, perché non rispondenti a questo standard di perfezione imposto.
Nonostante le legittime perplessità iniziali, Barbie ha saputo adattarsi ai tempi che cambiano e interrogarsi sui messaggi di cui vuole farsi portatrice. E così sugli scaffali dei negozi di giocattoli sono comparse Barbie più inclusive che rappresentano etnie diverse e che vedono le donne protagoniste e in carriera.

Ma tutto questo non è sufficiente perché Barbie possa considerare l’obiettivo raggiunto e per capirne il motivo la nuova pellicola di Greta Gerwig ci fa viaggiare fino a Barbieland, una terra lontana, in cui il rosa si staglia incontrastato, le giornate sono sempre uguali e meravigliose, si festeggia ogni sera e la struttura della società ha un’impostazione matriarcale, in cui le donne occupano posizioni di potere, vincono il Premio Nobel, sono giudici della Corte Suprema, sono dottoresse, lavoratrici, imprenditrici e padrone di sé stesse.
La sorellanza e l’amicizia tra Barbie sono il collante che tiene tutto saldamente in piedi, ma c’è davvero poco spazio per Ken, ridotto a un personaggio secondario, che vive in funzione di Barbie e manca di personalità.

Tutto sembra filare magicamente liscio, finché Barbie si rende conto di non essere più così perfetta come crede: i suoi piedi diventano piatti, sulle cosce compare la cellulite e nella sua mente si insidiano pensieri tristi. Barbie non è più il giocattolo di plastica che beve da bicchieri vuoti e si libra nell’aria per uscire di casa e salire in macchina, ma prova dei sentimenti che non conosce, non sa definire e si sta confrontando per la prima volta con l’imperfezione della natura umana. La causa è tutta da attribuire a uno strappo che sta mettendo in comunicazione Barbieland e il Mondo Reale, quindi la protagonista decide di intraprendere il viaggio verso la terra per sistemare il pasticcio, con l’entusiasmo e la convinzione che qualunque donna incontrerà sarà felice di conoscerla e la ringrazierà per essere il simbolo dell’emancipazione femminile. L’incontro tra Barbie e il Mondo Reale è peggio di una doccia gelata. La bambola capisce di non essere l’icona femminista che credeva e i suoi sentimenti negativi aumentano di intensità, fino a portarla ad affrontare una crisi esistenziale profonda. Inoltre, si rende presto conto che nel mondo in cui è arrivata sono gli uomini a detenere la maggior parte del potere e dei privilegi. Barbie scopre che la società perfetta e matriarcale in cui vive non è la stessa che l’ha generata molto tempo prima.

Al contrario, Ken, che si è offerto di accompagnare Barbie nella sua missione, incontra per la prima volta il patriarcato e ne rimane estasiato, tanto da tornare a Barbieland come un messia per spodestare le Barbie e fondare il Kendom, un regno dove i Ken finalmente possono comandare, essere veri uomini e avere le Barbie ai loro piedi. Ma nonostante l’euforia iniziale, anche i Ken dovranno fare i conti con il lato oscuro del patriarcato e le sue ripercussioni.
Le aspettative sociali e le imposizioni di modelli maschili stereotipati finiscono per diventare un boomerang che colpisce i Ken dritti al cuore. Ed è qui che il concetto di mascolinità tossica viene sdoganato e magistralmente chiarito al pubblico. Che cosa significa essere un vero uomo per Ken? La ricerca del potere, l’imposizione di sé stessi sugli altri, il rifiuto di ciò che è femminile (il colore rosa infatti sparisce nel Kendom) e la durezza del carattere sono solo alcuni dei capisaldi del patriarcato che Ken ha deciso di instaurare a Barbieland. L’uomo vero è colui che è in grado di dimostrare di essere sempre forte, non avere mai bisogno di aiuto e soprattutto non deve esternare in alcun modo sentimenti, debolezze e fragilità.
Anche Ken vivrà un momento di smarrimento e introspezione, perché si accorgerà che le rigide regole imposte dal patriarcato sono deleterie sia per le Barbie che per tutti gli altri Ken.

Entrambi capiranno che la perfezione non esiste, che l’accettazione di sé stessi e la condivisione delle proprie insicurezze e vulnerabilità rappresenta un importante momento di crescita interiore.
Ken imparerà finalmente a bastarsi e ad essere sé stesso senza Barbie (da qui il bellissimo gioco di parole I am K-enough). Barbie, invece, comprenderà che non le basta più vivere giornate sempre uguali tra coreografie e paillettes e vincerà la sua paura del cambiamento, decidendo di compiere un passo radicale.

Questo film è stato tacciato di superficialità e di aver trattato tematiche attuali e rilevanti in modo dozzinale e senza riuscire ad approfondirle dignitosamente. In realtà, c’è un’enorme differenza tra la leggerezza e la superficialità. Quando si porta in scena un tema in modo leggero, si è ben consci della sua levatura, ma si tenta di trasmetterlo senza gravare sul pubblico e impegnandosi per strappare anche una risata. Chi è superficiale, invece, non ha ben chiara l’importanza di certe istanze e tantomeno ne mostra coinvolgimento, quindi il messaggio che vuole passare si svuota del suo contenuto e perde di valore.
La pellicola porta sul grande schermo temi come il patriarcato, le disuguaglianze e gli stereotipi di genere, la mascolinità tossica e riesce a dare un nome e un volto a ognuno di essi, mantenendo però l’ironia, la leggerezza e il divertimento tipici dei giochi per l’infanzia, quali sono appunto le Barbie.
Quante persone avranno sentito per la prima volta il termine “patriarcato” guardando Barbie al cinema? Non è dato sapere, ma è solo nominando le cose che queste iniziano a esistere e nel momento in cui esistono le si può affrontare. Solo la presa di coscienza del problema mette la società nella condizione di poterlo contrastare.

La consapevolezza è tutto e certamente questo film ha contribuito a rendere chiunque più consapevole dell’esistenza del patriarcato e delle sue conseguenze, facendo ridere, commuovere e anche pensare, ma senza cadere nel banale e soprattutto senza mai essere superficiale.
Greta Gerwig ha lanciato al pubblico molti spunti di riflessione, ma a questo punto spetta alla singola persona decidere come utilizzarli.

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Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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