Una studente colombiana in italia

Nelle nostre “scuole” informali ci troviamo di fronte difficoltà non indifferenti, sia quando chi arriva da lontano non ha mai sentito neppure il suono dell’italiano e non ne conosce le strutture; sia quando chi è stato qui per tanto tempo finalmente decide, o trova il tempo, di dedicarsi a scrittura e lettura.
Spesso però un ostacolo altrettanto impegnativo è quello culturale e in questo caso si ha la sensazione di camminare sulle uova: se da una parte è importante creare un buon livello di empatia, dall’altra c’è sempre l’incognita di porre domande che risultano invadenti, di fare richieste troppo dettagliate. È perciò essenziale comunicare in maniera amichevole ed efficiente; io trovo sempre più semplice iniziare per prima a parlare di me, dicendo il mio nome, dove vivo, cosa faccio, la mia età, per vedere se chi mi ascolta capisce e al tempo stesso lasciarla o lasciarlo libero di replicare e scegliere quali informazioni condividere.

Con F., che arriva dalla Colombia, capirsi è stato relativamente facile: è bastato parlare lentamente, integrando con un po’ di spagnolo, e siamo subito entrate in confidenza: lei viene dalla zona di Cali, una grande città sulla Panamericana, dove viveva con i genitori infermieri e quattro tra fratelli e sorelle. Io sono stata a Cali molti anni fa, mi basta accennarlo e lei si sente subito a suo agio: in qualche modo le sembra più facile parlarmi della sua zona e la gratifica aggiungere dettagli alla mia percezione, più superficiale e approssimata, di viaggiatrice di passaggio.
F. ha 24 anni e adesso quella grande famiglia di cui parla con affetto e un po’ di nostalgia è sparsa fra la Colombia e la Spagna: una sorella e un fratello sono emigrati prima di lei e si sono stabiliti in quel paese. Lei è arrivata in Italia da Madrid, per incontrare un fidanzato che ha conosciuto ben dieci anni fa, cioè quando era poco più che bambina, e che non aveva più rivisto. Adesso vivono insieme: lui è muratore, lavora da tempo qui e per ora la sostiene economicamente; lei in cambio si prende cura del piccolo appartamento che condividono con altri connazionali e sbriga le faccende quotidiane; nel frattempo, facendo tesoro dell’esperienza di chi l’ha preceduta, cerca di regolarizzare la propria posizione, districandosi fra Questura, uffici comunali, Azienda sanitaria. Una vita poco gratificante, per il momento, probabilmente anche a causa delle ristrettezze economiche, di cui F. non parla apertamente. Le chiedo se ha visitato la città e le indico tutte le possibilità per passare il tempo senza annoiarsi (e ovviamente senza dover spendere denaro): panorami e passeggiate, i mercati rionali, le vetrine del centro. Dopo qualche incontro visitiamo insieme un grande magazzino nelle vicinanze, situato in un edificio storico; mentre F. osserva i capi di abbigliamento le faccio notare le statue e la piccola fontana all’interno dell’edificio, un bell’esempio di architettura barocca. È incuriosita, ammira le costruzioni e si accorge di saper leggere facilmente le didascalie in italiano, sorpresa e divertita di poter capire quasi tutte le informazioni storiche e artistiche.

F. impara molto in fretta: innanzitutto è facilitata dalla somiglianza fra lo spagnolo e l’italiano, in secondo luogo è altamente scolarizzata: è “ingegnera tecnica”, un titolo non meglio definibile che connette informatica e ingegneria, e che spera le venga presto riconosciuto anche in Italia; un ultimo stimolo, non meno importante, è dato dalla monotonia della sua vita, dove “perfino” le lezioni di italiano, come mi dice sorridendo, rappresentano un diversivo piacevole, soprattutto quando sono accompagnate da qualche rivista, qualche filmato o qualche “uscita didattica”.
All’inizio del nostro “corso” le sue difficoltà sono quelle tipiche degli ispanofoni: il suono di ch, la differenza fra ser e estar, l’uso di articoli e pronomi, le terminazioni di singolari e plurali. Io procedo come sempre, privilegiando l’aspetto comunicativo così da favorire la conversazione e permetterle di essere autonoma, organizzandosi al meglio quando fa la spesa, deve contattare uffici pubblici o studi medici.

Gradualmente F. mi racconta dettagli della sua vita in Colombia; parla poco della famiglia, per evitare di commuoversi, ma descrive invece la scuola dove ha studiato, di cui va molto orgogliosa: i suoi genitori si sono sacrificati per far studiare tutti, figli e figlie, affinché potessero assicurarsi un futuro migliore. Il fatto che l’istituto sia strutturato come quelli nordamericani rappresentava una garanzia, tuttavia, dopo una laurea triennale, è stato evidente che la sua figura professionale non era abbastanza richiesta; perciò, vista l’esperienza della sorella e del fratello, ormai residenti stabilmente in Spagna, nonché di questo fidanzato che lavora in Italia, anche F. ha preso la decisione di varcare l’oceano.
Quando F. accenna alla sua nuova vita è più esitante: è una giovane donna che affronta per la prima volta un viaggio lontano da casa, senza alcuna certezza di poter tornare indietro e senza sapere molto di ciò che dovrà affrontare; l’Italia avrebbe dovuto essere la sua meta definitiva ma adesso, visto che per il momento non riesce a trovare lavoro, pensa di fare la spola con la Spagna, tornare dalla sorella per l’estate, trovare un impiego stagionale e rientrare in Italia in autunno.
La scoraggiano innanzitutto le difficoltà della vita quotidiana: il clima è freddo e le sembra che i pesanti giacconi che indossa non le bastino mai; inoltre la casa non ha riscaldamento – neppure la sua residenza colombiana lo aveva, ma qui sarebbe necessario. Inoltre, stare in casa tutto il giorno è difficile non solo per il freddo; la solitudine è un altro problema, anche se lì vicino vive un’altra ragazza colombiana e possono farsi compagnia; le propongo di invitarla a venire anche lei ai nostri incontri, così qualche volta arriva anche G., ma chiarisce subito che lei non si fermerà in Italia, non le interessa imparare la lingua perché tornerà in Spagna dai parenti al più presto.

Le conversazioni con F. cominciano sempre con un breve riassunto delle attività settimanali, un esercizio che in poco tempo diventa ripetitivo e perciò ci permette di concentrarci meglio sulla correttezza, prima di passare ad argomenti più impegnativi e ampliare il vocabolario. F. è presto in grado di seguire i brevi video che propone il mio libro, semplici episodi di vita quotidiana che durano pochi minuti e riprendono la protagonista, un’immigrata come lei, mentre si adatta nella sua nuova casa, fa la spesa, va a scuola; oppure cerca lavoro, frequenta uffici per regolarizzare la sua posizione e studi medici quando necessario.
F. si mostra interessata soprattutto quando il video mostra la giovane donna che fa la spesa, perché cucinare è il suo passatempo principale e, come molti altri immigrati, anche lei ama le ricette del suo Paese; per fortuna nella nostra città già da diversi anni non è difficile trovare ingredienti esotici e questo aiuta chi viene da lontano a gustare i sapori di “casa”. Un po’ per nostalgia, un po’ perché sono quelle che esegue con più sicurezza – e certamente le più gradite nella piccola comunità di immigrati in cui vive – F. elenca gli ingredienti e insieme scriviamo il procedimento di un paio di piatti colombiani.

Un altro video che F. trova interessante riguarda la ricerca della casa: la protagonista visita un appartamento, molto semplice ma completo di tutto ciò che anche lei desidererebbe, dall’ampio soggiorno alla cucina funzionale, ai servizi alla camera da letto. F. sogna una casa per sé come quella che ha appena visto e il suo vocabolario si amplia includendo sostantivi, aggettivi e verbi. I nostri incontri si concludono con l’arrivo dell’estate: come mi aveva anticipato, F. mi saluta e riparte per la Spagna, assicurandomi che mi darà sue notizie; non mi resta che attendere le sue mail e il suo ritorno in autunno.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

Un commento

  1. Semplice ma significativo questo racconto. Molto toccante. Non ho capito perchè usa nel titolo la parola “studente” e non “studentessa”. Anche nella sua presentazione usa “dottora”. Grazie per una spiegazione.

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Paola Cancella risposta