Editoriale. C’era una volta una giudice 

Carissime lettrici e carissimi lettori 

c’era una volta. Non tantissimo tempo fa. Una favola amara che racconta di una notte appena iniziata, di vite spezzate, di un pezzo enorme di montagna caduta nell’acqua e dell’acqua carica di fango che trasborda con una violenza inaudita seppellendo di fatto un paese più grande e le sue frazioni. 
Racconta di circa duemila morti a cui quell’acqua ha fermato la vita e con la vita tanti sogni, i progetti, annullando gli affetti e sciogliendo per sempre i legami.  
A Longarone, e nei piccoli centri della valle dove scorre il torrente Vajont, quella notte, alle 22, 39, sono morti quasi tutti tra i suoi e le sue abitanti. Il vento impetuoso, il fango e la forza dell’acqua schizzata fuori dalla diga, costruita, tra tanti dubbi e perplessità, negli anni ’50 del secolo scorso (fu ultimata nel 1956), ha spazzato via ragazzine/i, donne e uomini, giovani e anziani/e, insieme agli animali, alle case e agli alberi e a tutto il resto. Tutto, anche quelli che stavano al bar per seguire le immagini del miracolo del tempo, con le informazioni che ormai arrivavano tutti i giorni dalla scatola a sorpresa che trasmetteva i primi programmi, i primi quiz, i primi Caroselli. Che per vederla a casa bisognava avere i soldi, e tante persone non li avevano. 

«Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. […] Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua… Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti.» 
Così narra Marco Paolini, nel suo monologo teatrale del 1993 intitolato Il racconto del Vajont e conosciuto anche come Vajont 9 ottobre ’63 – Orazione civile. Scritto da Paolini e dal regista Gabriele Vacis assieme a Gerardo Guccini e Alessandra Ghiglione, e interpretato dallo stesso Paolini. 
Era il 9 ottobre del 1963. Molte e molti di noi erano già nate/i e chi c’era ricorda il dispiacere profondo, il dubbio atroce delle responsabilità. Io ero piccola, ma non così tanto da non capire, da non percepire nel cuore quel dolore immenso arrivato sulla gente della valle del Vajont in forma di acqua e fango trasbordato violentemente da quella diga che avevano raccontato come portatrice di ricchezza e progresso. 

Il Corriere delle Alpi, per il sessantenario della tragedia, ha pubblicato una serie di articoli e di ricordi di quella triste notte alle falde del monte Toc. Sulla sentenza scrive: «Il processo Vajont è terminato quasi sette anni e mezzo dopo il disastro, 14 giorni prima di cadere in prescrizione. Un procedimento giudiziario che ha deluso i sopravvissuti per le condanne a pochi anni, lievi se rapportate agli effetti dell’ondata. La giustizia però ha riconosciuto la prevedibilità dell’evento: la Sade (poi Enel) sapeva. E, cosa rarissima in Italia, ha riconosciuto responsabile, tra gli altri, anche lo Stato. La magistratura aveva aperto l’inchiesta appena tre giorni dopo il disastro del 9 ottobre 1963. In parallelo si muovono le indagini tecniche e amministrative. Il 14 ottobre il ministro dei Lavori pubblici nomina una Commissione che esamini il comportamento degli organi ministeriali. Di lì a tre mesi, le conclusioni: «non regolare funzionamento degli uffici»; gravi negligenze da parte della Sade e carenze nei controlli statali. Saltano delle teste: vengono subito sostituiti i prefetti di Belluno e di Udine, il capo del Servizio dighe Francesco Sensidoni, il presidente della IV sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Curzio Batini e il capo del Genio civile Almo Violin». 

La sera di lunedì 9 ottobre, appena si apre la prossima settimana, per il sessantesimo anniversario della tragedia, dopo trenta anni dal suo primo spettacolo, Marco Paolini riporterà a teatro il suo monologo sulla tragedia della valle del Vajont, che costò, è importante sottolinearlo, la vita a 2.000 persone. Sarà, però, rivisitato e trasformato in un progetto corale: Marco Paolini VajontS 23, un’azione corale di teatro civile realizzata in contemporanea in 130 teatri, in Italia e all’estero. Ogni compagnia che ha aderito al progetto porterà in scena lo spettacolo rimaneggiato a modo proprio, con un allestimento originale, più o meno aderente allo storico testo di Paolini. Tutti, però, alle ore 22.39 si fermeranno, tutti nello stesso momento, per ricordare la tragedia nel minuto esatto in cui avvenne. «VajontS 23 sarà come un canovaccio. C’è chi lo metterà in scena integralmente, chi lo userà come uno spunto e lo legherà alle tante tragedie annunciate che si sono succedute dal 1963 a oggi: in Toscana l’alluvione di Firenze del 1966, in Piemonte si racconterà di quando il Po e il Tanaro esondarono nel 1994, in Veneto delle alluvioni del 1966 e del 2010, in Campania della frana di Sarno del 1998, in Friuli degli incendi del Carso nel 2022, in Alto Adige della valanga della Marmolada del 3 luglio del 2022 e in Romagna dell’alluvione di maggio». 
In più Paolini ci tiene a far sapere il significato nuovo dato a questa sua rilettura della tragedia di allora, riscritta per l’occasione da Paolini e Marco Martinelli (drammaturgo e regista del Teatro delle Albe): «non sarà più solo un racconto di memoria e di denuncia sociale, ma diventerà una sorta di monito, la narrazione di quel che è accaduto si moltiplicherà in un coro di tanti racconti per richiamare l’attenzione su quel che potrebbe accadere. Quella del Vajont — spiega Paolini — è la storia di un avvenimento che inizia lentamente e poi accelera. Inesorabile. Si sono ignorati i segni e, quando si è presa coscienza, era troppo tardi. In tempo di crisi climatica, non si possono ripetere le inerzie, non possiamo permetterci di calcolare il rischio con l’ipotesi meno pericolosa tra tante. Tra le tante scartate perché inconcepibili, non perché impossibili». (Dire.it) 

Le donne, di tutto il mondo, sono di nuovo vittime di prepotenze, di ingiustizie e di mala giustizia. Come la ragazza che ha subito lo stupro del luglio scorso a Palermo, trascinata anche a calci e spintoni dai coetanei che hanno abusato poi di lei, senza che nessuno e nessuna (sì, sottolineiamolo questo non aiuto collettivo, questo non voluto ascolto!) intervenisse, che ha continuato ad avere insulti sui social, dai maschi e, ahinoi, dalle femmine. Ora sappiamo anche che presentandosi in Tribunale, a Palermo, gli avvocati degli indagati volevano interrogarla sul suo passato! Per ottenere chiarimenti su cosa? Si è opposta, ne siamo felici, la giudice Clelia Maltese che presiedeva l’incidente probatorio.  
In Iran, dopo poco più di un anno dalla morte di Mahsa Amini per le conseguenze della violenza fattale a causa di una ciocca di capelli fuori dall’hijab, la polizia morale (non doveva essere abolita?) ha replicato l’orrore del settembre del 2022. Il gruppo curdo per i diritti umani Hengaw Organization for Human Rights ha dato la notizia di una studentessa di 16 anni picchiata dalla polizia morale in metropolitana perché non indossava il velo obbligatorio secondo l’ordine degli ayatollah di Teheran. La Ong curda ha successivamente pubblicato anche una foto della giovane con la testa fasciata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Fajr. Il regime iraniano nega la versione, che invece è diventata virale sui social e sui media iraniani in esilio, e le forze di sicurezza hanno, intanto, provveduto a presidiare l’ospedale dove sta la ragazza per impedire alle persone di riunirsi e protestare. Oggi la giovane, Armita Geravand, è in coma e anche sua madre è stata arrestata.

Diamo una conclusione meno cupa a questo editoriale che ha voluto ricordare soprattutto l’anniversario di una tragedia che ha segnato l’Italia. Non dimentichiamo però di certo una tragedia più attuale, accaduta questa settimana, che ha visto, probabilmente per un’altra incuria sociale, un autobus, carico di turisti e turiste, precipitare giù da un viadotto e dare la morte a 21 persone che stavano tornando nel camping di Mestre, dove abitavano per la vacanza, sicuramente con l’incanto, nella mente e nel cuore, di una giornata tutta dedicata a Venezia.  

Né dobbiamo ignorare e vogliamo ricordare, soprattutto alle autorità politiche, il decennale della tragedia del mare accaduta davanti all’isola di Lampedusa, il 3 ottobre 2013: 368 persone affogarono abbandonando il loro sogno di vita e riscatto da compiere in Europa. Dal 2016 questa data è diventata, in virtù della legge 45/2016, la celebrazione della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza. La ricorrenza è stata istituita per ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà. Ma da allora si è continuato a morire, specialmente in mare. Particolarmente nel mare nostrum, nel mare tra le terre, che dovrebbe congiungere, costruire solidarietà anche tra le persone che le popolano.  
È arrivato, dal tempo successivo a quella grande tragedia siciliana, anche un altro giorno. D’inverno, a metà febbraio. Tutto, allora, è accaduto in una manciata di secondi: il barcone si è rivoltato, per la forza delle onde invernali, nonostante fosse stato avvistato da tempo. Altre decine di morti, ancora a poche bracciate di mare dalla costa. Questa volta davanti a Cutro, nel catanzarese, lungo la costa calabra.  
Un decreto-legge, poi convertito in legge dal Parlamento, che il governo ha varato nei giorni appena successivi alla disgrazia porta il nome del luogo del naufragio, ma non parla di pietas o di soccorso. Dice di restrizioni e di rigore. Come a ricordare quei giorni in cui si rimproverava ai natanti, ai vivi come ai morti, che non dovevano partire. E nessuno, del governo, a Cutro, prima di dare il nome del luogo che li ospitava alla legge, è passato per un saluto e un inchino a quelle bare che racchiudevano speranze smorzate per sempre.  

Oggi nasce il dissidio tra lo stesso governo e una giudice di Catania che, rispettando la Costituzione, come le hanno insegnato i suoi studi, reputa di non convalidare il provvedimento, poi convertito in legge dal Parlamento, di trattenimento del Questore riguardante tre ospiti del centro di Pozzallo, un luogo che a tutti gli effetti può essere (è) un centro di reclusione visto che chi è al suo interno è privato della libertà.  
Scrive la rivista MicroMega sull’argomento: «Iolanda Apostolico (estranea alle correnti della magistratura e definita nei corridoi del suo stesso palazzo di giustizia “un cane sciolto”) ha rigettato la richiesta di convalida del trattenimento disposta per tre migranti dal Questore di Ragusa, finendo per incendiare la scena politica in poche ore. Il motivo è che ha decostruito con le sue decisioni – e perciò a colpi di diritto – la versione Cutro che il governo aveva confezionato, all’indomani della strage di migranti in quel pezzo di mare della Calabria. E continuando riguardo ad un’altra contestazione fatta dalla giudice catanese dice: «Sulla cauzione, la giudice scrive parole precise: «non si configura come misura alternativa al trattenimento ma come requisito amministrativo imposto al richiedente prima di riconoscere i diritti conferiti dalla direttiva 2013/33/UE, per il solo fatto che chiede protezione internazionale». E cita la Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013: «Il trattenimento dei richiedenti dovrebbe essere regolato in conformità al principio fondamentale per cui nessuno può essere trattenuto per il solo fatto di chiedere protezione internazionale, in particolare in conformità agli obblighi giuridici internazionali degli Stati membri, e all’articolo 31 della convenzione di Ginevra. I richiedenti possono essere trattenuti soltanto nelle circostanze eccezionali definite molto chiaramente nella presente direttiva e in base ai principi di necessità e proporzionalità per quanto riguarda sia le modalità che le finalità di tale trattenimento…Al fine di meglio garantire l’integrità fisica e psicologica dei richiedenti, è opportuno che il ricorso al trattenimento sia l’ultima risorsa e possa essere applicato solo dopo che tutte le misure non detentive alternative al trattenimento sono state debitamente prese in considerazione. Ogni eventuale misura alternativa al trattenimento deve rispettare i diritti umani fondamentali dei richiedenti». 

Fermiamoci. Cerchiamo, come più sopra abbiamo annunciato, refrigerio del cuore e della mente in altri argomenti, positivi, di attualità. Subito un esempio. Questa è stata la settimana dell’assegnazione dei Premi Nobel che verranno, come di prassi, consegnati a dicembre. Alla ribalta dell’importante riconoscimento svedese ci sono stati dei nomi femminili che sono andati ad alimentare la pingue lista dei 63 premi concessi dal 1901 (anno dell’istituzione del Nobel) alle donne e solo 27 dati a scienziate.  
Nell’epoca in cui si incoraggiano le ragazze a scegliere le cosiddette professioni Stem, per il Nobel 2023 hanno iniziato le scienziate, seppure in tandem con i colleghi maschi. La prima ad essere premiata quest’anno è stata Katalin Karikó, ungherese di nascita (classe 1955) che ha vinto, insieme all’americano Drew Weissman, 64 anni, il premio Nobel per la Medicina. A seguirla, il giorno dopo, è stata Anne L’Huillier che, insieme agli scienziati Pierre Agostini e Ferenc Krausz, ha partecipato nella vittoria del Nobel per la Fisica, premio ricevuto per lo studio degli attosecondi, i segnali più brevi mai creati dall’uomo e che promettono di aprire la via a una nuova era dell’elettronica.

Ma la notizia più bella, seppure piena di dolore, è arrivata ieri, da celebrare a Oslo, come aveva stabilito lo stesso fondatore del Premio che per il Nobel per la Pace ha indicato la capitale norvegese. A riceverlo quest’anno è stata l’attivista iraniana Narges Mohammadi, vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran che da anni si batte contro la pena di morte e per i diritti delle donne. Narges Mohammadi, cinquantunenne, è stata arrestata a novembre del 2022 dopo che aveva partecipato a una commemorazione per le vittime della violenza e della repressione del 2019. Condannata in un processo sommario, durato poche ore, a 10 anni e nove mesi e a 70 frustate, è attualmente in prigione a Teheran.
Dal carcere di Evin ha commentato: «Non smetterò mai di lottare per la realizzazione della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Certamente il Premio Nobel per la Pace mi renderà più resiliente, determinata, fiduciosa ed entusiasta in questo percorso, e accelererà il mio ritmo. Resterò in Iran e continuerò il mio attivismo civile a fianco degli oppressi, anche se trascorrerò il resto della mia vita in prigione. A fianco delle coraggiose madri iraniane, continuerò a lottare contro l’incessante discriminazione, la tirannia e l’oppressione di genere del regime religioso finché le donne non saranno liberate». Speriamo, il prossimo 9 ottobre, in un Nobel per l’economia assegnato a una donna.

Sono la delicatezza e la forza del verso di Alda Merini a portarci nella poesia che leggeremo insieme questa settimana dedicata a Lampedusa e a tutte le terre di approdo. La grande poeta milanese la scrisse alla vigilia dell’inaugurazione della Porta d’Europa, monumento opera di Mimmo Paladino che ricorda «tutti i migranti che giungono sull’isola dopo interminabili ore di viaggio in mezzi di fortuna con nel cuore la speranza di una nuova vita, e in particolare tutti quelli che non arrivano, inghiottiti dal Mediterraneo». Fu recitata la prima volta proprio durante l’inaugurazione del monumento, a Lampedusa, il 26 giugno 2008. 

Una volta sognai 
di essere una tartaruga gigante 
con scheletro d’avorio 
che trascinava bimbi e piccini e alghe 
e rifiuti e fiori 
e tutti si aggrappavano a me, 
sulla mia scorza dura. 
Ero una tartaruga che barcollava 
sotto il peso dell’amore 
molto lenta a capire 
e svelta a benedire. 
Così, figli miei, 
una volta vi hanno buttato nell’acqua 
e voi vi siete aggrappati al mio guscio 
e io vi ho portati in salvo 
perché questa testuggine marina 
è la terra 
che vi salva 
dalla morte dell’acqua.
 (Alda Merini) 

Buona lettura a tutti e a tutte. 

Per presentare gli articoli di questo numero partiamo da una recensione che ci lega anche all’editoriale di oggi. La tragedia del Vajont. Esperienze vissute in prima persona ne ricorda il sessantesimo anniversario attraverso il libro Il saldatore del Vajont, di Antonio G, Bortoluzzi, uno degli autori a noi cari che collabora con la Sezione Narrazioni del Concorso “Sulle vie della parità”. Continuiamo con il racconto biografico, per Calendaria 2023, di Malala Yousafzai, una vita d’eccezione, una persona speciale cui tutti e tutte siamo affezionate. Se Malala è riuscita a farsi conoscere in tutto il mondo, molte donne che hanno contribuito al miglioramento della società restano ancora nell’ombra. Tra queste per “La targa che non c’è” l’autrice di Via del Casaletto n°202-204. La casa di Maria Michetti ci fa incontrare «una partigiana, una politica, una sociologa, una pacifista e una femminista romana». La nostra rubrica “Credito alle donne” si arricchisce con la bella storia della prima direttrice generale, a soli trent’anni, di una Cassa rurale, raccontata nell’articolo dal titolo Ragazze, non puntate sulla civetteria. Siate curiose e intraprendenti, mentre le interviste di questa settimana sono due, quella ad Alice Boffi, in Rendere il mondo un posto più giusto e quella alle sorelle Corazza in EVOluzione. Storia di due frantoiane. 
Rocket Girls. Storie di ragazze che hanno alzato la voce ci introduce nel mondo delle donne della musica rock, non solo cantanti e musiciste, ma anche giornaliste e discografiche, descrivendoci un ambizioso e articolato progetto, «ideato, curato e condotto da Laura Gramuglia: speaker, dj, autrice, storyteller e operatrice culturale». 

Di conquista del potere attraverso i corpi ci parla invece l’autrice della serie Bibliografie vaganti” in Potere e corpi delle regine. 

Non smetteremo mai di parlare di viaggi al femminile, perché ci piacciono troppo. In questo numero lo facciamo con Una settimana in volo, l’esperienza di un volo di gruppo, il Tour Italy del club Piloti di Classe e con la seconda parte di Lo sguardo femminile del Grand Tour. Anche Sulle tracce di Napoleone parla di un viaggio, raccontato in un libro e in una puntata di Lonely Planet. 

A una tappa in Toscana difficilmente si può rinunciare, soprattutto se si tratta di visitare una Mostra, come Il Palio di Pescia nelle carte d’archivio, di cui si parla nell’articolo Il Palio pesciatino in onore di santa Dorotea. 

Cambiamo argomento con Generale Vannacci, un articolo sui cui meditare, una risposta secondo i principi e i valori della nostra Costituzione e dei diritti umani al best seller autopubblicato Il mondo al contrario.

Chiudiamo con Il settembre di Toponomastica femminile, che, raccontando le iniziative a cui la nostra associazione ha preso parte, rivaluta la figura dei disertori, chiamati «traditori e traditrici della guerra» sottolineando che le donne che combattono il patriarcato non possono non stare dalla parte della pace. 

Buona pace a tutte e tutti. 
SM 

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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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