Quando aprì quella vecchia porta chiusa con il filo di ferro, Doriana Lamborghini aveva poco più di vent’anni. All’inizio degli anni Cinquanta era una maestrina intraprendente e piena di sogni, spinta da un’irrefrenabile curiosità. Voleva vedere il piccolo ufficio dove, si diceva a Corporeno nel ferrarese, facevano credito ai contadini salvandoli dalle grinfie degli usurai. Entrò in una stanzetta disadorna dalle pareti stinte. Un tavolino, una panca, due registri e una scatola di latta da biscotti che fungeva da contenitore del denaro contante. Era il primo embrione di una Cassa rurale e Doriana certo non immaginava che, aprendo quella porta, avrebbe dato una svolta decisiva al proprio futuro.

S’impegnò subito come volontaria in quella lodevole attività, fu poi assunta come dipendente quando, anche grazie alla sua iniziativa e al suo impegno, la stanzetta era diventata in breve tempo la principale banca di quel territorio. Una banca di cui Doriana, che nel frattempo si era sposata e laureata in sociologia, nel 1960 è diventata a soli trent’anni la prima direttrice generale. Al vertice della Cassa rurale di Corporeno ― poi diventata Bcc di Cento, oggi accorpata da Bcc Centro Emilia ― ha inaugurato nuove sedi, assorbito altre banche, aperto nuove filiali. Ha mantenuto il suo incarico per trentasei anni, fino alla pensione. Le collaboratrici di allora la ricordano per la sua eleganza e soprattutto per il rigore che trasmetteva: era una grande lavoratrice, che molto dava e molto pretendeva. Ma che teneva anche a fare ogni anno una gita di alcuni giorni insieme al personale. Una severa direttrice che un lunedì di primavera comprese e accettò la scelta autonoma delle dipendenti di presentarsi al lavoro con i propri vestiti colorati, senza il grembiule nero che le donne allora indossavano negli uffici bancari.
Doriana Lamborghini è stata protagonista a Roma e a Bologna della fondazione del sindacato nazionale dirigenti delle banche cooperative e della Cassa mutua del credito cooperativo. Negli anni Novanta ha ricevuto importanti riconoscimenti dallo Stato italiano: Cavaliere del Lavoro, Commendatore, Stella al merito e Maestro del Lavoro. Tutti titoli non declinati al femminile. Da sempre impegnata nel sociale, è stata consigliera comunale a Cento, dove si è impegnata con successo per mantenere l’ospedale locale.
Oggi è una distinta signora di novantatre anni, acuta nei giudizi e sempre elegante nei modi e nel vestire. Festeggia sessantaquattro anni di matrimonio col marito Antonio, fiera dei due figli architetti e di quattro nipoti, le più grandi laureate. È un privilegio per me, che faccio parte dell’Associazione delle donne del Credito cooperativo iDEE, poter testimoniare la storia professionale e umana di una pioniera come lei.
È stata una delle prime direttrici di banca del nostro Paese, dal 1960. Quali sono stati i fattori che le hanno reso possibile raggiungere e mantenere per trentasei anni una posizione così rara per una donna?
«La risposta che mi viene più spontanea e immediata è che sia stato un caso per caso. Penso che abbia inciso molto nel mio percorso la curiosità e la volontà di una giovane che aspirava a entrare nella vita. Che desiderava ardentemente realizzarsi, ma senza porsi un obiettivo predeterminato. Ho messo in campo una capacità di adattamento che non poneva limiti alla ricerca di opportunità. Non mi ha mai lasciato il desiderio di misurare me stessa e di mettermi alla prova. Aggiungo infine la mia assoluta mancanza di un senso d’inferiorità di genere, che mi ha accompagnato per tutta la vita. Per l’epoca non era scontato. Ho vissuto con la massima naturalezza il fatto di essere una donna ai vertici di una banca».
A cosa teneva di più quando dirigeva la Cassa rurale?
«Ho sempre pensato che una banca, soprattutto una banca cooperativa, debba essere anzitutto un’impresa fondata e condotta con principi etici. Applicati nei fatti, non solo enunciati a parole. Ho tenuto sempre a tutelare l’interesse della clientela, naturalmente correlato nel giusto rapporto con quello della banca. La direzione deve preoccuparsi della soddisfazione del cliente e dell’immagine della banca. Ho dato molta importanza alla preparazione del personale, all’unità e condivisione degli intenti, allo spirito e all’orgoglio di appartenenza. Trovo giusto che ogni dipendente si senta gratificato anche per il compenso che riceve».
Quali sono i risultati di cui è più orgogliosa?
«Lo sviluppo, a quei tempi inimmaginabile, di un piccolo punto di credito che la Banca d’Italia voleva chiudere. Siamo passati da una sagrestia a una piccola stanza riscaldata con una stufa a legna, definita in dialetto dai parrocchiani di Corporeno “la banca dal fil fer”, per il filo di ferro che chiudeva la porta. Questa era la situazione che trovai. Dopo un periodo pionieristico, l’istituzione prese corpo ed entrarono in piena efficienza il Consiglio di amministrazione e il Collegio sindacale, fu necessario costruire una nuova sede che in seguito fu lasciata, per costruirne un’altra più ampia e più rappresentativa per una banca in pieno sviluppo. Altri risultati si sono avuti con l’incorporazione della Cassa rurale di Buonacompra e quella di Palata Pepoli e l’estensione dell’area di operatività con l’apertura di diverse nuove agenzie».
Nelle sedi strategiche in cui si prendevano decisioni immagino che fosse l’unica donna presente. Come ricorda quei momenti?
«Ero la sola donna nel Consiglio di amministrazione della banca e lo ero anche quando ho fatto parte del Consiglio nazionale del Sinadi, il sindacato dei dirigenti bancari con sede a Roma, del quale ero partecipe dalla fondazione e rappresentante regionale per l’Emilia-Romagna. A quel sindacato si deve la costituzione della Cassa mutua nazionale delle Casse rurali. Mi relazionavo spesso con uomini affermati, ma senza il timore di non reggere il confronto. E non ho mai avuto il sentore che essere donna influenzasse il loro giudizio nei miei riguardi».
Che cosa si sente di suggerire alle ragazze che hanno l’ambizione di fare una carriera come la sua?
«Non è semplice dare suggerimenti perché si avveri una certa situazione. Occorre tener presente che il lavoro, sia per l’uomo che per la donna, va inteso anzitutto come una cosa seria. È necessario sapersi rapportare con le persone in modo disteso e rassicurante, per poter comprendere i problemi e contribuire alla loro soluzione. La donna, in particolare, deve saper creare questa empatia, non con la civetteria, ma con la gentilezza e la sensibilità, che possiede come doti naturali».
Anna-Maria Vanti – Associazione iDEE donne del Credito Cooperativo (*)
(*) Anna-Maria Vanti, bolognese, giornalista e pedagogista. Ha diretto servizi pubblici di comunicazione in campo sanitario, ha settant’anni ed è in pensione. Già consigliera di amministrazione di Bcc Felsinea, fondatrice e direttrice della rivista FelsineAmica, è coordinatrice regionale per l’Emilia-Romagna di iDEE, associazione delle donne del Credito cooperativo. Da dodici anni promuove e anima la Festa dell’Umanità, a favore delle famiglie con fragilità economica. Appassionata di tennis, che ha giocato per anni, ama cantare brani d’autore e realizzare mosaici di vetro e di marmo.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
