Nadia Murad. Nobel per la pace

Premio Nobel per la Pace nel 2018, insieme al ginecologo congolese Denis Mukwege «per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati». Dopo Malala Yousafzai, è la seconda più giovane vincitrice, a 25 anni.

Nadia è una giovane appartenente alla minoranza religiosa yazida, facente parte del popolo curdo, sopravvissuta alla persecuzione e alle torture dello Stato islamico e al genocidio della sua comunità, vicende narrate nel libro autobiografico L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis, con prefazione dell’avvocata Amal Clooney (Mondadori), da cui è stato tratto il film Sulle sue spalle, per la regia di Alexandria Bombach. «Essere sopravvissuta a un genocidio porta con sé grandi responsabilità […]. Aver perso i miei fratelli, mia madre e molti membri della mia famiglia è una responsabilità che io prendo molto sul serio. Il mio ruolo di attivista non riguarda solo la mia sofferenza ma la sofferenza di tutti. Raccontare la mia storia con tutti i suoi orrori non è un compito facile ma il mondo deve sapere. Il mondo deve sentirsi moralmente responsabile ad agire e se la mia storia può spingere i leader mondiali a fare qualcosa allora devo raccontarla».

Tutto ebbe inizio nell’agosto 2014 quando la ventunenne Nadia (nata il 10 marzo 1993) viveva serenamente nell’Iraq settentrionale in una fattoria con la madre Shami, una donna forte e coraggiosa, impegnata nel rendere i 13 fra figlie e figli «sazi e ottimisti»; la ragazza studiava e faceva progetti per il proprio futuro, quando le truppe dell’Isis entrarono nel villaggio di Kocho e fecero 600 vittime, soprattutto fra gli uomini, uccisi a colpi di kalashnikov. Fra questi, sei fratelli di Nadia. Le donne furono radunate e caricate su camion dai vetri oscurati; stava per iniziare il loro martirio. Divennero infatti vere e proprie schiave, oltre 6700, per lo più di etnia yazida; furono poi condotte a Mosul per essere violentate, picchiate, torturate con sigarette accese.

Nell’autobiografia, in cui ha deciso di non omettere nessun dettaglio, si possono leggere righe che sono un vero colpo al cuore, ma fotografano con la massima efficacia la disperazione di una giovane che, in quei mesi di prigionia, è stata separata dalle due sorelle più grandi e sposate; venduta e comprata più volte, sottoposta a angherie psicologiche e fisiche, si è augurata la morte, considerata l’unica possibilità di salvezza. «A un certo punto – scrive nel libro – non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio».

Nadia riuscì a fuggire in novembre per la distrazione di un carceriere che non chiuse bene la porta dell’alloggio; fu accolta e nascosta da una famiglia musulmana particolarmente generosa che mise a rischio la propria stessa vita. Omar Abdel Jabar fu l’artefice di questo atto di coraggio, eppure avrebbe avuto una bella ricompensa in denaro se l’avesse riportata agli aguzzini. Nonostante fosse un modesto lavoratore e un capofamiglia, decise di andare avanti e riuscì a contattare un fratello superstite della ragazza, chiuso in un campo profughi; insieme progettarono la sua via di salvezza. Da quel momento Nadia divenne “la moglie di Jabar” che doveva spostarsi a Kirkuk, per rivedere la città natale, in mano alle forze curde. Nadia deve imparare a memoria nomi, luoghi, strade, fingersi quella che non è perché durante il viaggio saranno molte le soste, i controlli pressanti, le domande che le verranno poste; per fortuna non le può essere chiesto di mostrare il viso, mentre i muri dei checkpoint sono tappezzati di sue foto segnaletiche. Arrivano finalmente a Erbil e il compito dell’uomo si conclude, ma in breve viene scoperto e costretto anche lui a una drammatica fuga, in cui deve lasciare in patria la vera moglie incinta e il figlioletto. Dopo un periodo in Turchia e poi in Bulgaria, si trova in un paesino della Germania, ma la sua situazione di richiedente asilo non è ancora definita.

Eppure continua ad affermare che chiunque avrebbe agito come lui. Nadia era arrivata al campo profughi di Duhok, dove venne raggiunta in seguito da due sorelle. Ma nel Medio Oriente non si sentiva al sicuro, così riuscì a congiungersi con una sorella già residente in Germania, a Stoccarda. L’anno successivo si presentò davanti al Consiglio dell’Onu per spiegare la condizione di chi viene rapito, sequestrato, scambiato come merce, in particolare le donne, trasformate in schiave sessuali, coinvolte del tutto inermi e innocenti all’interno di sanguinosi conflitti.

Dal settembre 2016 è prima ambasciatrice dell’Onu per la dignità di sopravvissute/i alla tratta di esseri umani. Intanto l’avvocata Amal Ramzi Alamuddin Clooney ha esposto pubblicamente all’ufficio dell’Onu per la prevenzione del crimine le motivazioni per cui ha deciso di rappresentare Nadia nell’accusa contro le truppe dell’Isis, sottolineando quanto sia comune la pratica dell’odiosa tratta, da lei definita «burocrazia del diavolo su scala industriale». Nello stesso anno Nadia riceve dal Parlamento europeo il Premio Vaclav Havel per i diritti umani e fa un toccante discorso all’assemblea; ottiene poi il riconoscimento Donna dell’anno e il Premio Sacharov per la libertà di pensiero, insieme all’altra attivista yazira Lamiya Aji Bashar.

Il 10 dicembre 2018 a Oslo ha ritirato il Nobel per la Pace (l’unico che si assegna in Norvegia) e il 21 è stata ricevuta da papa Francesco in udienza privata, insieme al marito Abid Shamdeem. Non era la prima volta che Murad e il papa si incontravano: già il 3 maggio 2017 la ragazza si era presentata con il velo in testa in Piazza San Pietro, al termine di una udienza generale del mercoledì, e aveva stretto la mano al Pontefice accennandogli alla sua storia e a quella del suo popolo. Un desiderio, questo, espresso un anno prima quando – già candidata al Nobel per la Pace – aveva chiesto tramite le telecamere di Tv2000 un incontro con il papa «per raccontargli la tragedia del popolo yazida, la mia storia personale da vittima della barbarie dell’Isis e quella di migliaia di altri giovani yazidi».

Mentre svolge la sua missione in tutto il mondo, ha fondato la Nadia’s Initiative, un’organizzazione che opera a livello internazionale per la tutela delle donne vittime di violenza.
Solo di recente, nel 2021, Nadia Murad è riuscita a trovare i resti di due suoi fratelli e a dar loro sepoltura, nel villaggio natale.

Qui le traduzioni in inglese, francese e spagnolo.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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