Ogni volta che esce una pubblicazione con una “contro-storia” capace di porre al centro l’operato, l’ingegno e la tenacia delle donne, mi rallegro molto. Non solo perché si mettono in luce realtà, linguaggi e percorsi inaspettati, straordinariamente ricchi di sorprese e di ingegno, ma perché si contribuisce anche a rinforzare la consapevolezza dell’intenzionale e secolare cancellazione della storia e della memoria femminile. Mi rallegro quindi dell’ultimo libro della storica dell’arte Francesca Lombardi edito dalle Edizioni Anicia col titolo Passeggiate romane. Le artiste e la città. Primo di due volumi il testo, che presenta alcune artiste attive a Roma tra la seconda metà del XVIII secolo e il secondo Novecento, si rivela anche una guida per seguire e conoscere le espressioni della creatività femminile negli spazi urbani romani, un utile stimolo ad attraversare e scoprire la città secondo prospettive non scontate.
Le artiste di cui parla Francesca Lombardi sono molto differenti tra loro per forme espressive, per strumenti e tecniche utilizzate, per formazione, per provenienza geografica e sociale: si va da Angelica Kauffmann, pittrice di enorme successo e valore, «tra le poche donne ‒ scrive l’autrice ‒ ad affermarsi a livello internazionale nell’elitario mondo dell’arte del XVIII secolo» fino ad Annamaria Cesarini Sforza, «artista artigiana» mosaicista che insieme al marito Pietro Cascella realizza un importante mosaico parietale all’interno della Stazione Termini nell’immediato dopoguerra.


In ogni racconto biografico l’autrice individua le vie e i numeri civici delle abitazioni, degli studi, dei laboratori in cui queste artiste hanno vissuto, gli ambienti “tutti per loro”, gli spazi di libertà in cui hanno espresso la loro creatività; allo stesso tempo presenta i luoghi urbani ‒ chiese, stazioni, cinema, scuole, locali pubblici e privati ‒ in cui è possibile trovare le loro creazioni, il più delle volte poco note. La scelta narrativa si rivela un interessante e riuscito esperimento di “ancoraggio” di queste artiste ai luoghi fisici della città, una rete di informazioni puntuali in modo che non siano più lasciate ai margini della storia dell’arte e della storia di Roma.
Nel complesso si tratta di figure ignorate dalla storiografia ufficiale, anche quando in vita sono state oggetto di attenzione e giudizi critichi lusinghieri. Nei confronti delle donne il ricordo non ha orizzonti larghi e durevoli, l’oblio prevale quasi sempre e in tempi molto rapidi le cancella. Francesca Lombardi vuole invece recuperare la memoria femminile e lo fa presentando pittrici, architette, scultrici, mosaiciste, decoratrici che, per sua stessa definizione, sono «presenze periferiche, irregolari, a volte difficili da incasellare, quasi del tutto assenti nei nostri allestimenti museali, ma anch’esse protagoniste – nonostante i possibili scollamenti fra inclinazioni e realizzazioni, fra vocazioni e raggiungimenti – di percorsi appassionati, audaci, straordinariamente eloquenti del nuovo ruolo che, con maggior forza a partire dall’Ottocento, le donne iniziano a rivendicare nel mondo dell’arte».
Attraversare un arco temporale piuttosto ampio fa correre il rischio che le inevitabili differenze tra le artiste diano disomogeneità alla ricostruzione storica. Tutto questo non accade perché le artiste raccontate in queste Passeggiate romane, pur diverse tra loro, hanno più di un elemento in comune capace di superare distanze cronologiche e differenze artistiche. Il primo forte tratto comune è il rapporto con Roma, che tutte hanno eletto a luogo privilegiato della propria esistenza professionale e umana, o almeno a una parte di essa. Componenti comuni, decisamente non secondarie, sono anche la passione per l’arte e per il proprio lavoro e il coraggio dimostrato nella vita professionale. Perché c’è voluta audacia e decisione per superare gli ostacoli e i pregiudizi ‒ sempre numerosi ‒ incontrati lungo il cammino. I modelli culturali le avrebbero volute chiuse nella dimensione della famiglia, destinate al matrimonio e alla maternità, colte e raffinate il giusto ma non troppo, soprattutto obbedienti alle pressioni della famiglia e della società, rispettose dei ruoli e dei comportamenti fissati da secoli. Loro invece hanno voluto aprire sentieri differenti percorrendoli con incedere nuovo, hanno espresso modi originali di essere donne e artiste nonostante la mancanza di una genealogia e di modelli di riferimento con cui confrontarsi. Alcune di loro lo hanno fatto abbracciando professioni non ritenute consone per una donna, scegliendo per esempio di essere scultrici, come Edmonia Lewis o Fausta Vittoria Mengarini, oppure architette come Attilia Vaglieri, pioniera dimenticata del Razionalismo, come recita il titolo del capitolo a lei dedicato.


Nel 1935 poteva già vantare oltre 50 costruzioni realizzate, eppure chi si ricorda di lei? Il suo percorso di architetta è stato spesso sovrapposto e confuso con quello del marito Umberto Travaglio, col quale lavora condividendo l’impegno progettuale e imprenditoriale, e la conoscenza lacunosa della sua vita professionale è stata acuita dalla distruzione volontaria di molti progetti da parte della stessa Vaglieri.

Essere nascoste dal cono d’ombra di un uomo celebre, sia esso padre, marito o fratello, è una condizione che le artiste hanno vissuto spesso e che compromette la conoscenza o la ricostruzione della loro produzione artistica. È il caso, per esempio, di Adriana Notte, pittrice, mosaicista e figlia del pittore Emilio Notte, che per lei è stato «un difficile uomo, un difficile padre». Figura caleidoscopica della vita culturale romana nel secondo dopoguerra, Adriana non si è fermata ai dipinti e ai mosaici ma è stata anche scrittrice, poeta, animatrice culturale e docente, «protagonista dimenticata ‒ scrive Francesca Lombardi ‒ di una storia artistica di certo minore, ma di particolare intensità».


Un difficile e ingombrante padre hanno avuto anche Luce ed Elica Balla, figlie di Giacomo celebre pittore futurista, di cui sono state «instancabili collaboratrici per tutta la vita e, dopo la sua morte, fedeli custodi della sua memoria e della sua opera» nella casa al civico 39/b di via Oslavia. Hanno respirato l’afflato artistico fin dalla tenera età e hanno attraversato l’esistenza in modo appartato e discreto, dedicandosi a lavori di arte applicata, dagli arazzi, ai tappeti, dagli oggetti d’arredo e ai capi d’abbigliamento, non limitandosi però alla semplice esecuzione dei bozzetti paterni, ma realizzando proprie autonome creazioni. Sorelle Luce ed Elica e sorelle Maria Letizia e Laura Giuliani, pittrici e realizzatrici di vetrate, molte delle quali in edifici di culto della Capitale, oppure le sorelle Randone, le “Vestali delle Mura” aureliane, raffinate ceramiste all’interno di quella sorta di bottega d’arte rinascimentale che fu la Scuola d’Arte Educatrice fondata dal padre Francesco Randone.
Sono sorelle e pittrici anche Corinna e Olga Modigliani unite dal vincolo di sangue ma pure dalla stessa caparbia determinazione a seguire la propria passione per l’arte e girare le spalle a scelte di vita più conformi e consuete che avrebbero ricevuto la piena approvazione familiare.

Legame sororale, dunque, come «segno di un sentimento di reciproca solidarietà, di profonda complicità e vicinanza, alimentato dalla condivisione di un comune patrimonio di pensieri, affetti, linguaggi, di un’eredità di saperi e tecniche e, forse, anche delle inevitabili difficoltà legate a scelte non allineate rispetto agli stereotipi e alle convenzioni sociali della loro epoca».
Non esiste solo la sorellanza naturale, ne esiste anche una intesa come identità femminile e a quest’ultima, a mio avviso, si è ispirata Francesca Lombardi nello scrivere il suo libro, sentendosi lei stessa “sorella” delle artiste narrate. Ri-costruire e riannodare i fili della memoria femminile, raccontare quello che le donne hanno saputo inventare e realizzare, è un atto doveroso e, sento di dover dire, inevitabile perché, come ha scritto Joyce Lussu, «le storie generali non integrano l’analisi della metà femminile nel divenire della società, o fanno pochi accenni, non sempre attendibili. Se è vero che la storia del passato ci deve servire per capire il presente e costruire il futuro, è una lacuna molto grave». E questa lacuna va colmata.

Francesca Lombardi
Passeggiate romane. Le artiste e la città
Edizioni Anicia, Roma, 2023
pp. 313
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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.
