Carissime lettrici e carissimi lettori,
si chiamano morti bianche. Come se la fine della vita avesse un colore. E poi morire di lavoro è davvero una brutta faccenda e se un colore mi viene in mente è davvero il più nero possibile. «Morire di lavoro è davvero inaccettabile per una società civile», ha detto, a nome di tutti e tutte noi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’ha detto dopo l’ultimo disastro, quello di martedì scorso, accaduto in una centrale idroelettrica, incastonata in una natura e in lago stupendo, sull’Appennino, vicino Bologna, dove però stavolta si sono contati i morti.
È stata la notizia brutta della settimana, ma non certo rara, anzi. Stando alle cifre sono già 119 le vittime solo nei primi due mesi del 2024, solo in una manciata di giorni, un crescendo che ci sta mostrando più che un raddoppio rispetto, per esempio al 2020 con poco più di 700 vittime. Ma quell’anno, è da tenerne conto, è stato quello del lockdown, della chiusura in casa per il Virus coronato!
Sul lago di Suviana, nello scoppio alla centrale idroelettrica, la più grande dell’appennino bolognese, le ultime vittime. Sette persone uscite di casa e non più ritornate. Per guadagnarsi la vita. Un quotidiano nazionale in proposito osserva: «Nei primi due mesi dell’anno 119 vittime (+20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), 92.711 infortuni e le malattie professionali che sono aumentate del 35,6%. Ma sono soltanto i dati canonici delle denunce all’Inail – avverte —. Mancano dunque quelli di marzo e dei primi giorni di aprile. Soprattutto mancano tutti quelli che non emergeranno mai dal mare magnum del lavoro nero …. Dopo Brandizzo (l’incidente ferroviario che costò la vita a cinque operai travolti da un treno in transito, n.d.r.) e dopo Firenze (il crollo di un supermercato in costruzione, in pieno centro) – continua l’articolo — il governo non mancò di annunciare l’ennesimo intervento normativo urgente adottato sull’onda dell’emozione. Ma la montagna partorì un decreto-topolino. A partire dalla patente a punti per le imprese: venti punti a morto sul lavoro. Come per la patente di guida, chi causa un infortunio sul lavoro, perde punti fino a quando non potrà esercitare l’attività d’impresa salvo seguire corsi di formazione (che spesso sono anche fasulli)».
Appunto, non ci sono solo le morti, ma anche gli infortuni e – come ha ricordato il segretario generale della Cgil Maurizio Landini – le malattie per lavoro. Tutto questo passa, spesso, inosservato perché fa parte anche del mondo del lavoro cosiddetto nero e dei subappalti che mettono poca chiarezza sulla realtà. Corradino Mineo ha parlato, seppure ironicamente, e mimando il primo articolo della Costituzione italiana: di una Repubblica fondata sulle morti sul lavoro e non sul lavoro, oggi tra l’altro,
sempre più precario.
Torniamo da dove pensavamo di partire per iniziare questo editoriale, prima della tragedia del lago di Suviana. Partiamo da una festa. Una ricorrenza che ha suscitato tante, e per noi inutili, polemiche e che vede coinvolte, per una festa sacra, una delle comunità religiose, oltre due milioni e mezzo di adepti/e credenti in Allah, che poi, a pensarci bene, vuole dire Dio in arabo come Javeh per chi aderisce all’ebraismo. La questione sarebbe presto risolta collegandoci alla Costituzione. Di fatto è la Costituzione italiana stessa che lo prevede: «Tutti hanno il diritto di professare la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale e associata e di farne propaganda e di esercitarne in privato o pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume». Questo dice l’articolo 19 della nostra Costituzione che si lega ad altri (2, 3, 7, 8 e 20) che riguardano sempre la definizione e la condizione di libertà religiosa per ciascuna persona. L’articolo 8 in particolare, ne sancisce la libertà davanti alla Legge: «Tutte le confessioni religiose – detta — sono libere di fronte alla Legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano». Insomma oltre all’uguaglianza tra le persone per sesso, razza, lingua, opinioni politiche e condizioni personali e sociali, come è splendidamente affermato dal terzo articolo costituzionale, se ne garantisce anche la liberà di culto, per quanto minimamente rappresentato.
Dunque, il mese del digiuno, chiamato in arabo Ramadan, il nono del calendario islamico, è finito e si è celebrata la festa l’Id al Fitr, la Festa della rottura del digiuno. Dopo trenta giorni (quest’anno è iniziato il 10 marzo e si è concluso al tramonto del 9 aprile) i/le fedeli dell’Islam hanno digiunato dall’alba al tramonto, il periodo giudicato sacro è terminato secondo i dettami del calendario lunare. Ramadan originariamente e linguisticamente rimandava al caldo, ma ora può anche cadere d’inverno, a seconda di come viene scrutato l’astro crescente dai fedeli del profeta Maometto. Il mese di Ramadan, in effetti, è proprio dedicato dalle e dagli islamici al Profeta perché è detto che in questi giorni gli sarebbe stato dettato dal Dio (Allah, appunto) il libro sacro, il Corano. Per questo è di solito in questi trenta giorni che i musulmani e le musulmane decidono di compiere l’altro dei cinque capisaldi della loro fede (La testimonianza di fede 2. La preghiera 3. L’elemosina. 4.Il digiuno): il quinto, il Pellegrinaggio alla Mecca con il rituale giro votivo intorno alla Kaba, la Pietra Sacra.
Dunque è passato il Ramadan e la grande festa dell’Id. La scuola di Pioltello è rimasta chiusa, nonostante il vespaio di polemiche suscitato prima e proseguito anche durante il giorno di festa, nonostante l’appello del Presidente Mattarella con tanto di elogio all’impegno e all’azione degli e delle insegnanti. Anche l’università Alma Mater di Bologna, come Siena, dove la festa è stata doppiata, per volontà del rettore Montanari, con quella del Kippur, hanno mostrato solidarietà alle e agli studenti di fede islamica fermando per un giorno (il 10 aprile, appunto) le lezioni. A Turbigo, dopo le polemiche del sindaco, è stato concesso per la preghiera il campo sportivo (la società sportiva non era stata neppure avvisata della richiesta avanzata dalla comunità musulmana locale) con tanto di benedizione del parroco, così come ha fatto l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna. Anche Napoli e le/i napoletani hanno assistito alle preghiere di fine digiuno senza intoppi: tra piazza Garibaldi, piazza Plebiscito e piazza del Carmine. A Roma li ha accolti la Moschea disegnata da Portoghesi con richiami al Mediterraneo. Fuori bancarelle con cibo e tanti dolci preannunciano il pranzo di festa. Bambini e bambine i e le più felici per i regali ricevuti.
L’allarme (tale viene per alcuni considerato) stando ai dati è fuori luogo. Secondo una ricerca fatta del Pew Research Center «l’Italia è all’80,8% cristiana. Al secondo posto per appartenenza religiosa figurano i non affiliati (atei e agnostici, insieme più di 8 milioni) e poi i musulmani. Questi sono circa 2,7 milioni, ovvero il 4,9% della popolazione residente in Italia. Questo dato comprende sia i cittadini e le cittadine italiane sia quelli/e residenti con cittadinanza straniera. In quanto a componente musulmana della popolazione, l’Italia si posiziona al di sotto della media europea, pari al 6,8%». Eppure le polemiche non si acquietano e i timori prendono a ingigantirsi. La polemica sulla sostituzione etnica e culturale si teme che arrivi tanto che dalla commissione Ambiente della Camera, «giunge il primo via libera alla proposta di legge, di Fratelli d’Italia, per una stretta sulle sedi usate da associazioni di promozione sociale che svolgono attività di culto. Un provvedimento che, si legge nella premessa, si pone come obiettivo quello di evitare il cambio di destinazione d’uso dei locali per creare moschee e madrasse
non a norma».
Guardando all’attuazione dell’Islam oggi, in alcuni paesi del mondo, mettono tanta tristezza certe situazioni riguardanti le donne. Viene dall’Afghanistan la notizia che i talebani, al governo da due anni, dopo il ritiro improvviso degli Usa, hanno ripristinato la legge della lapidazione per le donne adultere, un “atteso ritorno” come è stato definito dal capo dei talebani addirittura al telegiornale! Qui, in Afghanistan, un giorno terra di libertà per le donne, si assiste a questa nuova (!) e arretrata punizione per le donne dopo l’imposizione per loro del burqa, della chiusura di ogni scuola e spazio pubblico e di lavoro: una popolazione femminile umiliata e soprattutto dimenticata.
In Italia e nel mondo occidentale, cosiddetto civile, invece le ragazzine stanno diventano forsennate della moda. Si chiamano Sephora Kids (dal nome di uno dei negozi di cosmetici più presi d’assalto) e coinvolge sempre più ragazzine, anzi bambine, tra gli 8 e i tredici anni. Stupisce questa notizia, che fa ugualmente male, perché è al pari una manipolazione e un’imposizione. «I Sephora kids — spiega un settimanale — sono la nuova clientela del mondo beauty, post-pandemia: i tweens, preadolescenti tra gli 8 e i 13 anni ossessionate dalla skincare antiage e con l’ansia di invecchiare — come titola lo stesso settimanale —. Gli hashtag dermatite atopica e cheratosi pilare non a caso hanno, a oggi, superato i 40 milioni di visualizzazioni su Tik Tok — avverte —.Complici di questo fenomeno gli stessi genitori che accompagnano i figli a fare acquisti beauty, oppure perché chiudono un occhio di fronte alla passione degli adolescenti che mostrano in video sui social la loro bravura nell’applicare creme antiage alla tenera età di 10 anni. Tra le cosiddette celebrity c’è chi gestisce congiuntamente con i figli i profili social, come nel caso di Kim Kardashian che con la figlia North West, 10 anni, condivide l’account TikTok…Già nel febbraio 2023 era stato pubblicato un video in cui la bambina mostrava la sua routine di cura della pelle e trucco con i suoi 19 milioni di follower. Le donne, fin da piccolissime, soffrono per questa mentalità dettata dal mercato e mossa da una mentalità maschilista, dello sguardo macho a cui le donne dovrebbero sottostare».
Invece le ragazze, le donne devono proteggersi. Da Bologna è partita una bella iniziativa che ha già superato le 350 iscritte e si è allargata ad altre città: Torino, Firenze, Roma e Bergamo. Non si conoscono tra loro, ma sanno aiutarsi. Scrivimi quando arrivi è un hastag di un gruppo whatsapp ideato da Sumia Outia una studentessa ventiduenne di Giurisprudenza. «Se sei in strada da sola e ti senti insicura, puoi scrivere e metterti in contatto e rimanere in compagnia al telefono fino a casa». In caso di pericolo ci sarà così chi chiamerà i soccorsi.
Questo non è successo a Kyriaki Griva, una ragazza greca di 28 anni uccisa dall’ex fidanzato di fronte alla stazione di polizia che non l’aveva ascoltata nella sua richiesta di aiuto e addirittura sarcasticamente insultata apostrofandola con una frase terribile, soprattutto tenendo conto delle conseguenze: «le macchine della polizia non sono dei taxi!» Loro dovrebbero proteggere le cittadine e i cittadini!
Spostiamoci nel tempo e rimaniamo nella Grecia, ma in quella di Saffo, della poesia stupenda dei suoi frammenti che abbiamo in tante e tanti studiato e letto innamorate/i, di lei, la poeta dell’isola di Lesbo, oggi infelice terra di approdo, ci consola oggi con i suoi versi.
Raccoglimi
Vieni
Inseguimi tra i cunicoli della mia
mente
Tastando al buio gli spigoli acuti
Delle mie paure
Trovami nell’angolo del mio nero
Osservami
Raccoglimi dolcemente scrollando la
Polvere
dai miei vestiti
io ti seguirò
Ovunque
Buona lettura a tutte e a tutti.
«Le donne hanno scritto lettere fin dai prodromi della letteratura italiana. Eppure, all’epistolografia femminile si riconosce un ruolo marginale. Così, sugli innumerevoli pensieri nati con l’altra e per l’altra (vivi di vita propria) scende un velo di silenzio che il tempo rende impenetrabile. Come riportare alla vita il “dialogo continuo” che ha unito le donne? E perché è importante farlo?» Ne scrive l’autrice della relazione sul seminario di marzo del ciclo “Parlarne tra amiche”, dal titolo Sguardi sulle differenze. Corrispondenze.
Per prepararci degnamente al 25 aprile presentiamo Via Buonarroti, n° 29: qui ha vissuto Anna Enrica Filippini Lera, una storia di antifascismo e impegno che deve essere assolutamente conosciuta. Continuiamo con le altre nostre serie: per “Calendaria 2024” incontriamo Elisabeth Kuyper, compositrice e direttrice d’orchestra olandese formatasi nel XIX secolo. Dall’Olanda ci spostiamo in El Salvador per seguire le orme di Minguita e le miniature e da qui in Iran per dare il giusto riconoscimento a Maryam Mirzakhani, la prima donna a vincere la Medaglia Fields, il “Nobel” della matematica. Per “Altra verso” incontriamo Una donna caparbia e anticonformista. Isabelle Eberhardt, nella recensione del film che le è stato dedicato. Il racconto di “flash-back” di questa settimana è Regole comportamentali.
Tre sono i consigli di lettura di questo numero di aprile: Parlando di diseguaglianze di genere, un’opera scritta nell’ottica di un nuovo futuro e di una trasformazione sociale attraverso l’abbattimento della disparità, I teatri di Pamela Villoresi, 50 anni di spettacoli, su un volume interamente dedicato alla grande attrice italiana e Una certa idea di Italia. Il n.2/24 di Limes. Parte seconda, su un’altra serie di proposte per il nostro Paese, in questa fase di nuovo disordine mondiale.
Dal XII Convegno nazionale di Toponomastica femminile riportiamo la relazione dell’ultima sessione, dal titolo Le piazze della solidarietà. Il ciclo di webinar Cambiamo discorso, che si terrà ad aprile, con l’obiettivo di illuminare il Medioevo in una prospettiva di genere, è invece introdotto da Cambiamo discorso. Donne e Medioevo.
Del caso milanese sulla statua di Vera Omodeo, Dal latte materno veniamo, su cui negli scorsi giorni si è tanto dibattuto, scrive l’autrice di un contributo pieno di riflessioni profonde: Le statue femminili nel paesaggio urbano. E ci ricorda che: «Non vi è quasi piazza nelle nostre città, che non abbia una statua al centro. Non alzi più nemmeno gli occhi: sai che è quella di un condottiero, di un poeta, forse di uno scienziato, comunque di un uomo […] lo scenario delle nostre città sono ancora gli uomini a disegnarlo, così come sono stati gli uomini, per millenni, a raccontare la Storia». E dove ci sono statue di donne, oserei aggiungere, spesso, anzi diciamo sempre, sono fortemente segnate da un accentuato carattere sessista, seminude o nude, ma con evidenziato lo sguardo maschile che si poserà su di loro. Qui, come si leggerà il discorso è molto diverso!
Chiudiamo con la ricetta vegana che ci insegna a mangiare senza animal cruelty: Mousse di fagioli borlotti, una crema deliziosa da spalmare sul pane, da gustare con i crostini e da proporre come antipasto», per augurare a tutte e tutti un sentito Buon appetito!
SM
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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.
