Quanto vale un sasso?
La maleducazione ha tanti svariati modi per esprimersi. Tra i dieci e i tredici anni durante i mesi estivi, in montagna, avevo raccolto, estate dopo estate, dei sassi bellissimi. Li avevo, con cura, cercati e raccolti nel fiume Astico e li tenevo in una cassetta di legno in cantina.
La cantina era in realtà la vecchia stalla trasformata in rifugio per pentole di rame, chiodi arrugginiti, mobili dismessi e improvvisato laboratorio per gli esperimenti di falegnameria di mio fratello. Lui era più vecchio di me ed era molto bravo in tutti i lavori manuali, e solo in assenza del suo amico mi coinvolgeva come momentanea assistente. Mi divertivo ad aiutarlo, ma ancora di più mi divertivo a scendere al fiume con la mia amica Maria a cercare i miei sassi.
Immergevamo le gambe nell’acqua fredda, ma fredda, così fredda da farci quasi urlare o camminavamo lungo le rive acciottolate, timorose nel rimuovere i sassi di ritrovarci faccia a faccia con la bellissima serpe d’acqua dai colori incredibili. Era una gara tra Maria e me a chi trovava i più belli. I sassi che raccoglievo, dopo lunga selezione, li trovavo speciali, unici, alcuni erano cesellati dall’acqua come piccole sculture e incrostati di pietruzze brillanti come gioielli, altri rotondi e lisci e azzurri come palline, tutti assieme formavano una meravigliosa collezione ed erano per me preziosi.
In particolare uno lo ricordo ancora e sono passati tanti, tanti anni, ma non ho mai più visto nulla di simile se non nelle famose grotte pugliesi di Castellana.
Quell’estate quando arrivai in montagna, dopo aver respirato l’aria profumata di legno e di erbe che sempre mi accoglieva nel piccolo paese, corsi subito a cercare il mio tesoro, lo cercai dentro ai vecchi mobili, vicino alla finestra, sotto le travi ammassate nella cantina, ma non lo trovai, era sparito!
Mia nonna, una biondina segaligna, piccola, nervosa, sempre vestita con colori chiari e ben pettinata, che era già lì da diversi giorni, alla mia domanda rispose: «Li ho buttati via perché occupavano spazio e non servivano a nulla».
In cantina dove li avevo riposti c’erano in aggiunta a tutto il resto, e dall’anno prima, la barca che mio fratello si stava costruendo, il catrame per impermeabilizzarla e tanti secchi e attrezzi e altro che evidentemente non disturbavano, mentre i miei sassi sì!
Non credo di aver capito all’epoca il senso di quel gesto di buttare via la mia raccolta, come ciò fosse legato a un’educazione alla remissività, a un atteggiamento perdente e non attivo del ruolo femminile. Non dissi quasi nulla, ma so che da allora mia nonna, nella scala dei miei affetti non ha più contato nulla.
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Articolo di Sonia Biasi

Bibliotecaria in pensione, sono per passione pittrice, ceramista, fotografa e collaboro con Auser a divulgare storie di artiste, scienziate e letterate.

E ci credo! E sì, dev’essere stata un'<educazione al femminile>, addirittura inconsapevole, probabilmente. Non può essere stato altro.
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