La targa immaginaria di questo numero estivo di Vitamine vaganti è dedicata a Margherita Grassini Sarfatti, donna controversa ma anche eclettica intellettuale e critica d’arte del Novecento, anzi per meglio dire audace e complessa protagonista di una parte di esso, quella degli inizi del XX secolo e degli anni della nascita, affermazione e consolidamento del fascismo. È dedicata a lei e ai suoi salotti che si tenevano ogni venerdì, lo stesso giorno della sua rubrica di arte e letteratura Cronache del venerdì sul quotidiano Il Popolo d’Italia, fondato da Mussolini nel 1914.

La casa in via dei Villini 18 fu l’ultima delle abitazioni romane in cui Margherita Sarfatti visse dopo aver lasciato Milano; un edificio elegante a pochi minuti di strada da villa Torlonia, la dimora del Duce e della sua famiglia, che Sarfatti frequentava passando, pare, da un’entrata secondaria. Quando si trasferì in via dei Villini, però, la sua relazione con Mussolini si era fatta difficile, il sodalizio incrinato in maniera profonda.
Nella sua casa Margherita accoglieva le/gli ospiti in tre ambienti ampi e luminosi in cui la facevano da padrone una ricca biblioteca e le opere d’arte della sua prestigiosa collezione. Libri, dipinti, disegni, incisioni coprivano le pareti fino al soffitto, mentre le sculture erano protette da cupole in vetro; tutto era meticolosamente archiviato nello schedario che, collocato in uno degli ambienti, era allo stesso tempo oggetto d’arredo e strumento di lavoro, un tocco di vanità per sottolineare la sua attività di colta e ambiziosa scrittrice, promotrice d’arte, mecenate, collezionista e musa ispiratrice di numerosi artisti.

I suoi salotti del venerdì erano sempre stati uno spazio di cultura e di potere, quasi una rappresentanza diplomatica del fascismo, luoghi nei quali Margherita intendeva vestire i panni dell’ambasciatrice e della mediatrice per conto del regime. Le riunioni erano animate da figure dell’aristocrazia, da personaggi del mondo degli affari, politici, artiste/i, musiciste/i, letterate/i, talvolta anche non schierati col regime come Alberto Moravia e Corrado Alvaro che l’ha descritta come una donna temuta e al tempo stesso corteggiata. Per queste figure “non allineate” il salotto di Margherita Sarfatti poteva assumere la forma di un’oasi protettiva, un’ancora di salvezza e di speranza cui aggrapparsi, un ambiente di sostegno e di raccomandazioni, come ha precisato la saggista Simona Urso. Resta un fatto che Corrado Alvaro nel 1931, anche grazie all’aiuto di Margherita, vinse il primo premio letterario italiano promosso dal giornale La Stampa con il libro Gente di Aspromonte.

Sono transitati in quel salotto anche molte/i ospiti stranieri come Gordon Craig, il pittore americano George Biddle, Ezra Pound, la poeta surrealista Zinaida Gippius e l’autrice statunitense Fannie Hurst, Tat’jana L’vovna Tolstàja Suchotina, la figlia di Tolstoj; da Parigi a volte arrivavano la scrittrice Colette e lo scrittore Gide, i pittori Campigli e De Pisis; fu ospite di via dei Villini anche Alma Mahler che definì la padrona di casa «la regina d’Italia senza corona». La sua fu una dimensione culturale aperta che si muoveva in senso contrario rispetto alle progressive chiusure del fascismo e che dimostrava la visione internazionale di Sarfatti, negli anni Trenta orientata verso gli Stati Uniti, che visitò nel 1934 in un lungo viaggio raccontato in seguito nel libro L’America, ricerca della felicità. Negli incontri con Roosevelt e con altre figure della politica e della cultura statunitense, in quei mesi di viaggio, Sarfatti tentò la carta di una possibile alleanza, di un futuro diverso per l’Italia rispetto alla vicinanza con la Germania, una speranza fallita nonostante i suoi tentativi col Duce.

Margherita Sarfatti è stata ricordata a lungo soprattutto come la sua amante. Che si siano amati è cosa innegabile ma è altrettanto innegabile che ridurre la sua esistenza e la sua personalità alle sole vicende passionali priva la storia culturale e politica novecentesca di una protagonista di primo piano. Margherita Sarfatti è stata infatti giornalista, scrittrice, critica d’arte e di letteratura, mecenate, raffinata collezionista; ha diretto riviste, sostenuto movimenti artistici e scoperto nuovi talenti in un periodo e in campi poco aperti e generosi verso le donne. Libera e spregiudicata, ha guardato al mondo femminile rivendicandone i diritti: «Tutti si battono nel nostro nome. Tutti pretendono di volerci difendere. Tutti hanno in bocca (non garantirei che li abbian nel cuore) soltanto i nostri interessi … a noi non resta che applaudire e dire grazie tante! … E se invece li lasciassero difendere da noi i nostri interessi?». Margherita ha personificato una nuova idea di donna, volitiva, energica, intelligente, “futurista”.

Non è un caso che Boccioni, uno dei suoi amori milanesi, la immortalò nel quadro Antigrazioso, del 1912, proponendo per lei e con lei un nuovo tipo di ritratto femminile, lontano e opposto alle “graziose” e delicate immagini della tradizione. Fu una donna emancipata, orgogliosa del suo valore, della sua libertà personale e intellettuale; la sua natura contraddittoria la portò a confrontarsi il più delle volte con uomini di fama, successo e potere — o desiderosi di esserlo — intessendo con alcuni di loro relazioni costruite su forti desideri amorosi e altrettanto vive passioni intellettuali. L’amore e l’amicizia furono concepiti da Margherita come sodalizi alla pari, in cui la sfera sentimentale si alimentava attraverso lo scambio intellettuale, le ricerche culturali, le esperienze politiche.
Il desiderio di trasformare la realtà nazionale fu a lungo il collante della sua relazione con Mussolini. Fin dagli anni Dieci la loro storia fu una comunanza di passione e politica, in cui erano uno per l’altra tappa necessaria verso la conquista del potere: per Benito quello politico e per Margherita quello culturale. Mussolini vedeva in Sarfatti la donna colta, raffinata e dall’intelligenza acuta che poteva introdurlo negli ambienti giusti, Margherita scorgeva in lui la possibilità di emergere e imporsi sulla scena culturale italiana. Se negli anni Dieci Margherita Sarfatti appoggiò il Futurismo, in seguito si spostò verso uno stile più plastico e sintetico in cui il recupero delle forme classiche divenne l’elemento che le permetteva di avvicinarsi alle ricerche artistiche internazionali.

Con il “ritorno all’ordine” dei pittori del Novecento, gruppo fondato alla fine del 1922 e divenuto nel ‘26 Novecento Italiano, si proiettò nella più ampia discussione europea e, allo stesso tempo, creò e occupò spazi nella politica culturale del fascismo, ancora lontana dal nascere. Fu forte in lei «la convinzione che solo costruendo uno stile nazionale fosse possibile creare i presupposti culturali, nonché ideologici, per l’edificazione di un moderno principio nazionale: lo strumento indispensabile per legittimare l’esistenza di uno Stato fascista era trasformare l’estetica in politica», ha scritto Simona Urso. Nel periodo di affermazione del regime, che contribuì a far nascere, Margherita Sarfatti ebbe molta voce in capitolo e fu una consigliera ascoltata, arrivando a convincersi di poter dirigere le scelte politiche e culturali fasciste. Nell’estate del 1922, nella sua villa comasca del Soldo, pianificò insieme a Mussolini, e forse in parte finanziò, la marcia su Roma; diresse la rivista ufficiale del fascismo Gerarchia, fondata nello stesso anno, e sulle sue pagine si occupò di critica d’arte; contribuì a creare alcuni simboli e miti del regime e fece conoscere nel mondo la figura mussoliniana pubblicando nel 1925 a Londra la biografia Dux.

Da donna complessa e complicata, ma affascinante e vitale, Margherita cominciò piano piano a diventare per Benito una figura scomoda e ingombrante. Ciò che Sarfatti incarnava divenne contrario ai modelli femminili che il regime intendeva diffondere e imporre, così conformi alla tradizionale divisione dei ruoli uomo-donna che lei invece avversava. La sua intelligenza critica e la cultura profonda la portarono a prediligere le correnti artistiche internazionali e a non sopportare il propagandistico linguaggio dell’arte di regime, a preferire il Razionalismo in architettura e a mal digerire lo stile littorio caro ai gerarchi. Cominciò lentamente a essere allontanata dall’organizzazione degli eventi culturali importanti, a essere esautorata dagli incarichi e lei, che era stata una delle anime ispiratrici del fascismo, mentre rivendicava il suo ruolo di prima attrice venne messa da parte.
Anche il suo salotto del venerdì in via dei Villini cominciò a svuotarsi. Politici e uomini di potere cominciarono a disertare le riunioni, man mano che la relazione col Duce si sfrangiava, fino a diventare aperta ostilità, e il ruolo pubblico di Sarfatti diminuiva. Da consigliera Margherita diventò spina nel fianco, non nascondendo la sua contrarietà alle guerre coloniali e, ancora più energicamente, disapprovando i rapporti crescenti con la Germania nazista.

Era ebrea e il crescente antisemitismo iniziò a preoccuparla molto, cominciò a essere seguita e controllata. Da donna vigile e attenta qual era, si mise a programmare il suo esilio, la promulgazione del Manifesto della razza del 1938 non la trovò impreparata. In maniera discreta incominciò a trasferire la sua collezione e la sua biblioteca dall’abitazione di via dei Villini alla villa del Soldo; incaricò il figlio Amedeo di acquistare diamanti come beni rifugio, preparò bauli di abiti predisponendo nascondigli per portare con sé i gioielli. Infine lasciò via dei Villini per la campagna comasca e da qui, poco tempo dopo, passò il confine svizzero raggiungendo infine Parigi. Mussolini di sicuro fu informato ma non intervenne, continuò però a controllarla facendola seguire; anche la polizia francese si mise alle sue calcagna sospettandola un’agente del fascismo. Non più «regina senza corona d’Italia», divenne «la mendicante incoronata dell’esilio», come scrisse Alma Mahler che aggiunse: «È coraggiosa, intelligente ma piena di amarezza. La sua amicizia con Mussolini s’è trasformata in un’ostilità senza freni. Viene spesso a trovarci e la sua grande vitalità rianima tutti gli emigranti. Davanti a noi c’è un grande punto di domanda: dove andare?» (la frase è riportata nel libro di Rachele Ferrario su Sarfatti, edito da Mondadori nel 2015).
Margherita lasciò l’Europa nel settembre 1939, imbarcandosi da Barcellona sul transatlantico Augustus e arrivando a Montevideo. Il suo esilio, diviso fra Uruguay e Argentina, durò fino al termine della guerra; rientrata a Roma scelse di non tornare nella casa di via dei Villini ma di stare nell’Hotel Ambasciatori. Non più in esilio all’estero, divenne un’esule in Italia.

Emarginata e condannata all’oblio dal regime, lo fu anche nel dopoguerra, la sua vicinanza a Mussolini e la sua compromissione con il fascismo non potevano essere dimenticate molto facilmente. Come scrisse in un appunto esistono «ragioni etiche cui bisogna sottostare con coraggio».
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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.
