Costituzione letteraria. Art. 5 e 6 

Art. 5 La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento. 
Art. 6 La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche. 
Gli articoli 5 e 6 hanno un contenuto giuridico collocato tra i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale perché sanciscono il diritto a esistere e la pari dignità delle minoranze. Come leggiamo nel commento alla Costituzione a cura della Fondazione Roberto Franceschi, l’Italia è uno Stato unitario ma non centralizzato, per cui tutte le decisioni non sono prese solo a Roma, come avveniva nello Stato fascista, ma nell’art. 5 si sanciscono i principi di decentramento e autonomia, in modo che enti pubblici come Regioni, Province e Comuni possano amministrare i territori considerandone anche le specificità. Inoltre, nell’art. 6 «la Costituzione riconosce che, all’interno di uno Stato a maggioranza italiana, vivono popolazioni che parlano lingue diverse e hanno differenti culture, tradizioni, abitudini. Invece di imporre a tutti di omologarsi alla maggioranza, la Repubblica deve garantire a queste minoranze l’uso della loro lingua e il mantenimento del loro stile di vita. Anche questo, a ben vedere, è una conseguenza del riconoscimento della “pari dignità” delle persone, la quale comporta appunto la salvaguardia dell’identità, anche culturale, di ciascuno».
Si badi bene che l’incipit dell’articolo 5 fissa come cardine l’unità e l’indivisibilità della Repubblica. Riporto, come spunto di riflessione, il commento giuridico di Beniamino Deidda, già Procuratore generale della Repubblica di Firenze e componente del comitato scientifico di “Questione Giustizia”, pubblicazione online editata dall’Associazione Magistratura Democratica: «[…] l’art. 5 contiene il rifiuto netto dei valori del passato regime fascista, che aveva realizzato un sistema politico e amministrativo fortemente accentrato, e stabilisce il decentramento di competenze e funzioni a livello locale, come tratto distintivo dello Stato democratico, capace cioè di sollecitare l’esercizio della democrazia in ogni ambito locale. Questo decentramento, tuttavia, viene previsto dopo avere sottolineato che “la Repubblica è una e indivisibile”. L’unità e l’indivisibilità della Repubblica costituiscono un richiamo agl’ideali del Risorgimento: non significano solo un’integrazione normativa tra i vari livelli di governo centrale e locali, ma significano soprattutto una unità di valori e di principi condivisi, capace di evitare le derive autonomiste. […]. Ancora, l’espressione “Repubblica indivisibile” significa che la Repubblica è inscindibile, non può cioè essere frazionata o smembrata in tanti staterelli regionali, separati territorialmente. Dunque l’esplicita affermazione dell’unità e indivisibilità della Repubblica significa il rifiuto di ogni separazione territoriale e di ogni indipendentismo o federalismo regionale»

Copertina del libro di Balzano

Per questa quinta tappa del nostro viaggio di interconnessione tra il dettato costituzionale e la letteratura, il libro che mi ritorna alla memoria è Resto qui di Marco Balzano. È un bellissimo romanzo storico che permette di riflettere, a mio avviso, sul senso degli articoli in esame, ovvero sui principi di unità della Repubblica e tutela delle minoranze. L’abile penna di Balzano restituisce all’immaginario della letteratura una storia civicamente potente, a cui la protagonista Trina presta la sua voce narrante. La storia, ispirata a vicende poco conosciute nel nostro Paese, è ambientata a Curon, piccolo borgo della Val Venosta, oggi in provincia di Bolzano, che ha fatto parte dell’Impero austroungarico fino alla Prima guerra mondiale, quando l’intero Alto Adige fu assegnato all’Italia per effetto dei trattati di pace. Così, improvvisamente, gli abitanti di quel territorio si trovarono a essere cittadini e cittadine del Regno d’Italia, nonostante fossero di lingua e cultura tedesca. 

Quando il fascismo ottenne il potere, Mussolini impose una italianizzazione forzata di quelle terre come di altre zone di confine —  si ricordi l’analogo destino del confine orientale —  con leggi che impedirono l’uso della lingua tedesca e il suo insegnamento nelle scuole e l’imposizione di una modifica alla toponomastica di quei luoghi, in cui furono collocati impiegati di lingua italiana. La storia narrata da Balzano ha inizio proprio nel 1923, anno del Regio decreto n. 800, che stabiliva le norme poc’anzi ricordate: «Mussolini ha fatto ribattezzare strade, ruscelli, montagne… sono andati a molestare anche i morti, quegli assassini, cambiando le scritte sulle lapidi. Hanno italianizzato i nostri nomi, sostituito le insegne dei negozi. Ci hanno proibito di indossare i nostri vestiti. Da un giorno all’altro in classe ci siamo ritrovati insegnanti veneti, lombardi, siciliani. Loro non ci capivano, noi non capivamo loro». Di fronte a tale violenza è incredibile come ci sia stato —  e ci sia ancora —  chi crede che “Mussolini ha fatto anche cose buone”

Curon prima della diga

La protagonista Trina è una giovane ragazza di lingua tedesca che sta terminando le Scuole magistrali con la fede incondizionata nelle parole e il sogno di diventare insegnante: «credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole». Ma la realtà è amara: si ritrova esclusa dalle nomine della scuola per effetto delle restrizioni del fascismo. Su consiglio del sacerdote di Curon, Trina inizia a insegnare nelle scuole clandestine non autorizzate dal regime, che vengono improvvisate in luoghi di fortuna come stalle, solai e scantinati. Conosce l’amore sposando Erich con cui ha due figli, Michael e Marica, ma la vita a Curon diventa sempre più difficile. Il governo fascista, inoltre, riprende un progetto della Montecatini per la costruzione di una imponente diga, realizzabile però con un invaso che prevede l’allagamento dell’intero territorio del paese di Curon: «La diga era stata annunciata per la prima volta nel 1911. Imprenditori della Montecatini volevano espropriare Resia e Curon e sfruttare la corrente del fiume per produrre energia. […] I nostri paesi sarebbero scomparsi sotto una tomba d’acqua. I masi, la chiesa, le botteghe, i campi dove pascolavano le bestie: tutto sommerso. […] Nel 1911 il progetto non partì perché il terreno era stato considerato a rischio. Non aveva consistenza, era fatto soltanto di detriti di dolomia».  
Contemporaneamente, Hitler propone ai cittadini e cittadine di lingua tedesca di tutto l’Alto Adige di ricongiungersi ai tedeschi in Germania espatriando. Tale proposta spacca a metà la già travagliata popolazione del borgo, che si divide tra gli optanti (coloro che scelgono di emigrare in Germania) e i restanti (coloro che scelgono di rimanere per amore alla loro terra d’origine), che si attirano così l’accusa di essere conniventi con il regime fascista. Nel frattempo, diversi eventi sconvolgono al vita di Trina ed Erich: scompare la figlia Marica, che ha scelto di andare via con gli zii in Germania senza il consenso della famiglia, a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale; l’altro figlio Michael aderisce al nazismo e parte a combattere per il Reich; anche Erich parte per la guerra ma, ferito a una gamba, di rientro per un congedo, decide di disertare e di fuggire con Trina sulle montagne, a pochi passi dal confine con la Svizzera. 
La guerra termina e con essa le speranze di riabitare con serenità la propria terra. I lavori di realizzazione della diga, infatti, riprendono e agli abitanti viene proposto un irrisorio indennizzo: le loro abitazioni originarie vengono fatte esplodere col tritolo, mentre vengono ricostruite piccole nuove case per coloro che hanno deciso di restare a Curon che, dunque, nel 1950 viene sommersa da un lago artificiale, dal quale ancora oggi svetta il campanile della chiesa del borgo, immobile, a ricordare il tempo che fu e la storia di resistenza legata alle sue vicende: «D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale. La diga produce pochissima energia. Costa molto meno comprarla dalle centrali nucleari francesi. Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti […] si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita». Questa storia mostra come ciò che naturalmente esiste per unire, finisce per essere odiato e dividere se manipolato da un potere cieco e spietato come la dittatura. Ciò è accaduto a Trina nel suo rapporto con la lingua italiana: «[…] pensai che se non me l’avessero fatto odiare dal profondo delle viscere era una bella lingua, l’italiano. A leggerla mi sembrava di cantare. Se non l’avessi meccanicamente associata a quegli sbruffoni dei fascisti forse avrei continuato a canticchiare le canzoni che avevo ascoltato dal grammofono di Barbara […] e forse anche Maja avrebbe fatto così e anche tutti i contadini e tutta questa valle nel tempo sarebbe diventata un crocevia di gente che si sa intendere in più modi […]. Invece l’italiano e il tedesco erano muri che continuavano ad alzarsi. Le lingue erano diventate marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra». Questo è quanto accade a coloro che vengono posti di fronte a sradicamenti e violenze rispetto alle loro radici in nome della superiorità di una cultura, di un popolo, di una lingua altra. La storia di Trina e della comunità altoatesina di Curon insegna ancora una volta che dividere produce odio, costruire ponti, invece, è la soluzione affinché anche il dettato costituzionale degli artt. 5 e 6 della nostra Costituzione possa pienamente realizzarsi. I concetti di confine e ponte, su cui il romanzo indubbiamente invita a riflettere, rimandano inevitabilmente al concetto di patria, dal latino pater, che designa “la terra dei padri”, ciò che il dizionario Treccani definisce come il «territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni». È interessante il verbo sentire, che apporta alla definizione una connotazione soggettiva: io sento di appartenere alla patria nella misura in cui condivido cultura, storia, tradizioni, con altri individui che avvertono lo stesso sentimento. A tal proposito, qualche anno fa Umberto Galimberti affermava: «Lo straniero può essere accolto nella casa dei padri, nella patria e allora diventa un ospite, i latini lo chiamavano hospes, ma l’essere ospitato non annulla la sua estraneità, e perciò lo straniero è anche hostis, che significa uscito dal proprio paese e quindi fuoriuscito e alla fine nemico. Come si vede la parola patria è gravida di questi molteplici significati in cui si giocano i rapporti di familiarità ed estraneità, di amicizia e inimicizia, di accoglienza e rifiuto. La domanda che a questo punto si pone è se è ancora sostenibile questo concetto nell’epoca della globalizzazione, dove i processi migratori confondono i confini su cui si orientava la nostra geografia e dove usi e costumi contaminandosi trasformano la patria in agglomerati di sconosciuti dove va perdendosi quel rapporto fiduciario che fa sentire a casa nella nostra terra». Tale concezione si fa portatrice di una rivoluzione antropologica e sociologica, ma anche geografica, che ci permetterebbe di vivere in modo maggiormente proficuo gli effetti della globalizzazione e i naturali movimenti migratori, oltre che avere un atteggiamento di reale inclusione e rispetto verso le minoranze.  

Campanile di Curon oggi

Pillola di bellezza ri-costituente 
Da giugno a settembre 2024 si svolge in Puglia la seconda edizione di un programma ricco di attività dedicato al prezioso patrimonio di minoranze linguistiche e culturali di cui la Puglia è custode da centinaia di anni. Tanti concerti, spettacoli, proiezioni, degustazioni per celebrare le comunità francoprovenzale, grika e arbëreshë della Puglia e non solo: l’assessore all’istruzione Sebastiano Leo ha dichiarato che per l’edizione di quest’anno, sono coinvolti gli studenti pugliesi ma anche ragazzi e ragazze  provenienti dalle scuole del Molise, della Calabria e del Piemonte, territori in cui esistono le stesse minoranze linguistiche presenti in Puglia.

Varianti dialettali e minoranze linguistiche pugliesi


La kermesse ha un titolo davvero suggestivo: Matria. Le lingue di ieri, di oggi, di domani. Non si può non andare con la mente alle parole di Michela Murgia, potenti come solo lei sapeva essere: «Pensarsi come Matria consente di sradicare questa prospettiva, perché la madre nell’esperienza di ognuno di noi non è un soggetto imperativo, ma è la prima cosa vivente scorta, la prima amata. Simbolicamente intesa, la maternità è un’esperienza relazionale elementare, perché nutre e si prende cura. Prima di suscitare timore, suscita amore. Prima di evocare autorità, evoca gratitudine. Nella prospettiva dell’appartenenza, il materno è uno spazio dove a legittimare l’esistenza e l’identità è quello che ti offrono, che è la matrice e non la conseguenza di ciò che poi offrirai tu. Non è strano che le persone che arrivano qui scappando dal proprio paese a volte possano dire: “Mi sento a casa”. […] se la patria è il luogo che ti riconosce, la matria è quello in cui tu impari a riconoscere chiunque. Sarebbe un grosso errore pensare che solo uno dei due sia il luogo della politica».   
Inutile ricordare quanto fu attaccata per questa visione lungimirante e scomoda, nell’anno —  il 2017 —  in cui veniva approvato il decreto Minniti sul contrasto all’immigrazione illegale: da Diego Fusaro a “Il Primato Nazionale”, sul web, sui giornali e sui social è esplosa la controversia sulla proposta di Michela di abbandonare il termine Patria e si sono susseguiti una serie di insulti: «Dobbiamo smetterla di dare la possibilità a persone con evidenti deficit di aprire bocca»; «Quando leggo queste bischerate lessicali mi sale la carogna», «Voi comunisti sapete che si dice Madre Patria?». Eppure, anche oggi, ancora oggi, Michela Murgia splende come non mai

In copertina: ballata arbereshe. 

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Articolo di Valeria Pilone

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Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione

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