«Il punto di forza del movimento internazionale delle donne risiede nella nostra capacità di immaginare e re-immaginare, di costruire e ricostruire, di preservare e perseverare, di coinvolgere nuove generazioni, nuovi gruppi, nuovi modi di pensare e organizzarsi. Fino a quando la battaglia per emancipare i nostri corpi, le nostre voci e noi stesse non sarà vinta, noi continueremo a resistere». (ARROW-Asian-Pacific Resource & Research Centre for Women)
Iniziamo ad entrare, dopo i primi numeri della nostra serie, nel vivo del report Vite intrecciate, fili di speranza. Avendo tracciato le linee del panorama sociale e politico della salute riproduttiva e sessuale con particolare attenzione ad alcune aree di interesse, possiamo finalmente addentrarci nella storia e scoprire i passi in avanti fatti finora. In seguito alla Icpd (International Conference on Population and Development) del 1994, è stato sviluppato un programma d’azione che ha permesso di metterne in pratica quanto deliberato. Il clima in cui si sono svolte le trattative ha avuto un impatto decisivo: all’indomani della fine della Guerra fredda ci sono state la legalizzazione delle unioni civili in Svezia, la fine dell’apartheid in Sud Africa con le conseguenti prime elezioni democratiche multi razziali, ma anche il genocidio in Rwanda e il picco più alto di infezioni Hiv. Questo ha contribuito a rendere credibili le istanze di tutti i movimenti progressisti e di protesta: la prospettiva d’azione dell’ Icpd ha portato a una nuova ottica nella comprensione globale delle problematiche relative alla popolazione e allo sviluppo, grazie agli sforzi degli Stati membri e dei gruppi interessati; inoltre, ha introdotto i concetti di salute riproduttiva nella comunità internazionale, riconoscendoli come diritti umani: questo riconoscimento ha comportato l’obbligo per gli Stati e i sistemi sanitari di sostenere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le persone. Il programma ha anche affrontato la materia controversa dell’aborto, stabilendo che deve essere legale e sicuro e, in tutti i casi, le donne devono avere accesso a servizi di qualità per la gestione delle complicazioni dell’aborto. L’anno successivo a Pechino, durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne, la Direttrice Esecutiva dell’Unfpa Nafis Sadik evidenziò che: «La salute e lo sviluppo personale di una donna dipendono dalla qualità dei servizi offerti e dalle scelte disponibili […] liberando il genere femminile da un sistema di valori che insiste che la riproduzione sia la sua unica funzione».
Nei 30 anni successivi alla conferenza del Cairo, molti Paesi hanno migliorato l’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, informazione e istruzione con il 76% delle leggi che gli garantiscono in 115 paesi, mentre dal 1994 oltre 60 paesi hanno liberalizzato le leggi sull’interruzione volontaria di gravidanza grazie all’impegno dei movimenti femministi che, ancor prima della Icpd, hanno richiesto maggiore attenzione per i diritti delle donne nei programmi di sviluppo di tutto il mondo. Nel 1954 si è tenuta a Roma la prima Conferenza mondiale sulla popolazione in cui sviluppo e questioni relative alla demografia sono state esaminati in relazione alla presenza e/o alla scarsità di risorse; successivamente, nel 1974, durante la terza Conferenza mondiale a Bucarest, è stato adottato un approccio più risolutivo e propositivo rispetto al passato. Negli anni ’70, invece, ci si è concentrati in particolar modo sulle donne, e non solo sulla popolazione in generale: la crescita delle rivendicazioni da parte dei gruppi di femministe ha portato l’attenzione sia su problemi sociali, che su lavoro e benefici civili. Nel 1976 si è svolta la prima Convention in favore dell’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) redatta e approvata dalla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, e adottata a pieno titolo nel 1979 dall’Assemblea Generale. Nel 1981, ’84 e ’92 si è continuato a discutere della salute e dei diritti del genere femminile. L’incontro del 1994 ha sottolineato l’importanza per i/le giovani di avere accesso e partecipare allo sviluppo di attività e servizi di informazione, educazione e comunicazione sulla salute riproduttiva e sessuale, riconoscendo il ruolo fondamentale di questi servizi nell’assicurare alle generazioni presenti e future l’esplicazione delle loro potenzialità. Da allora, sono stati stabiliti standard internazionali e molte scuole offrono educazione sessuale; le tecnologie di riproduzione assistita sono diventate ormai comuni, ampliandole opportunità per famiglie “non tradizionali”. Tuttavia, ci sono ancora aspetti carenti in quanto solo il 56% delle donne a livello mondiale può prendere decisioni informate su sesso e riproduzione: la possibilità di decidere sul proprio corpo e la salute riproduttiva sono spesso compromessi tra chi affronta oppressioni multiple, come discriminazioni razziali, di genere o orientamento sessuale. Le disuguaglianze sono evidenti anche nei sistemi sanitari e di giustizia, come mostrato dai movimenti Ni Una Menos e Black Lives Matter.
Durante la pandemia di Covid-19, le popolazioni emarginate hanno subito maggiori danni e interruzioni dei servizi sanitari: il numero di queste disuguaglianze sta crescendo e affrontarle è fondamentale per il progresso e la giustizia sociale. In questi ultimi decenni, dal 2000 in poi, la Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, seguita dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, ha ricevuto richieste di modifica dalla società civile. É stata notata la mancanza nell’Agenda Onu di obiettivi specifici sulla salute riproduttiva, che ha mobilitato esperti/e, femministe, giovani, Ong e governi, portando alla creazione di un nuovo piano d’azione per seguire l’Icpd fino al 2014.
Il movimento Ni Una Menos, emerso in Argentina nel 2015, e She Decides (sviluppatosi nel 2017) hanno sostenuto rispettivamente la lotta contro il femminicidio e i diritti riproduttivi, mentre MeToo — rilanciando una campagna del 2006 — ha denunciato gli abusi sessuali e le molestie. Nel 2021, inseguito alla pandemia globale di Covid-19, durante i forum Generation Equality l’Internazionale femminista ha guadagnato slancio e sostegno, con una coalizione d’azione dedicata alla libertà sul proprio corpo e alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi. È merito di un’instancabile perseveranza se oggi possiamo affermare che i diritti civili e sociali richiesti a gran voce a partire dal secolo scorso ci consentono di usufruire di condizioni e possibilità a cui abbiamo dovuto rinunciare troppo a lungo: il diritto alla vita e alla dignità, all’istruzione e all’informazione, all’uguaglianza davanti alla legge e alla non discriminazione, il diritto alla salute, di dare il consenso al matrimonio e anche di uguaglianza nel matrimonio e, soprattutto, il diritto di essere libere dalla violenza di genere, dai maltrattamenti e dalle molestie; questi principi chiave, che plasmano i diritti umani, sono essenziali per la realizzazione totale del diritto alla salute.
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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.
