Il femminismo, questo soggetto che sembra ancora imprevisto, ha fin dagli esordi analizzato e decostruito il tema (e le pratiche) della violenza connessa alla volontà di dominio. Solo il vocabolario maschilista identifica il conflitto con la guerra: senza violenza invece esso non solo si può concepire ma può essere benvenuto perché vitale matrice di cambiamento, forza trasformatrice. Non accettare che tra donne ci siano conflitti anche accesi significa aver introiettato l’immagine tradizionale del femminile come rassicurante e mansueto, pronto ad attutire i contrasti, a mitigare gli animi, a smussare gli angoli.
“Sorellanza” è altro, è soggettività in relazione: non ammucchiata di cuoricini o palestra di un mondo irenico ma serie di esperienze e di valori condivisi e cultura di reciproca lealtà e sostegno, molto diversa dalla funzionale solidarietà di sesso che i maschi sono abituati a esercitare, addestrati come sono da secoli di esercizi di squadra nella guerra e nello sport, da strategie lobbistiche, da sistemi cooptativi.
Noi — per lo più relegate nelle singole stanze delle singole case e costrette a competere per accaparrarci la necessaria protezione di un uomo — abbiamo potuto imparare tardi l’arte di sostenerci a vicenda. Ne sono nati infiniti stereotipi sulla rivalità femminile, sull’invidia, sulla gelosia eccetera. Infiniti leit motiv ieri e oggi proclamano che le donne siano le peggiori nemiche delle altre donne.
Sono reduce da una giornata presso la scuola estiva di BeFree dove di tutto questo abbiamo discusso e abbiamo trovato arricchimento nella sfida del confronto avendo elencato le modalità attraverso cui esso non degenera: l’autodefinizione e il carattere situato di ogni discorso (punto di partenza irrinunciabile, a palesare la propria inevitabile parzialità), il riconoscimento e il rispetto dell’altrui pari dignità, lo scopo (non vincere ma capire), il metodo (non prevaricare ma ascoltare).
Perché si è ritenuto opportuno scegliere un tema simile, che forse procura disagio?
Le reazioni alla presenza più numerosa di donne in ruoli decisionali e soprattutto la novità di una donna alla Presidenza del consiglio in Italia han dimostrato ancora che il femminismo non è un soggetto omogeneo né monolitico. Sono d’altronde esistiti anche nella storia del ‘900 femminismi anche conflittuali tra loro, con specificazioni e varianti sia sul piano teorico sia su quello politico.
Non riconoscerlo postula a mio avviso un essenzialismo che tende a irrigidire, a congelare; è normale che i movimenti e le loro esperienze plurali assumano col passare del tempo e col mutare dei contesti sembianze e strade diverse, magari in contrasto tra loro. Anche la differenza femminile si contestualizza nello spazio e nel tempo se non se ne assolutizza l’origine nella biologia, sia pur mediata simbolicamente.
Ciò non significa accogliere qualsiasi posizione che si autodefinisca femminista, ma ricorrere a uno strumentario più ampio del passato. Lo suggeriscono ad esempio i femminismi che vedono intersezioni tra gli assi di dominio.
Non mi spaventa il plurale, d’altronde non ho mai usato la parola ‘donna’ al singolare né mai l’ho insignita della maiuscola perché non aderisco — è la mia necessaria autodefinizione — al determinismo biologico. Se sono donna e madre sono anche occidentale, bianca, etero, benestante… dunque vivo una condizione per molti aspetti privilegiata, di cui la maggioranza delle donne del mondo non gode.
Mi spaventa semmai un dibattito opaco, privo di chiarezza, non esente da equivoci, capace di caricaturizzare le posizioni altrui (le donne di sinistra relegate all’opposizione frivola), capace di cercare facili protagonismi, spesso disposto a farsi strumentalizzare.
Un’abile campagna sui giornali di estrema destra (vedi Il Foglio, sì, proprio quello di Camillo Langone), corredata da recentissime inaspettate convergenze da parte di figure importanti della storia delle donne, cerca di accreditare come femminista Giorgia Meloni, l’underdog, la “ragazza che ce l’ha fatta”, l’esponente di una famiglia matriarcale.
Perché proprio la destra maschilista e misogina esprima l’unica italiana che finora sia riuscita a rompere il soffitto di cristallo di palazzo Chigi è una buona domanda, ma non è la mia qui, anche se voglio ricordare che in tutta Europa è accaduta e accade la stessa cosa, da Thatcher a Lagarde, da Merkel a Le Pen a Von der Leyen.
Ha risposto Giorgia Serughetti su Domani del 18 agosto 2022 e più ampiamente nel libro Potere di altro genere: «Ciò che può spiegare le differenti chance di successo per le donne nei due campi è proprio la misura di distanza o vicinanza dall’agenda femminista. In un tempo in cui la cultura dei diritti e dell’uguaglianza di genere è lungi dall’essersi consolidata, e in tutto il mondo spira forte un vento avverso, la conquista dei ruoli apicali avviene non a dispetto della distanza dai movimenti delle donne, ma proprio in forza di questa lontananza. Una posizione che ne favorisce il profilo rassicurante per un elettorato conservatore.»
Tra le mille cose che dobbiamo fare e suggerire a me non pare proprio utile imitare o prendere come esempio Giorgia Meloni (basta riascoltare il suo intervento al Congresso mondiale delle famiglie, a Verona nel 2019): né per la sua storia politica, né per la sua ideologia reazionaria, né per le sue decisioni come statista, che stanno peggiorando la vita quotidiana delle italiane, non toccano le disparità e il precariato (il gender gap è aumentato) e addirittura introducono i pro vita nei consultori e lesinano i fondi destinati alla prevenzione della violenza maschile contro le donne, continuando a martellare contro il fantasmagorico gender ed esaltando la madre/fattrice/per/la/patria.
Pinkwashing, anche nel marketing politico va inventato un brand che legittimi. Come Marine Le Pen, in campagna elettorale ha utilizzato diverse espressioni della tradizione femminista, ha giocato la carta generica del suo essere donna: per rafforzare gli stereotipi di genere, per difendere la famiglia tradizionale, per opporsi all’aborto, ai diritti delle persone Lgbtq+, per denunciare il sessismo e la violenza maschile solo in funzione della demonizzazione dei migranti.
Come nel caso del thatcherismo, il modello narrativo è l’esaltazione delle capacità individuali che non diventa mai trasformazione collettiva, non mette in discussione l’esistente e rassicura sul fatto che siamo diventati aperti e moderni. Sposa gli ideali su cui si basa il sistema, non lo sfida. Se la cifra del Novecento già vedeva la contraddizione tra emancipazione e differenza, le esperienze contemporanee di crescita del protagonismo femminile confermano che non è automatico che esso coincida con l’imporsi di nuove prassi e di nuovi linguaggi.
Il femminismo che mi piace lotta per trasformare, non solo per pareggiare: non esalta la leadership femminile perché riequilibra le statistiche di chi comanda o perché riconosce merito ad alcune o perché esalta la funzione riproduttiva accanto a quella produttiva, ma perché può scardinare il patriarcato ridefinendo il senso stesso del potere e della rappresentanza. Rifiuta la retorica del merito individuale; non dice “io” ma “noi”.
Il femminismo che mi piace, poiché ha conosciuto fino in fondo per secoli l’esclusione e la discriminazione, non esclude e non discrimina né con mezzi palesi né con mezzi dissimulati; smaschera o almeno allenta la presa coercitiva delle norme. Riconosce le identità altrui e non divide il mondo con l’accetta, postulando gabbie crudeli e dicotomie rigide che non esistono nemmeno in natura. La natura prevede diverse sfumature da individuo a individuo e in un numero rilevante di casi presenta un aspetto somatico del genere diverso. Collocare chi non è identico nella parzialità, nell’incompletezza risponde agli stessi canoni che con tanta fatica abbiamo cercato di confutare.
Nessuna persona è “non conforme”, come vorrebbe l’ordine patriarcale e come ha suggerito molta parte del brutto dibattito che ha accompagnato le amare Olimpiadi parigine di Imane Khelif. Paradossalmente si sono distinte nella stigmatizzazione dell’intersessualità molte lesbiche, evidentemente dimentiche di come ci si sente quando si viene definite “contronatura”.
È significativo che le lacerazioni più grosse si registrino rispetto a definizioni e modelli che toccano da vicino la sede più ovvia della specificità femminile: il corpo e la sessualità. Tanto ne abbiamo discusso, tanto ancora ne discuteremo.
Il femminismo che mi piace sa inserire sia la prostituzione delle escort sia la gestazione per altri, ossia i temi più divisivi al momento, nello scenario dello sfruttamento che è diventato neoliberale ma ha la stessa impronta di sempre: tuttavia non scomunica le donne che ne fanno pratica e cerca di decifrare le loro ragioni, ascoltare la storia particolare di ogni persona. Entra in punta di piedi nelle vite altrui, soprattutto quando si tratta di esperienze così delicate e così intime.
Modificare il linguaggio di una società — tono, registro, lessico, grammatica — è forse l’atto più forte e rivoluzionario che si possa fare. È significativo che Meloni si faccia chiamare al maschile ritenendolo il genere più consono alle alte cariche: la lettera di dimissioni di Sangiuliano, a sfida del ridicolo, si rivolge a lei così: «Caro Presidente, cara Giorgia».
Per quanto riguarda questo tema che mi appassiona, un altro conflitto è in corso: non avrebbe senso imporre di usare lo schwae infatti nessuna lo fa, tanto meno le linguiste. Ha senso dire che esso non ha lo scopo di escludere le donne ma di dare riconoscimento — quando è necessario — a chi altrimenti sarebbe invisibile perché si ignora se collocabile in una delle due categorie sessuali.
Si è coniata la definizione di Gen Z per descrivere la prima generazione (1995-2010) composta da persone che rigettano la divisione binaria e considerano il mondo umano molto più fluido (questo aggettivo è tratto dal repertorio baumaniano). Sono a loro agio con qualunque tipo di diversità. Non danno niente per scontato, sperimentano. Si sentono chiamati a trovare autonomamente la risposta alla domanda «Chi sono?», senza l’appoggio a valori predefiniti e a modelli e ad aspettative determinati dalla religione, dalla politica, dalla famiglia, dalla comunità. La divisione dei ruoli è stata la prima a perdere importanza, il che non significa passare a piacere, con disinvoltura, da un sesso all’altro, come la vulgata antigender fa credere.
Questi e queste giovani ci consegnano una riflessione complessa. È immaginabile che un terreno inesplorato crei turbamento, ma loro hanno meno paura dello stigma sociale di quanta ne avessimo noi. Con questa nuova libertà spazzano via il clima di odio e di paura con cui noi abbiamo dovuto fare i conti.
Non è una moda del momento. Rappresentano ancora una minoranza rispetto al resto della società, ma potrebbe essere questione di pochi decenni perché questa visione si diffonda. La loro comunicazione è istantanea e globale. Molti brand della moda li stanno intercettando. Hanno le loro icone nel mondo della musica e dello spettacolo.
Stanno davvero rivoluzionando categorie e smantellando pregiudizi? Non lo so, ma vorrei provare ad ascoltare anche se la distanza generazionale è siderale.
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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.
