Biennale 24. E infine

Concludendo questo breve ciclo dedicato alla 60ᵃ Esposizione Internazionale d’Arte veneziana dal titolo Stranieri Ovunque Foreigners Everywhere, non possiamo non ricordare Il Padiglione Italia in Arsenale, che presenta il progetto Due qui/ To hear dell’artista Massimo Bartolini (Cecina, 1962). Giocando sull’assonanza tra “Two here” (due qui) e “To hear” (sentire/udire), l’artista invita all’ascolto e all’attenzione. La mostra si articola in tre spazi, in cui il suono, la musica, ma anche il silenzio sono protagonisti. L’ingresso principale introduce alla statuetta di un pensatore Bodhisattva, cioè una persona che nel buddismo attraverso pratiche altruistiche raggiunge lo stato di assoluta felicità; nello spazio centrale, un labirinto di tubi metallici, quelli per ponteggi, sono stati trattati perché suonassero; il padiglione diventa così un gigantesco strumento musicale.

Pensatore Bodhisattva, Massimo Bartolini
Due qui/ To hear, Massimo Bartolini

Una delle grandi novità di questa Biennale è la mostra del padiglione della Santa Sede nella Casa di reclusione femminile di Venezia alla Giudecca. Il 28 aprile il Padiglione è stato visitato da Papa Francesco, prima volta di un papa alla Biennale. La mostra ha come titolo Con i miei occhi, è dedicata al tema dei diritti umani, degli umili, e vi hanno contribuito otto artisti. La facciata del carcere è stata reinterpretata da Maurizio Cattelan (Padova, 1960) con un grande murale, Father, dove due gigantesche piante di piedi sporchi rappresentano la fatica e la povertà; nel cortile i visitatori vengono accolti dalla scritta al neon di Claire Fontaine Siamo con voi nella notte. Claire Fontaine è un collettivo artistico femminista e concettuale nato a Parigi nel 2004 e con sede a Palermo, fondato da Fulvia Carnevale e James Thornhill. Il titolo della Biennale 24 Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere è tratto proprio da una serie di lavori realizzati dal collettivo che consistono in sculture al neon di vari colori che riportano in diverse lingue le parole “Stranieri Ovunque”. Molte ospiti della casa hanno collaborato alla realizzazione della mostra: i ritratti delle detenute da bambine e dei loro figli ad esempio sono stati realizzati da Claire Tabouret (Pertuis, Francia, 1981) su foto date dalle stesse detenute.

Father – Facciata della Casa di reclusione femminile di Venezia alla Giudecca, Maurizio
Siamo con voi nella notte, collettivo Claire Fontaine
La quadreria di Claire Tabouret

Significativo l’incremento della partecipazione dei Paesi africani alla Biennale d’Arte: se nel 2022 ne figuravano solo nove, per il 2024 sono venticinque. Da non perdere, anche se al di fuori del canonico percorso all’Arsenale e ai Giardini, il padiglione della Nigeria, alla sua seconda partecipazione (la prima nel 2017). Realizzato da otto autori di diverse generazioni, alcuni già noti a livello internazionale, altri emergenti, si dispone su due piani — più uno ammezzato — di Palazzo Canal. Nigeria Imaginary individua i punti di intervento da cui partire per immaginare la Nigeria del futuro. Manufatti della storia locale sono esposti accanto a installazioni, dipinti, foto e allestimenti interattivi.

Nigeria Imaginary a Palazzo Canal

Colonizzazione e migrazione sono stati senz’altro i temi centrali di questa edizione della Biennale. Identità e razzismo sono i temi trattati da Tesfaye Urgessa (Addis Abeba, 1983) per la prima partecipazione dell’Etiopia. Il suo progetto Prejudice and Belonging combatte atavici stereotipi su rifugiati e migranti e nasce dalla particolare esperienza vissuta dall’autore nei tredici anni trascorsi in Germania come traduttore nei campi profughi. Le sue donne e i suoi uomini, nonostante le cicatrici, mostrano grande dignità, fierezza e capacità di guarire.

Prejudice and Belonging, Tesfaye Urgessa

Nel padiglione spagnolo l’ispanoperuviana Gamarra Heshiki (Lima, 1972) rivisita il concetto di museo attraverso un’opera provocatoria: la Pinacoteca Migrante, un museo mai visto prima, dove al centro di tutto è posta la migrazione in tutte le sue sfaccettature. Nel dipinto di Frans Hals, Gruppo familiare in un paesaggio (1647-1650), quasi nascosto c’è un minuscolo servitore africano, il cui volto nero sembra confondersi con il fogliame. Gamarra inverte l’effetto del dipinto, raffigurando gli europei di un solo colore facendoli svanire sullo sfondo, mentre enfatizza la pelle nera del servitore. Una coperta termica metallica, come quelle che si danno ai migranti salvati in mare, è drappeggiata sulla parte superiore dell’opera.

Rivisitazione del dipinto di Frans Hals, Gruppo familiare in un paesaggio, Gamarra Heshiki

Il Padiglione della Germania presenta Thresholds, progetto che si stende anche all’isola della Certosa. All’esterno del padiglione, un mucchio di terra, trasportato direttamente dall’Anatolia, anticipa il Monumento a una Persona Sconosciuta di Ersan Mondtag (Berlino, 1987), dove in umili ambienti domestici si svolgono alcune performance ispirate alla vita del nonno dell’artista. Hasan Aygün, il nonno, negli anni Sessanta si trasferì dalla Turchia a Berlino ovest per lavorare in una fabbrica produttrice di amianto, morendo poi precocemente proprio a causa di questo lavoro.

Monumento a una Persona Sconosciuta, Ersan Mondtag

L’altra sezione, in cui si articola la Mostra è il Nucleo storico, composto da opere del XX secolo provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia e dal mondo arabo, la cui storia artistica rimane in gran parte sconosciuta. Si articola in tre sale nel Padiglione Centrale: la sala intitolata Ritratti, la sala dedicata alle Astrazioni e una terza sala dedicata alla diaspora artistica italiana nel mondo lungo il XX secolo. La sezione più ampia è quella dedicata ai Ritratti con 112 opere, dove insieme a figure molto note quali Frida Kahlo (per la prima volta alla Biennale) e Diego Rivera, sono tante quelle poco conosciute. Esplora il tema della figura umana e della crisi della sua rappresentazione che caratterizza tanta arte del secolo passato.

Guinean Girl, Uzo Egonu (sin) — Vendedora ayacuchana, Julia Codesido (dex)
The Conversation, Barrington Watson (sin) — My Family, Hendra Gunawan (dex)

Di tenore vagamente fauvista, la produzione di Uzo Egonu (Onitsha, Nigeria, 1931 – Londra, 1996) è caratterizzata da una tavolozza di blu, giallo e nero che emerge in tutta la sua forza in Guinean Girl (1962). Dipinto con colori vivaci, Vendedora ayacuchana (1927) di Julia Codesido (Lima, 1883–1979), raffigura una donna avvolta in una tipica coperta peruviana; di Barrington Watson (Lucea, Giamaica, 1931 – Kingston, Giamaica, 2016),  è  The Conversation (1981), uno dei suoi più noti ritratti di donne giamaicane, suo soggetto abituale; tra i più prolifici e rinomati pittori indonesiani, l’opera di Hendra Gunawan (Bandung, Indonesia, 1918 – Bali, 1983), attraversa il periodo della rivoluzione indonesiana fino al regime dittatoriale dell’Ordine Nuovo. My Family (1968) è stato probabilmente dipinto quando Gunawan era in prigione a causa dei suoi legami con una presunta fazione comunista indonesiana.
La sala delle Astrazioni è dedicata alle esplorazioni astratte del Sud del mondo ed espone trentasette artisti, quasi tutti alla Biennale per la prima volta.

La sala dedicata alle Astrazioni

Nella sala dedicata alla Diaspora degli artisti italiani nel mondo, dal titolo Italians everywhere, sui modernissimi espositori a cavalletto in vetro e cemento di Lina Bo Bardi risalenti al 1968, vengono allestite le opere di quaranta personalità artistiche italiane che si sono trasferite all’estero integrandosi nelle culture locali. Sous la chassure  del 1967 di Domenico Gnoli (Roma, 1933 – New York, 1970) è l’immagine ingrandita di una scarpa nera lucida che si solleva dal suolo e sembra dare un calcio a ogni forma di conformismo. Le scarpe sono un soggetto ricorrente nell’opera di Gnoli, caratterizzata da un iperrealismo allucinato, ossessivo e minuzioso.

Sous la chaussure, Domenico Gnoli

Tra i trenta Eventi Collaterali, organizzati in numerose sedi della città di Venezia, ricordiamo le opere della ceramista Nedda Guidi (Gubbio, 1927 – Roma, 2015), che ha scelto di lavorare con la ceramica, da molti considerata una tecnica minore. In esposizione a Forte Marghera all’interno dell’edificio chiamato Polveriera Austriaca.

Le ceramiche di Nedda Guidi

L’artista brasiliana Beatriz Milhazes (Rio de Janeiro, 1960) ha creato appositamente per il Padiglione Arti Applicate, nelle Sale d’armi dell’Arsenale, sette dipinti e altrettanti collage di grandi dimensioni che fanno riferimento ai motivi di una varietà di tessuti tradizionali di diverse culture, molti dei quali sono esposti all’interno del Victoria and Albert Museum.

The Golden Egg, Beatriz Milhazes

In copertina: l’ingresso all’Arsenale.

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Articolo di Livia Capasso

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile. Ha scritto Le maestre dell’arte, pubblicato da Nemapress nel 2021, una storia dell’arte tutta al femminile, dalla preistoria ai nostri giorni.

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