Doppia morale e stereotipi di genere

Il genere di commedia che si sviluppa in Grecia verso la fine del IV secolo a. C., detta “nuova” per distinguerla da quella “antica” del secolo precedente — quella di Aristofane, per esempio, che trattava temi di attualità, di grande rilevanza politica e culturale — mette in scena problemi domestici, che nascono nella trama dei legami familiari e si misurano con le convenzioni sociali e con il costume.
Gli dèi sono lontani, a dominare le vicende umane sembra essere la sorte, assurta al rango di unica dea; ma ciò non significa che a uomini e donne non resti la responsabilità di scelte che influiscono in modo determinante sulla vita dei singoli e possono causarne la felicità o l’infelicità. I nuovi commediografi, perciò, dedicano molta cura a tratteggiare il carattere dei loro personaggi, che, in qualche modo, sono considerati potenti come un dio. A noi di tutta la loro produzione sono arrivati solo frammenti. Grazie ai papiri conservati dalle sabbie del deserto, tuttavia, riusciamo a ricostruire abbastanza bene la trama e soprattutto caratteri ed emozioni dei personaggi di un certo numero di commedie di Menandro, il più famoso.

L’arbitrato, La donna tosata e La donna di Samo hanno tutte e tre a che fare con storie d’amore messe a rischio da equivoci legati a comportamenti tanto diffusi, e tollerati finché restano nascosti, quanto ipocritamente considerati lesivi della dignità, se divulgati. Mi riferisco all’abitudine di ragazzi di buona famiglia di intromettersi nelle feste delle donne, ubriacarsi con facilità, e violentare ragazze indifese, e, di solito, ignare dell’identità del loro stupratore. La giovinetta che, in seguito a tali episodi, restava incinta, non poteva ricorrere all’aborto, poco praticato, anche in forma clandestina; aveva spesso, invece, la possibilità di portare a termine la gravidanza e partorire di nascosto, grazie alla rigida separazione degli spazi riservati a uomini e donne e alla complicità delle amiche; a volte addirittura delle stesse madri o anche delle concubine del padrone di casa. I bambini così nati venivano esposti, cioè abbandonati alla pubblica pietà, o ‘donati’ a donne che non potevano avere figli o che ne avevano appena perso uno, magari durante il parto, cosa frequentissima a quei tempi. Accanto al bambino o alla bambina, venivano spesso lasciati oggetti, anche di valore, che potessero consentirgli in futuro di risalire alle proprie origini, cosa importantissima soprattutto se i genitori erano ricchi o nobili.
Menandro mette in scena il conflitto tra le generazioni e insieme lo scontro tra due sistemi di valori. I protagonisti delle sue opere sono soprattutto uomini, padri e figli, legati da sentimenti amorevoli, ma allontanati dal conformismo o dalla paura di un giudizio che induce a nascondere i veri sentimenti. Intorno a loro si muovono personaggi che rivestono ruoli di vario peso: numerosi servi e serve, che sono di solito al corrente dei segreti dei loro padroni e si rivelano utilissimi per lo scioglimento della vicenda, quando essa si fa troppo intricata; alcune figlie, cui i padri si preoccupano di garantire un buon matrimonio; poche mogli legittime, ma numerose concubine ed etere. Ed è delle donne di questa condizione che Menandro si preoccupa di riscattare la reputazione, facendone personagge generose e capaci di agire contro il loro stesso interesse, delineandone la sensibilità delicata e il carattere pensoso, in contrasto con la loro posizione sociale e con il famigerato mestiere. Gli uomini, al contrario, giovani o vecchi che siano, sono spesso irruenti e imprudenti, irascibili e vendicativi, incapaci di dominare le emozioni e precipitosi nel trarre conclusioni sbagliate: accecati, come sono costantemente, dalla gelosia o dalla smania del possesso.

La donna tosata denuncia già nel titolo la tremenda punizione che Polemone, tornato dalla guerra, infligge a Glicera, la donna di cui è innamorato, e che, nonostante la sua condizione di cortigiana, egli considera a tutti gli effetti sua moglie: gli basta vederla abbracciata a un uomo — che solo lei sa essere suo fratello — per accusarla d’infedeltà e costringerla a fuggire di casa per evitare il peggio.
Criside, la “donna di Samo”, è pronta ad assumersi la maternità di un bambino nato dalla violenza che il figlio di Demea, l’uomo con cui vive e di cui è innamorata — ma del quale non può essere moglie legittima perché straniera — ha generato violentando la ragazza che gli è destinata in moglie: vuole evitare, anche a costo del rischio di essere scacciata e ripudiata, il disonore che ricadrà sulla fanciulla se si verrà a sapere che non arriva illibata al matrimonio.
Nell’Arbitrato sarà Abrotono, la più tenera delle etere che sia mai uscita dalla penna di uno scrittore, a risolvere l’equivoco terribile in cui è caduto Carisio, l’uomo che l’ha ingaggiata per consolarsi dell’aver dovuto abbandonare la moglie quando ha saputo che ha messo al mondo un bambino illegittimo. Sarà l’etera a scoprire e a dimostrare che è stato proprio Carisio l’autore della violenza che è all’origine di quella gravidanza.
Naturalmente, trattandosi di commedie, l’happy end è assicurato. Ma solo perché si scopre invariabilmente che la ragazza violentata è proprio quella che il giovane stupratore ha già sposato o è in procinto di sposare: si può quindi passar sopra al fatto che non sia arrivata (o non arrivi) vergine alle nozze; anche se spesso gli anziani genitori fanno fatica ad accettarlo. Non è irrilevante, tuttavia, che il poeta introduca qualche riflessione tutt’altro che scontata, a quei tempi, ma anche ai nostri, sulla doppia morale.
E persino una battuta sorprendente come quella di Moschione, il giovane protagonista maschile della Donna di Samo, che, rivolgendosi al padre adottivo Demea, deciso a cacciare di casa Criside, la concubina che ama, convinto com’è che abbia dato alla luce un figlio illegittimo, afferma: «In nome degli dei, chi è legittimo e chi bastardo, se siamo tutti esseri umani?». E al padre che trasecola e gli chiede se stia scherzando ribatte: «Sono serissimo: io non credo che una stirpe sia diversa dall’altra, ma se si giudica con giustizia, legittimo è chi si comporta bene, bastardo chi è malvagio». Menandro, La donna di Samo, vv. 130-142.
In realtà padre e figlio condividono la vergogna per comportamenti non irreprensibili: il vecchio Demea, anche per riguardo al figlio, ha rinunciato a lungo a portare a casa la donna di cui era innamorato, ma che non poteva sposare; il giovane Moschione prova rimorso per aver ceduto ai suoi impulsi e aver violentato la ragazza incontrata a una festa in cui si era introdotto illecitamente, e non si assolve, benché ne sia innamorato e pronto a sposarla. Ma quella che si eleva al di sopra della morale corrente è proprio Criside, la donna di Samo, pronta ad accollarsi la maternità di un bambino non suo per evitare il disonore ai due giovani prossimi alle nozze; anche se forse è troppo fiduciosa nella capacità dell’uomo con cui vive di perdonarle quello che crede un suo errore.

In tutte le sue commedie Menandro mette in bocca alle sue e ai suoi personaggi parole rivelatrici delle difficoltà in cui essi si dibattono nel tentativo di conciliare le convenzioni sociali, che li condizionano profondamente, con i propri sentimenti e con la valutazione onesta delle responsabilità e delle diverse conseguenze che gravano su uomini e donne quando contravvengono alle regole: è l’uomo che, magari sotto l’effetto del troppo vino, prende l’iniziativa, è lui che ha anche la forza fisica necessaria per imporsi alla ragazza sorpresa mentre partecipa con altre a una delle feste riservate alle donne, ma è lei che ne resta segnata a vita. Carisio, il protagonista dell’Arbitrato, ne è consapevole: «Eccomi qua, l’uomo senza peccato, attento alla reputazione, attento a giudicare che cosa è bello e che cosa è vergognoso, l’uomo integro, irreprensibile nella sua vita. Gli dèi mi hanno giocato un brutto scherzo e ora mi dicono: “Sei un poveretto, sei solo un uomo e ti dai delle arie e parli a vanvera. Visto che non sei capace di sopportare una disgrazia capitata a tua moglie, senza sua colpa, ti dimostrerò che a te ne è successa una uguale. Solo che, mentre lei è comprensiva con te, tu la consideri disonorata: sei un disgraziato, e anche stupido e crudele. E lei ha persino detto a tuo padre che vuole restarti vicina per la vita e non ti lascia nella sofferenza». Menandro, L’arbitrato, vv. 588-602.
Abbiamo già accennato della trama della commedia: Panfile, prima di sposarsi, ha subito violenza durante una festa da parte di un giovane che non conosce. Dopo le nozze si scopre incinta, ma in un primo momento riesce a nascondere la gravidanza e il parto al marito Carisio ed espone il bambino. Quando, dopo qualche tempo, lui lo viene a sapere, non vuole più toccare la moglie e si prende come etera Abrotono; ma anche con lei non riesce a fare l’amore, perché l’unica di cui resta innamorato è la sua Panfile. Tutto si risolve per il meglio grazie all’etera, che, stupita e anche un po’ umiliata, scoprirà che è stato proprio Carisio, ubriaco, a violentare Panfile e che perciò è lui il padre del bambino che lei ha dato alla luce. Abrotono agisce per solidarietà con la ragazza sfortunata e per un senso di umanità che la lega a tutti gli esseri umani che soffrono, senza aspettarsi nulla in cambio; anche se i servi si augurano che ne abbia come ricompensa almeno la libertà. Ma anche Panfile è una donna eccezionale, perché non vuole abbandonare il marito, come il padre la spinge a fare con insistenza, dopo che lui ha preso con sé Abrotono. Anche perché, insinua, avrà difficoltà a mantenere due donne e due case.

In generale tutti i personaggi femminili di Menandro sono animati da buoni sentimenti e da grande altruismo, comprese le donne non libere, che si distinguono dagli uomini della stessa condizione, sempre piuttosto arroganti, sbrigativi e avidi. Glicera è certamente quella che ha sofferto di più: abbandonata da neonata è diventata concubina di Polemone, e, pur sapendo che il fratello Moschione, più fortunato è stato adottato da una famiglia nobile e ricca, evita di rivelargli la comune origine, perché teme che questo non gli giovi. Però, quando lui, ignaro della parentela, le si avvicina e cerca di baciarla, l’affetto che prova per lui le impedisce di respingerlo: questa è la colpa che le costa l’umiliazione di vedersi rapata a zero dall’uomo cui è legata, un soldato impetuoso e violento, che vuole vendicare l’oltraggio al suo onore umiliandola. Altrettanto delicata e sensibile, la madre adottiva di Moschione, Mirrine, accoglie in casa la povera Glicera, spaventata dalla violenza di Polemone, e mette alla porta il figlio che vorrebbe approfittarne.
Altri personaggi della Commedia Nuova li conosciamo solo attraverso il teatro di Terenzio, il poeta del II secolo a. C. che fu grande ammiratore di Menandro di cui condivideva lo spirito di umana solidarietà e di cui riprodusse in latino trame e temi: non era contemplato a quei tempi il reato di plagio e l’originalità dell’invenzione non era considerato un valore, anzi, l’imitazione di un testo greco aggiungeva pregio all’opera.
Tra i ruoli femminili più rappresentati vale la pena di citare almeno la “suocera”, che dà il nome all’Hecyra, famosissima pièce del commediografo romano — ma cartaginese di origine. Un secolo dopo Menandro, anche Apollodoro di Caristo aveva dedicato una commedia a questa figura di donna, cui si attribuisce insopprimibile gelosia e non di rado pervicace ostilità nei confronti della giovane rivale che, sposando suo figlio, ne usurpa il primo posto tra gli affetti.
Nel IV e III secolo in Grecia e nel II a Roma i poeti comici ci provarono, a contrastare lo stereotipo. Con scarsi risultati, a giudicare dal fatto che ancora oggi è uno di quelli più duri a morire.

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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.

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